Perché Franti era lì

““Il mondo non può escludere le pietre.
Solo quelle non sono ridondanti.
Nulla può rimpiazzarle
Tranne una nuova creazione di Dio.
(…) “Ah!”, dite, “se solo una di queste pietre si muovesse
di moto proprio, fosse anche di un solo centimetro
È questa la resurrezione che aspettiamo.”
(…) Esercitare la solitudine, l’indipendenza, delle pietre
(…) Queste pietre attraversano l’uomo, vanno dritte a Dio, se ce n’è uno.
Dobbiamo riconciliarci con le pietre,
Non le pietre con noi.
Non discutete con me. Discutete con queste pietre..
(…) Ne stringo una e tengo nella presa
L’inizio e la fine del mondo,
Il mio io, e come prima non ho mai visto
La mano vuota del mio simile,
L’umanità che nessuna cultura ha raggiunto, la plebe.
Intellighenzia, il nostro compito impossibile, imprescindibile!”

Hugh MacDiarmid, Sopra un terrazzo marino

I must get into this stone world now…

Franti è fuori dalla scuola. Ma non è morto, e si muove nell’ombra. Diventerà anche Gaetano Bresci, George Mallory, Hugh MacDiarmid, Dino Campana, René Daumal, Ambedkar, Krishnamurti, Che Guevara, Don Milani, Woody Guthrie, Paolo Pulici, Antonio Ligabue, John Cage, Albert Ayler, Charles Mingus, Robert Wyatt, Linton Kwesi Johnson, Victor Jara, Ivan Della Mea, Flavio Giurato, Patti Smith, i Suicide, i Crass, i Sonic Youth, Roberto Crescenzio, David Lynch, Werner Herzog, ancora e soprattutto una band torinese degli anni ’80 e tanti altri, infine un libro che li raccolga e testimoni anche i Franti più invisibili – Perché Franti era lì, antistoria di una band non classificata – per aggiornamenti, restate su queste frequenze.

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Durs Grünbein – Vertigo

Tutto ti fa girare: la vita tua, la terra, il vino rosso.
Ma chi mai vede la giostra sul quadrante dell’orologio?
Meglio l’oblio, abbracciati al corpo di una donna, e addormentarsi
beati come un feto ancora appeso al cordone ombelicale.
Seppellirsi in un ventre, fra due cosce, fino agli orecchi.
Che serve applicar l’occhio a una fessura, a che spiare?
Davanti hai sempre croci e cancelli, un mondo di settori.
A che pro dei binari, se non per divergere da qualche parte?
Richiamo di paesaggi collinari come di anni rimasti non vissuti.
Per ore si sta davanti a piatti, a sbucciar mele, con lo sguardo
alla bocca di fronte, a parole e monete già consunte.
Si sfora nell’ignoto, intanto a poco a poco l’anulare s’ingrossa.
Nulla è mutato, da quando il bimbo girava il suo primo mappamondo
finché i colori di deserti e oceani gli davan le vertigini.
L’uomo resta com’era, più lumaca che non razzo a stadi.
Anche un volo fra continenti termina con un pernottamento
in un misero hotel, poi la porta girevole ti sputa fuori.
Ci vogliono vocali per capire che qui tutto va in tondo?
Una sillaba come Dio? C’è da stupirsi che il muscolo cardiaco sobbalzi
se di notte il giorno è un gargarismo in una fauce nera come un sogno?

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“C’è stato un tempo che tutto era un giardino. Memorie d’Appennino”, di Giuliano Toccafondi – Pistoia, Biblioteca Forteguerriana, 28/10/14


Un mese fa ho scritto un omaggio a Spedaletto Pistoiese, quello che oggi è il mio paese adottivo, sull’appenninno tosco-emiliano di cui scrissi già qualcos’altro anche qui. In quel brano c’era un po’ di tutto, c’era anche chi avevo letto e mi aveva convinto a venire o restare in montagna, come alcune citazioni di Giuliano Toccafondi da un libro che, oltre e più che bello è realmente unico rispetto all’argomento e alla geografia particolare di cui si occupa,
C’è stato un tempo che tutto era un giardino – Memorie d’Appennino, edito da Settegiorni nel 2014 grazie alla cura e alla passione dei figli e dopo la morte del padre, avvenuta un anno fa. Mi sarebbe tanto piaciuto conoscerlo Giuliano, ma grazie ad alcune nuove e fortunate coincidenze appenniniche questo mio racconto è giunto sino alla figlia Diana, che mi ha scritto una bellissima mail invitandomi a presentare a Pistoia il libro del padre nell’evento qui segnalato e insieme a storici ed esperti del territorio pistoiese come Giovanni Contini Bonacossi e Claudio Rosati. Mi pare superfluo sottolineare il mio assenso alla proposta di Diana, quindi siete invitati il 28 ottobre alla Biblioteca Forteguerriana per la presentazione di un libro che, più che un semplice libro, è la testimonianza sincera e avvolgente di una vita vissuta in luoghi di cui l’autore è stato l’ultimo vero abitante e testimone, tra racconti circa i vecchi mestieri dell’Appennino, storie paesane ora buffe ora tragiche ma mai drammatiche, perché qui il tocco è fatto per gente all’antica (o “col risvolto dei pantaloni” diceva Pietro Germi, uno che avrebbe ammirato la vita di Toccafondi), appassionata alla realtà e al telegiornale. Il libro è già stato presentato lo scorso agosto a Monachino, paese d’origine di Giuliano Toccafondi, niente po’ po’ di meno che da Francesco Guccini e Bill Homes, che di questo libro rispettivamente curano la prefazione e gli inserti pittorici. A seguire, la cartolina d’invito ufficiale e la descrizione del volume fatta dal notiziario della Biblioteca San Giorgio e dalla Biblioteca Forteguerriana, che potete visionare al link www.sangiorgio.comune.pistoia.it/c-e-stato-un-tempo-che-tutto-era-un-giardino e www.forteguerriana.comune.pistoia.it/c-e-stato-un-tempo-che-tutto-era-un-giardino. E al termine, una canzone di Guccini piena di riferimenti all’Appennino e a uomini dell’Appennino. Prima, un acquerello appenninico di Bill Homes, un acquerello molto particolare: è un particolare della casa di Giuliano Toccafondi a Monachino.


Martedì 28 ottobre 2014, ore 17.00 – Biblioteca Forteguerriana, Pistoia

Presentazione del libro C’è stato un tempo che tutto era un giardino. Memorie d’Appennino, di Giuliano Toccafondi. Pistoia, Settegiorni Edizioni, 2014

Intervengono Luca Buonaguidi, Giovanni Contini Bonacossi, Claudio Rosati e Diana Marta Toccafondi

Il volume raccoglie i testi, in parte pubblicati e in parte inediti, che Giuliano Toccafondi ha scritto a partire dal 1993. Dalle sue pagine emerge una geografia interiore fatta di luoghi, di persone e di storie che ci accompagnano in un mondo scomparso, le cui radici fanno ancora parte di noi. Il libro contiene un’affettuosa prefazione di Francesco Guccini, che da anni era legato a Toccafondi da un’amicizia consolidata dall’amore “per questo territorio, per i suoi monti, i suoi boschi, i suoi fiumi, la sua storia e le sue tradizioni”. Hanno inoltre dato il loro contributo alla ricomposizione di questa memoria, che non è solo memoria personale ma memoria di un’intera comunità, l’archeologo Leonardo De Marchi e l’architetto Bill Homes, i cui acquerelli di paesi, case, ambienti della montagna punteggiano il volume con la forza di una vera e propria “memoria visiva”.

Nato il 24 settembre 1926 a Monachino, una frazione del Comune di Sambuca Pistoiese nella valle della Limentra orientale, Giuliano Toccafondi compì gli studi superiori all’Istituto Tullio Buzzi di Prato, diplomandosi come perito chimico, attività che poi esercitò nel corso della sua vita professionale. Il rapporto con la montagna e, in particolare, con i luoghi della sua infanzia e giovinezza, nei quali volle tornare ad abitare negli ultimi venti anni, rimase fondamentale per tutta la vita. Profondo ed appassionato conoscitore sia dell’ambiente che della sua storia, ha coltivato questo suo amore per l’Appennino sotto vari aspetti: attraverso le ricerche sul campo che lo portarono a ritrovare i “sassi scritti” della val di Limentra (vedi la pubblicazione I sassi scritti delle Limentre), attraverso la collaborazione con riviste come Nuèter, in cui pubblicò alcuni suoi scritti, ma soprattutto attraverso un costante scavo nella memoria e una innata capacità di raccontare, che ne fece per molti un punto di riferimento. È morto il 10 agosto 2013 nella sua casa di Monachino.


Giuliano Toccafondi si è spento nella sua casa di Monachino (Sambuca Pistoiese) all’età di 86 anni il 10 agosto 2013,  perito chimico in un’azienda tessile, collaborava con la rivista “Nuèter“, ha dato grossi contributi alle ricerche storiche sulla valle della Limentra, come ci racconta l’archeologo Leonardo De Marchi nell’appassionata introduzione al volume.

“Quel fiume è stato il mio maestro d’asilo, delle elementari e delle superiori”: così Giuliano Toccafondi scrive della Limentra nel libro che raccoglie i suoi racconti dedicati alla valle e ai boschi che ha amato per tutta la vita e di cui è stato la memoria storica. Preceduto da un’affettuosa prefazione dell’amico Francesco Guccini ed arricchito dai disegni dell’architetto e docente universitario Bill Homes, il volume raccoglie i testi, in parte pubblicati ed in parte inediti, che Giuliano Toccafondi ha scritto a partire dal 1993. Si tratta di una sorta di geografia interiore fatta di luoghi e di persone che, passando dalla grande alla “piccola” storia, ci restituisce un affresco della “vita che fu” nella Valle delle Limentre, tra Bologna, Prato e Pistoia.

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Tautologie della fortuna / Tautologies of luck – Un mio racconto su CONDO (tradotto in inglese)

Qualche mese fa una rivista che non conoscevo, CONDO, mi contatta per chiedermi di scrivere un racconto per il loro nuovo numero. Accettai la richiesta e il tema imposto per il nuovo numero, “Hai vinto la lotteria”, senza alcuna ulteriore imposizione/censura eccetera, potevo scrivere quello che volevo e come lo volevo e questo è quello che segue ne è esito, un racconto parzialmente personale e strettamente bizzarro per questo magazine online edito da sei crani sparsi per il mondo che ne curano anche la traduzione, è dalla traduzione del mio racconto per esempio che ho scoperto che “ANTANI” si dice “GOBBLEDYGOOK”. Vi consiglio di leggerlo e/o stamparlo dal sito perché ogni articolo, quindi anche il mio, è corredato da una cura grafica degna di nota e dalla traduzione completa in inglese a cura della redazione che potete trovare sulla loro homepage www.condozine.org. E se fate sul serio su C O N D O #6 potete leggermi a pagina 59 in italiano e 79 in inglese e/o qui con la solita grafica del cazzo di carusopascoski.

TAUTOLOGIE DELLA FORTUNA
tre prove infelici e un racconto felice

alla Nada

Prova numero 1 – TAUTOLOGIE DELLA FORTUNA

Un giorno del luglio scorso aprii la casella mail e vi trovai all’interno un messaggio firmato da una rivista di letteratura, in cui mi veniva chiesto un racconto di un paio di cartelle per il nuovo numero a tema imposto “Ho vinto alla lotteria”. Pensai subito: che tema di merda, non ne esco ritto. Ma risposi di si, perché pensai che le lotterie si vincono a furia di giocarle, anche se sono noti estemporanei casi di cronaca in cui l’unica giocata in una vita corrisponde a una vincita strabiliante, anche se questo non c’entra molto con lo scrivere un racconto, forse con l’avere un certo talento per la fortuna. Pensai secondariamente che per ciò che io ero di me stesso appena dieci anni fa era già una vincita degna di nota quella di esser chiamati dal nulla a scrivere per una rivista quando prima mi sarei persino vergognato di chiederlo io stesso, di poter scrivere sulle riviste.

No, così non funziona per niente. Peraltro non è neanche troppo carino nei confronti di Condo, sono proprio uno stronzo. Riproviamo.

Prova numero 2 – DIECI COSE CHE FAREI SUBITO DOPO
AVER VINTO UN SACCO DI SOLDI ALLA LOTTERIA

  1.  Urlo, rido, impazzisco di gioia e faccio tutto quello che Bluto di Animal House farebbe al posto mio tranne narcotizzare un cavallo. I soldi non corrompono anime sensibili come la mia! Il mio denaro non cambierà la mia vita, ma migliorerà quella del prossimo! Avanti compagni! (sulle note di Mi ha rovinato il ’68 degli Squallor) E prendo i primi contatti con Emergency.
  2. Chiamo i miei genitori e la mia ragazza promettendo sottomarini, mia mamma non può parlarmi perché sta limonando duro col cane, il mio babbo sviene al telefono, io mi preoccupo e nel dubbio gli compro l’ospedale di Pistoia inaugurando il reparto salumeria liberando quello di geriatria. Regalo il mazzo di fiori più grande di sempre alla Francesca, ottenuto disboscando mezza Amazzonia. Ho i soldi per ripiantarne tre volte tanta, tanto.
  3. Cazzo! Dove ho messo il biglietto? Che coglione. Il babbo mi richiama. Bestemmio fortissimo e metto il telefono nel freezer.
  4. Trovo il biglietto dentro una bottiglia vuota di whiskey e penso che devo starci più attento o mi sparo in bocca. Richiamo il babbo, sviene di nuovo. Mia mamma è già in carcere per ubriachezza molesta, compro il carcere perché in Italia non esiste la libertà su cauzione e medito di scendere in campo alle prossime politiche. Arriva un telegramma di Gino Strada: “Allora questi soldi?”. Lo trasformo in roast-beef e lo accompagno a una bottiglia di Dom Pérignon pre-napoleonica.
  5. Scelgo la colonna sonora del momento che cambia la mia vita per sempre. Ci metto nove ore. La scelta cade su Who let the dogs out il cui ritornello mi esalta e commuove fino alle lacrime, dopo aver scartato Neil Young, Bach, Rolling Stones, Neu!, Robert Wyatt, MC5, John Coltrane e tutta la musica che ho sempre amato. Ora ho i soldi, non ho più bisogno di darmi un taglio intellettuale!
  6. Ballo da solo, poi me ne vergogno, poi me ne frego, poi penso al da farsi, poi mi ricordo che non piscio da 12 ore. Piscio dalla finestra e faccio l’elicottero col membro ben in vista. È così che Bluto farebbe.
  7. Compro la Biblioteca Nazionale di Firenze trasformandolo nel mio studiolo privato e vietando l’ingresso a chi legge meno di 150 libri l’anno, produco il prossimo film di Werner Herzog per avere così motivo di diventare suo amico e confidente e acquisto il 5% dell’Inter spingendo per il ritorno di Oriali, il sequestro di Mourinho e l’acquisto di Tom Ince, figlio del grande ex Paul e sicura pippa. Infine, pongo un durissimo aut-aut a Zanetti perché credo ciecamente nella sua immortalità calcistica: o torni in campo o te ne vai a fanculo.
  8. Prendo un biglietto per il giorno dopo e di sola andata per l’India. Poi ne faccio subito un altro per lo stesso giorno per ogni altro continente noto all’uomo e cerco su google quando partiranno i primi viaggi spaziali civili. Chiamo la NASA per prenotarmi, ma mi impunto: voglio viaggiare con l’Apollo 11 con equipaggio russo e faccio esplodere la Guerra Fredda, che influenzo finanziando segretamente il Mossad, scusate volevo dire l’Isis.
  9. Inizio a scrivere un brano sulla fortuna, ma tutto quello che scrivo è tautologico e la rivista che me l’ha chiesto una roba da fricchettoni squattrinati. Mi richiamano i miei genitori. Il babbo ha già comprato un caseificio in Trentino dimezzando il fatturato con la sola prima cena, la mamma ha detto del biglietto vincente anche al dietologo, di conseguenza il cane si fa esplodere in un attentato kamikaze per difendere casa dall’assedio dai millantatori di crediti abbaiando “Allah Akbar!” e morendo da martire della rivoluzione capitalista della famiglia. Io mi ricordo che non ho ancora dato un solo centesimo in beneficenza e abiuro completamente qualsiasi fascinazione residua per la filantropia, corrompendo l’American Psychiatric Association al fine di includerla nell’Asse 1 del DSM VI. Che si fotta l’Amazzonia. Da domani sarò finalmente un capitalista tutto d’un pezzo e scommetterò sul crollo dell’Eurozona vendendo hedge found ai paesi più poveri del pianeta. Che sballo.
  10. Mi addormento sul divano con il biglietto finito invero nel culo di una minorenne egiziana nipote di Morsi. Sudo tantissimo, ma stavolta è tutto vero. Vorrei tornare ad essere il Luca che ho sempre conosciuto, ma ormai è troppo tardi: ho finito i soldi e il Gruppo Bilderberg che mi ha accolto con ogni onore per le meritorie azioni finanziarie del punto n.9 è pronto ad assumere un sicario per far esplodere il mio elicottero in volo su Manhattan. Da qui si dipana una fitta rete di incastri negli anni che riassumo brevemente: mi incastrano e finisco in cella con Totò Riina, di cui raccolgo il testamento spirituale in un libro best-seller dal titolo Minchia! e dirigendo la nuova mafia siciliana dal 41 tris e riconvertendola ai principi di equità sociale e non-violenza. Ottengo la scarcerazione e vengo nominato Cavaliere della Repubblica, mi candido alle elezioni ma mi scordo che il lider maximo Beppe Grillo le ha annullate. Vado in esilio a cazzeggiare a Londra come quando avevo diciotto anni, ma muoio dopo un quarto d’ora per cause sconosciute; il giorno dopo Scotland Yard mi ritrova impiccato sullo stesso ponte del Tamigi in cui venne ritrovato Roberto Calvi del Banco Ambrosiano. Il caso è archiviato come suicidio. Ai miei funerali si reca solo il grande amico Werner Herzog, che ne ricava un documentario di straordinaria intensità poetica, una parabola amara che si conclude con la rievocazione del discorso di Gesù ai mercanti ambientandolo nel nuovo deserto dell’Amazzonia che gli vale l’Oscar per l’Antani, istituito da me stesso.

Boh, non mi convince. Non credo mi abbiano contattato per questo. Potrà strappare una risata, ma al massimo può esser “bellino”, giudizio che sopporto meno di una stroncatura nazista.

Prova numero 3 – LA FORTUNA MI BACIA IN FRONTE

Mi piaceva essere premiato, mi ci aveva abituato il mio babbo che pochi anni prima mi mandava sempre a ritirare le coppe che vinceva per le maratone a cui partecipava. Io, timidissimo altrimenti, in quei momenti svelavo un’intraprendenza insospettabile. Ma non erano trofei miei, per quanto ne fossi orgoglioso e mi prestassi alle scenette richieste a un bambino medio con consumata sicura-insicurezza, per commuovere a colpo sicuro le vecchiette in sala – ho sempre avuto una passione per la terza età (ma non in quel senso, che andate a pensare, depravati!) -. Comunque: ero piccolo, avrò avuto sui sette-otto anni al massimo quando vinsi un prosciutto alla sagra di un paese collinare toscano di cui ora mi sfugge il nome. Eravamo con Giorgio, la Sandra e la Giulia, i miei zii putativi con la figlia, che se non mi ricordo male non vinsero niente. Dunque, quel giorno, io e io solo ero, incarnavo, inscenavo La Fortuna. Mi ricordo che comprammo un biglietto o forse qualcuno in più, mangiammo un panino nella piazzetta antistante il locale dell’estrazione e poi entrammo. O forse facemmo tutt’altro. Comunque, ricordo un salone che, se la memoria non mi inganna e l’immaginario tradizionale non mi confonde, aveva molta della classica Casa del Popolo della provincia toscana, quel tipo di luoghi che in quegli anni, fine ottanta, erano al canto del ciglio di un’epoca nobile tradita dai figli della tv. C’era un piccolo palco su cui avvenne l’estrazione, io non capivo niente, forse mi annoiavo anche, poi capii che s’era vinto, poi capii che s’era vinto il primo premio e in un attimo sentii il cervello invadermi di sensazioni contrastanti che sarebbero proseguite negli anni, ricorrenti come temporali settembrini in ogni attimo di gioia incomitante: contentezza per la vittoria, ansia per come mi sarei dovuto comportare e assoluto menefreghismo circa la natura del fantomatico premio. L’importante era aver avuto culo. Fu così che provai l’ebbrezza della fortuna per la prima inequivocabile volta. Il ricordo successivo è quello del mio babbo che tiene saldamente il prosciutto in braccio, si preoccupa di metterlo al riparo in macchina e poi torna a fare commenti cazzoni per ridere insieme a Giorgio, mentre la mia mamma si compiace dell’avvenimento con forse maggior spirito fanciullo di quanto ne avessi io anche di fronte al primo dolcissimo bacio in fronte della Fortuna in persona.

Ok, già meglio, però questi qui mi hanno chiesto due cartelle, bel casino.

(…)

Ma porcaputtana, come ho fatto a non pensarci prima!

LA FORTUNA MI BACIA IN BOCCA

La parola lotteria per me è e sarà sempre la Nada. La Nada è, appunto, la mia nonna vinta alla lotteria. La storia, brevemente, è questa: andavo alle elementari quando la tata Giovanna si occupava di me e della casa quando babbo e mamma erano a lavoro. La tata Giovanna non era una cattiva persona e a suo modo senz’altro mi voleva bene, ma semplicemente svolgeva la sua mansione e la finiva lì. Non mettere amore nel mestiere della tata però è come non mettere il soffritto di cipolla nell’amatriciana. Poi fece un paio di cacate, tipo che un giorno sparì una tartaruga dal giardino, e soprattutto odiava le mie costruzioni di Lego, additando ad esse un ostacolo insormontabile nel corretto svolgimento delle pulizie casalinghe; così, me le smontava sempre e ogni volta che veniva io dovevo ricostruire, come dopo un terremoto. Costruire cose per me voleva dire vederle crollare, non escludendo il potenziale allegorico di questa frase in altri ambiti della vita che mi sarebbe venuta in sorte di lì a poco. Se non ho mai avuto l’ambizione di fare l’ingegnere è per colpa della Giovanna che faceva crollare anche la più salda delle strutture da me edificate. Sarei stato paralizzato dalla paura a fare quel mestiere sul serio, così ho scelto di occuparmi della paura e chi ha paura, ma questa è un’altra storia, perché poi in casa arrivò la Nada, che non si accontentò della casa ma volle entrare anche dentro la vita di chi l’abitava con una grazia tutta sua.
Ricordo che quando mi venne comunicato il cambio di tata la mia unica preoccupazione era il dannato Lego. La mamma mi rassicurò, sentii presagi di un futuro migliore, ma non avrei osato sperare nella lotteria che mi sarebbe capitato di vincere, pensavo che sarei restato col rimpianto di non aver potuto vivere insieme ai nonni, lontani per cause naturali o parentali. Ma la Fortuna stavolta mi volle dare un bacio in bocca, altroché sulla fronte. La prima volta che ho visto la Nada l’ho vista di spalle, mentre spolverava la bilancia in camera dei miei genitori. Io tornavo dalla pineta dove ero stato a giocare a pallone col babbo e un amico; insomma, ero preso bene, come si dice oggi. Non ricordo cosa ci dicemmo, mi ricordo che all’epoca ero ancora una mezzasega e lei si dovette un po’ chinare per salutarmi, parlarmi, fare la conoscenza d’un bambino che aveva sempre visto andare in su e in giù davanti a casa sua (ossia, davanti a casa mia) ma che, come capita oggi nei quartieri residenziali delle città, non c’è modo di avvicinare con la naturalezza di un tempo andato. Ciò che posso assicurare è che ebbi subito la sensazione di potermi fidare di quella donna che io non avevo mai visto prima. Da lì nacque un rapporto che potrei descrivere in non meno di quattrocento cartelle, ma che posso comunemente riassumere come il rapporto che si crea tra una nonna dolcissima e un nipote fedele alla linea e descrivendo cos’è da due decenni lei per me attraverso un’immagine: una donna di settant’anni che alza un divano enorme con un braccio e con l’altro passa sotto di esso l’aspirapolvere, con una torsione posturale che troncherebbe la schiena del 97% dei suoi coetanei e salutandomi con una terza mano che con me ha sempre avuto per ogni evenienza, anche se immagino che sia difficile da immaginare nella scena che vi propongo. Lo so, anche per me la forza fisica e d’animo della Nada ha origini e fattezze misteriose. Una volta mi raccontò persino che da ragazza ha avuto la TBC e se ne è accorta per caso dopo due anni. Lei si sentiva, tutto sommato, bene. Che toro!
Tra i tanti pregi della Nada sceglierò quelli che ho ammirato di più: la discrezione smodata e la testa dura, ma dura così. A ben vedere due difettucci che di lei ho invece sempre amato come icone devozionali e che mi ha prima insegnato e poi ha intuito in me non di rado prima dei miei stessi genitori, amici e fidanzate. Per esempio, nonostante abbia sempre saputo di essere qualcosa di ben più di una tata e di meno di una nonna solo per ciò che concerne l’anagrafe e il genotipo (ma non il fenotipo), la Nada ha sempre rifiutato qualsiasi invito a cena nonostante io sia stato a mangiare a casa sua non meno di 500 volte tonde-tonde, e con lei i figli Sergio e Serena a sopportare questa caccola spuntata dal nulla che rispondeva al mio nome. Nessuno ha mai capito il perché, ma ad ogni tentativo di averla con noi a tavola lei ha sempre opposto rifiuti educatissimi che noi provavamo a far cadere ma che alla fine rispettavamo come parte del suo particolarissimo e indispensabile modo di volerci bene e proteggerci, una premura primordiale, archetipica e stranamente paterna.
Questo tratto del suo carattere a volte tocca picchi controversi: mi è toccato convincerla di persona per averla in prima fila alla discussione della mia tesi di laurea e al pranzo rituale che ne è seguito. Lo ammetto, se non veniva mi avrebbe fatto incazzare per la prima volta in vent’anni che ci conosciamo. Ma è venuta, ed era prevedibilmente emozionatissima. Cercava di non darlo a vedere, ma io incalzavo lei e i miei amici più estroversi e al contempo misurati nei modi per coinvolgerla come desideravo. E come è accaduto infine, tanto che per spiegare a una mia amica la particolarità del suo essermi nonna (anche se all’anagrafe risultiamo due sconosciuti) abbiamo coniato insieme il ruolo parentale di la mia nonna vinta alla lotteria, per cui oggi sono qui a parlarvi di lei in questi termini.
Oggi la Nada non si occupa più di casa nostra con la costanza di un tempo, a ciò si aggiunga che questa nel frattempo è diventata la casa dei miei genitori e di conseguenza ci vediamo meno di prima perché io sono sempre in giro o a casa mia (non più davanti alla sua, purtroppo) e perché la sua proverbiale discrezione e testardaggine le proibisce intimamente di venirmi a trovare, trovando sempre nuove scuse che me la fanno amare ancora di più e che, misteriosamente, fanno crescere con gli anni la nostra intesa unica, profonda e inaffondabile.

Per questo e altri motivi posso oggi raccontarvi come ci si senta ad aver vinto la lotteria.
E, ancora, è in questo e altri modi che può nascerne, se uno vuole, un racconto.
Grazie a chi mi ha dato modo di scriverlo con tutte le licenze del caso.


Tautologies of Luck

Three unhappy attempts and a happy story
(traduzione a cura di CONDO & Chloe Anderson)

to Nada

Attempt number 1 – Tautologies of Luck

One day, last July, I opened my email and found a message from a literature magazine in which I was asked to write a tale, a couple of pages long, for the new issue on the topic: “I won the lottery.”
I immediately thought: what a shitty topic, I can’t do that.
Nevertheless, I said ‘yes’ based on the logic that lotteries are won only as a consequence of playing them, even if there are well known exemplary cases in the news in which a one-off  gamble corresponds to an astonishing win. Although this has nothing to do with writing a story, perhaps just with having a talent for luck.
Additionally, I thought that considering where I was just ten years ago, it was already a noteworthy win to be called out of nowhere to write for a magazine, when before I would be too ashamed to even ask to write for a magazine.

No, this is not working at all.
Moreover, it is not very nice towards Condo, I’m an asshole.
Let’s try it again.

Attempt number 2 –
TEN THINGS I WOULD IMMEDIATELY DO AFTER WINNING A LOT OF MONEY IN THE LOTTERY

  1. I scream, I laugh, I am overjoyed and I do everything Bluto from Animal House would do in my shoes, with the exception of drugging a horse. Money does not corrupt sensitive souls like mine! My money will not change my life but it will improve the life of my neighbour! Forward comrades! (to the tune of Mi ha rovinato il ’68 by Squallor). And I take the first contact with the NGO Emergency [note #1].
  2. I call my parents and my girlfriend promising them submarines. My mum can’t answer because she is making out with the dog, my dad passes out on the phone. I’m getting worried so, just in case, I buy him the whole of Pistoia hospital, inaugurating the cafeteria instead of the geriatric ward. I give Francesca the largest bouquet ever: I got it by deforesting half of the Amazon but I have the money for reforesting it three times as much, so who cares?
  3. Fuck! Where did I put my ticket? I’m an asshole. My dad calls me back. I swear extremely loudly and put the phone in the freezer.
  4. I find the ticket in an empty bottle of whisky and I think ‘I have to be more careful or I’ll end up shooting myself in the foot’. I call Dad back, he passes out again. My mother is already in prison for dangerous drunkenness and, as bail doesn’t exist in Italy,  I buy the whole prison, then think about taking part at the upcoming elections. I receive a telegram from Gino Strada [note #2]: “What about the money?”. I turn it into roast beef and I combine it with a Pre-Napoleonic bottle of Dom Pérignon.
  5. I choose the soundtrack for the moment that changed my life forever. It takes me nine hours. After discarding Neil Young, Bach, Rolling Stones, Neu!, Robert Wyatt, MC5, John Coltrane and all the music I’ve always loved, the choice goes to ‘Who Let the Dogs Out?’. Its chorus excites me and moves me to tears. Now I have money I don’t need to have an intellectual style.
  6. I dance by myself, then I feel ashamed, then I don’t care, then I think about what to do, then I remember that I’ve not peed for 12 hours. I pee from the window and I do the helicopter with my phallus in full view. Just like Bluto would do.
  7. I buy the National Library of Florence turning it into my private studio and deny entry to those who read less than 150 books a year. I produce the next Werner Herzog film in order to become his friend and confidant and purchase 5% of Inter Milan, pushing Oriali to going back into play,demanding Mourinho to resign and the purchase of Tom Ince (son of former player Paul and a total wanker). Lastly, I place a harsh ultimatum to Zanetti because I blindly believe in his footballing immortality: either you come back on the field or fuck off.
  8. I book an one-way ticket to India for the next day. Right away I book another for the same day to every other continent known to man and I Google when the first civil space mission is going to leave. I call NASA to reserve, but I dig my heels in: I want to travel in the Apollo 11 with the Russian crew. I then trigger the Cold War which I secretly influence by funding the Mossad. Oh sorry, I meant the Isis..
  9. I start to write a piece about luck, but everything I write is tautologal and the magazine I write for is the typical broken nerd’s mag.
    My parents call me back. My dad has already bought a dairy in Trentino, halving the turnover with just the first dinner, mom told the nutritionist about the winning ticket, as a result the dog blows himself up in a kamikaze attack in order to defend the home from the siege of fake creditors, barking “Allah Akbar!” and finally dying as a martyr of the family capitalist revolution. I remember that I still have not given a single penny to charity and I completely abjure any residual fascination for philanthropy. I corrupt the American Psychiatric Association in order to include it in the first axes in DSM VI. Fuck the Amazon. From tomorrow I’ll finally be an upright capitalist and I’ll bet on the collapse of the Eurozone, selling hedge funds to the world’s poorest countries. What a hoot.
  10. I fall asleep on the couch with the ticket in a young Egyptian girl’s ass (Morsi’s granddaughter). I sweat a lot, but this time it’s all real. I would go back to being the Luca that I’ve always been, but it is too late: I ran out of money and the Bilderberg Group who welcomed me with all honour for meritorious financial actions (see point 9) is ready to hire a hitman to blow up my helicopter flying away over Manhattan. From here a dense series of events unfolds over the years, I’m going to shortly sum it up: they stitch me up and I end up in jail with Totò Riina, from whom I collect the spiritual testament in a best-seller book called „Minchia!” [note #3]. I end up directing the Sicilian Mafia from 41 tris [note #4] and converting it to equal, social, non-violent values. I get released and am appointed Cavaliere [note #5], I stand as a candidate for the elections but have forgotten that the “Lider Maximo” Beppe Grillo has cancelled them. I go into exile and dick around in London like when I was eighteen, but I die after a quarter of an hour due to unknown causes; the day after, Scotland Yard find me hanged on the same deck of the River Thames on which Roberto Calvi of Banco Ambrosiano was found. The case is filed as suicide. Only my great friend Werner Herzog goes to my funeral; he gets a documentary of extraordinary poetic intensity out of it: a bitter parable ending with the re-enactment of Jesus’ Sermon to the merchants in the temple, setting it in the new wilderness of the Amazon, winning him an Oscar for Antani [note #6], established by myself.

Dunno, I’m not convinced. I don’t think I should have been contacted for this. You can get a laugh, but at most it can be “quaint” a judgment that I have more contempt for than the neo-Nazi, Hatchet.

Attempt number 3 – Luck kisses me on the forehead

I used to like being rewarded. My dad got me into it, he always sent me to pick up the cups he won in the marathons he took part in. Usually very shy, in those moments I showed an unexpected initiative. But they weren’t my trophies, even if I was really proud of them and I  fooled around in the way that people were expecting from an average kid with a experienced confident lack of self-confidence, making the old ladies cry in the room- I’ve always loved elderly people (but not in that way, you perverts!).
Anyway, I was little, seven or maybe eight at the most, when I won a ham in a country festival in the middle of the Tuscan hills in a village whose name I don’t remember right now. We were with Giorgio, Sandra and Giulia, my putative aunt and uncle and their daughter: if my memories are right, they won nothing. So, that day I, and only I, played with Fortune. I remember that we bought a ticket, or maybe some more, we ate a sandwich in the little square right in front of the lottery draw room, then we got in. Or maybe we did everything else but this. Anyhow, I remember a big room – if my memory doesn’t play tricks with me and if I’m not getting confused with the traditional unconscious. It was looking like the classic Casa del Popolo [note #7] in the Tuscan boondocks, one of those kind of places that, at that time at the end of 80s, were at the end of an age betrayed by kid’s television. There was a small stage, where the the lottery draw took place, but I wasn’t really aware of what was going on- maybe I was even bored- then I understood that we won,  that we had won the first price. Immediately I felt conflicting sensations in my brain, which I felt again in following years, like a September storm, every joyful moment: happiness for winning, anxiety for the behavior I should have and a couldn’t-care-less attitude about what the price might be.
The important thing was being bloody lucky. That is how I felt, for the first unmistakable time, the thrill of luck. The next memory is of my daddy holding the ham tightly under one arm, taking care of it and putting it safely in the car. Then he comes back saying some nonsense and laughing with Giorgio, while mummy wallows like a kid, maybe more than me, the first time that the Fortune in person gave me a kiss on the forehead.

OK, this is better, but they asked me two pages, what a mess.
(…)
Holy shit, why didn’t I think about it before!

LUCK KISSES ME ON THE MOUTH

The word Lottery for me has always meant, and will always mean, “la Nada”. La Nada is, in effect, the Grandma I won in the lottery. The story, in a nutshell, is the following: during elementary school, my nanny, Giovanna, took care of me while my parents were at work. My nanny Giovanna wasn’t a bad person and she sort of loved me, in some way, but she was simply doing her job, nothing else. However, not giving real love as a nanny is like not adding onion to an amatriciana pasta. Moreover, she messed up a couples of times: for example one day a turtle “disappeared” from our garden. Above all, she used have an intense hatred of my Lego, accusing them to be an huge obstacle with regards to housework. Consequently, she used to regularly dismantle my Lego, and every time she came I had to rebuild them, like in the aftermath of an earthquake.
Building up stuff meant to me “watching them collapse”. The allegorical potential of this sentence with regards to other walks of life (which did actually happened after a while) does not go unnoticed. If I never wanted to become a engineer, it is all Giovanna’s fault, who was destroying even the most stable structure I built. I would have been paralyzed with fear if I had seriously taken up engineering, so instead I decided to, as a job, take care of fear and the people who feel it. However, this is another story because afterwards Nada arrived and didn’t just enter our house, but into the lives of the people occupying it. I remember when I heard about the nanny change, my only concern was about that damned Lego. My mother reassured me and I felt a positive premonition for a better future. I did not dare to hope for the lottery I actually ended up winning. I thought I would have always have to live with the regret of living away from my grandparents (far away due to the nature of my family). However, this time Fortune didn’t want to kiss me on the forehead but on the mouth. The first time I saw la Nada, I saw her from behind, while she was dusting in my parent’s bedroom.
I was coming back from the pine forest where I was playing football with my dad and a friend; in short, I was on a high, as it is said nowadays. I don’t remember what we said, but I do remember that, at the time, I was still a loser child. She had to bend down to say hello, introduce herself and speak with that kid she used to see in front of her house (equally in front of my house), who was impossible to get in contact with, as it used to be in the past; this is a typical nowadays situation in urban residential areas.
What I can assure you is that I soon had the feeling that I could trust that woman more than anything I had ever experienced. From there onward, the relationship built between us was something I could describe in, at least, four hundred pages, but I could also sum it up as the commonly known relationship between a sweet Grandma and a faithful grandchild. To describe what she has meant to me for two decades through an image: a 70 year old woman lifting up a huge sofa with only one arm, while dusting with the other arm, a vacuum cleaner under the sofa in a body torsion which would have killed 97% of people her age, and, furthermore, waving at me with a third hand- the hand she always has for me, even if it is difficult to imagine as a real scene.
I know, I also have doubts about the mysterious origins of Nada’s physical and psychological strengths . One time she even told me that when she was a child she had TB but didn’t notice, discovering only after two years, because, all in all, she was feeling quite alright. What a bull!
Among Nada’s qualities, I choose those which I admired the most: her unrestrained discretion and her stubbornness (excessive stubbornness). The same qualities were also two little lacks indeed, that I always loved like devotional images, two lacks she thought me, at first, and saw in me afterwards, earlier even than my parents, friends and girlfriends. For example, she was always aware that her role was something between more than a nanny and something less than a real Grandma (only with regards to the facts concerning the Office of Vital Statistics). The genotype (not the phenotype): she has always refused any invitation to dinner, even though I dined at her place at least 500 times- in a rough estimation. Not to mention the patience of her two children, Sergio and Serena, who had to tolerate that pain in the arse, named Me, coming from nowhere.
Nobody has understood the reason, every single time we tried to invite her for dinner she always answered with some gentle refusal, which we have always tried to turn but in the end respected her response and saw it as her, very personal and particular, way to love and protect us: a primordial, archetypical, strangely paternal concern.
This aspect of her character sometimes aroused controversy: I had to personally convince her to be present, in the front row, during my graduation ceremony and attend the party afterwards. I admit, if she hadn’t have come, she would have made me go crazy for the very first time in all the time that I’ve known her. In the end she did come and was really touched, as expected. She tried to hide her emotions, but I, along with the most extroverted but moderated among my friends, pressed her to come and involved her as I wanted.
It was by explaining to a friend how she was a sort of grandmother that I ended up coining the phrase “I won my grandmother in a lottery” and that’s why I’m here to tell you about her.
Nowadays la Nada doesn’t look after our house as she used to. What’s more, our house became, in the meantime, my parent’s house and as a result, we see each other less often. I’m always running around, living at my place (unfortunately no more in front of her place) and her proverbial discretion and stubbornness forbids her to visit me, finding new excuses that I love more and more. The same excuses which, mysteriously, make our unique, deep and unshakable understanding grow year after year.

For this reason, alongside others, I can tell you today how it feels to win the lottery.
And, additionally, from this start, alongside others, another story can begin.
Thanks to all those who gave me the chance to write it in this license-free way.

Notes
[note #1] Emergency is an Italian independent NGO providing medical treatments.
[note #2] Gino Strada is the founder of the Italian NGO Emergency.
[note #3] Sicilian word for “What the fuck!”
[note #4] Invented law inspired by the Italian law 41bis about hard condition detention for mafia boss.
[note #5] Knights of the Order of Merit of the Italian Republic. Silvio Berlusconi is also known as “Cavaliere”.
[note #6] Oscar for Gobbledygook.
[note #7] Municipality public hall, in origin resistant reunion places.
 
 

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Beck – Morning Phase

Altro album già prenotato per la top 20 annuale. E’ tornato il Beck di Sea Change, ossia l’antitesi del Beck più weird. Un classico istantaneo del folk rock, riesce a far dialogare la delicatezza di Nick Drake con la maturità di Neil Young. Disco di risvegli, siano essi quotidiani o spirituali. Intanto, uno dei miei pezzi dell’anno:

* Articolo pubblicato su i.OVO – www.iovo.it/beck-morning-phase

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Randagio è l’eroe – Omaggio a Loukanikos, il cane della rivolta greca

Per anni ha presenziato in prima fila alle maggiori proteste di piazza in Grecia contro la Troika, spesso seduto tra manifestanti e polizia, talvolta nel mezzo a lacrimogeni, molotov, incendi, sempre dalla parte dei manifestanti o sarebbe meglio dire contro la Polizia in assetto antisommossa, passando ore ed ore ad abbagliare contro i poliziotti. Dopo Laika, l’uomo continua a pescare nel regno animale simboli forti in un mondo che forse non ne ha mai avuti così pochi. “Randagio è l’eroe”, scriveva Giovanni Arpino, e così questo cane greco è diventato una sorta di eroe nazionale. La sua storia nasce da alcune foto degli scontri che ritraevano ripetutamente un cane beffardo aggirarsi nella folla, ha mosso da subito incredulità diffusa costringendo anche il sottoscritto, assai distante dalla retorica animalista, a tesserne abusati elogi antropomorfi: non c’è alcun trucco, la sua storia è tanto vera tanto  inspiegabile. Che darei per capire che gli passasse per la testa in certi momenti, cosa lo spingesse a stare lì e a schierarsi così nettamente per una delle due parti. Per omaggiare questo cane leggendario ecco una galleria di belle foto di Loukanikos (riprese da varie agenzie internazionali), morto in questi giorni all’età di dieci anni, qui in assetto da guerriglia urbana.

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Monica Matticoli – Dalla saggia carezza del tempo (da “vdb23 |nulla è andato perso”)

Il testo di Monica Matticoli che state per leggere è pensato come un cameo di Miro Sassolini nel brano “Rinascere” dell’album del 2013 Nulla è andato perso di Gianni Maroccolo e Claudio Rocchi (qui purtroppo nella sua ultima impresa musicale), qui come vdb23. Per realizzare questa suite (musiche di Maroccolo) hanno partecipato, in ordine di voce: Miro Sassolini, Monica Matticoli, Cristina Donà, Claudio Rocchi, Franco Battiato,Cristiano Godano, Ivana Gatti, Piero Pelù, Massimo Zamboni e Emidio Clementi. Questo è un disco bellissimo e assai bizzarro per i tempi e le poetiche contemporanee. Qui si restituisce al pubblico un pensiero, un’emozione e una suggestione profonda e indefinita anziché gli slogan usa&getta che tanto vanno di moda nella letteratura e nella musica indie. Per fortuna la musica indipendente italiana è ben altro. E anche la poesia. Oggi, entrambe, sono soprattutto questo.

Dalla saggia carezza del tempo

E si leva un vento e una sete
a tagliare in due la storia – le gambe
magre dell’infanzia, il bianco e
nero dell’estate.

Sciolte le trame possibili
la sorte si slega
dalle mani: cadono anelli e bellezze
nascono soglie e sogni, fermi
dentro agli occhi fermi.

Ho fatto a pezzi il tempo per trovarti,
sfidando la disciplina delle cose
quando la furia si fa sera
e s’aprono passaggi dentro al nome
– resti d’ovature, un orologio che
s’attarda
silenzi di respiri.

Inviolabili come desideri
avverati, ci siamo fatti trovare dal tempo
con la pronunzia degli ultimi nati:
perfetti, incontro al giorno che
si svela.

Musica di Gianni Maroccolo

Testo di :
Monica Matticoli, Cristina Donà, Claudio Rocchi, Franco Battiato, Cristiano Godano, Ivana Gatti, Piero Pelù, Massimo Zamboni e Emidio Clementi.

Marok / Basso & electronics
Clarock / Voce,chitarra acustica, chitarra elettrica,celeste
Beppe Brotto / Sitar, esraj
Massimo Zamboni / Chitarra elettrica
Alessandra Celletti / Pianoforte

Voci :
Miro Sassolini, Monica Matticoli, Cristina Donà, Claudio Rocchi, Franco Battiato, Cristiano Godano, Ivana Gatti, Piero Pelù, Massimo Zamboni e Emidio Clementi.

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Thee Silver Mt. Zion Memorial Orchestra – Fuck Off Get Free We Pour Light On Everything

Se volete spiegare come si possa ogni volta essere più espliciti e intensi, fate l’esempio di questo mostruoso collettivo post-rock che si presenta sempre con nuovi nomi ma mantiene la stessa poetica impietosa e lacerante. Disco-epica della contemporaneità in presa diretta e catartica, ecco il blues orchestrale ai tempi dell’austerità.

* Articolo pubblicato su i.OVO – http://www.iovo.it/thee-silver-mt-zion-memorial-orchestra-fuck-off

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Dario Marsic – Del successo delle serie tv e della loro incapacità a finire

Mi chiedo se il successo delle serie televisive, che spesso si tirano per le lunghe ben oltre quello che sarebbe il loro ciclo vitale, e la plateale incapacità di dar loro una conclusione, procrastinandola all’infinito, abbia a che fare, più che con motivazioni commerciali, con l’incapacità di concludere le cose, di trovare una chiusa decente e di prendersi la responsabilità di dare una forma alla realtà; e mi chiedo quindi se non sia la conferma di un empasse o comunque espressione della rinuncia a cercare di rappresentare il mondo.
Ci stiamo dimenticando come si usa il coltello e perché?

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Una cosa noiosa che non farò mai più

Ai corsi HACCP si insegna a mettere il frigo da 0 a 4 gradi, a lavare le uova solo in caso di alluvione eccetera. E’ un’esperienza formativa quanto girarsi attentamente i pollici. L’industria della prevenzione, che nei corsi HACCP tocca uno dei suoi apici, oltre a garantire stipendi a biologi che insegnano come conservare prodotti agricoli senza aver mai zappato la terra (perché “i prodotti industriali sono più sicuri”), non tengono conto di una serie di fattori. Il primo e l’unico serio che enuncerò è la mole di studi che dimostra i benefici immunologici dovuti all’esposizione moderata ad agenti batterici. Ma soprattutto e ben più grave, non tengono conto dei benefici indiretti nel leccarsi le dita dopo aver preparato un dolce alla crema, di come secondo i loro precetti la generazione dei nostri bisnonni dovrebbe esser stata sterminata a causa della cattiva conservazione degli alimenti (e invece, toh guarda, sono sopravvissuti a questo e a due guerre mondiali) e soprattutto di come da quando è iniziato il corso brami di nuovo una palak pakora così come viene servita nelle baracchine marce delle strade trite delle città indiane: avvolta tra due pagine di quotidiano locale, preparato a mo’ di cono con la salsa in fondo che si mischia ai caratteri di stampa e la glassa che si contamina con le notizie di cronaca. La prima lezione del corso è iniziata con la docente che ci raccontava come l’HACCP sia stato inaugurato dalla NASA per far fronte alla prima missione umana nello spazio. Mi veniva voglia di risponderle che alla luna preferisco una palak pakora untissima. Nella foto: un migliaio di tenerissimi agenti patogeni nel posto dove ho mangiato la miglior palak pakora della mia vita.

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Il volo degli aquiloni poetici – Fiesole, 27/09/14

Cose belle: domani sarò a leggere alcune mie poesie a Fiesole per festeggiare un laboratorio poetico per bambini curato da Lo Stato della Poesia. A partire dalle 15 ci saranno una serie di attività per grandi e piccini, tra cui uno spazio per letture poetiche che ospiterà anche il sottoscritto e tante altre iniziative. A domani!

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Luca Buonaguidi, Collective Nimel & Daniele Gaudiano – Ho parlato alle parole

Nella tarda primavera scorsa la casa editrice Oèdipus fece la scelta suicida di pubblicare i miei scritti poetici riuniti in quello che è Ho parlato alla parole, il mio secondo libro di poesia. Era qualche anno che non mi cimentavo nei reading di presentazione dei miei libri che negli ultimi mesi sono stati invece assai frequenti e continueranno, si spera, a lungo. Mi giunse così la proposta di Diego Pinna, coetaneo con cui condividevo gli studi universitari, benché non ci siamo mai visti a lezione ma sempre ai concerti più assurdi sparsi per la Toscana: Diego mi proponeva di sonorizzare il mio reading formando per l’occasione una band che riuniva amici musicisti di stanza a Praho (ovvero: Prato), il Collective Nimel (da maiale, in romagnolo) composto da Diego, Tommaso Galione, Tommaso Diana, Valerio Orlandini e Lorenzo Sguanci. Accettai di corsa e, dopo un paio di prove nei capannoni della provincia cronica pratese e diverse birre ci siamo lanciati nel reading che qui presento. Il reading in questione si è tenuto il 29 aprile 2014 al Controsenso di Prato, club con una programmazione di concerti eccellente e uno specifico spazio, Suburban Volk, creato appositamente per dar voce alle realtà più sperimentali che si muovevano nel sottobosco toscano. Il reading prevedeva, oltre alle mie letture musicate dal Collective Nimel, la proiezione dei video del mio grande amico e sodale Daniele Gaudiano, pittore di stanza a Pieve a Nievole (PT) con cui condivido ogni ascolto da più di dieci anno, per l’occasione alla consolle. Alla comitiva si sono aggiunti due amici valdinievolini, OhA e Francesco Niccoli, rispettavamente fotografo e pittore, che si sono offerti di fare le riprese e montare il video. Questo video quindi è il riassunto di una serata e di una collaborazione tra tante teste diverse, qualcosa in cui ognuno di noi si è sperimentato in una nuova veste, a partire da me stesso: date le ambientazioni sonore vagamente dark dell’ensemble che mi accompagnava, ho cercato qui di dare spazio a quelle liriche che meglio si prestavano alla musica (detto in parole povere: ai ragazzi piace il krautrock e io mi sono adeguato con krautletture), in uno spettacolo di poesia, improvvisazione e antani, definito da Lercio come “il più grande dai tempi dei sermoni di Papa Roncalli”. Ringraziando uno a uno le persone che erano con me sul palco e il Controsenso di Prato, lanciamo qui il video completo dell’esibizione su cui sproloquio da una ventina di righe, che mi sono servite a ammorbidire l’imbarazzo nel rivedermi in video e rendere concepibile a me stesso l’idea di diffondere tutto questo, sperando comunque di farvi cosa sgradita. Se invece sei il gestore di un locale e vuoi riproporre questa cosina qui, contattaci all’144-144-144. Buona visione.

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David Crosby – Croz

Il grande ritorno dell’autore di “If I Could Only Remember My Name“, cimelio 70’s della generazione di ex hippie e riferimento assoluto per i cantautori a venire. Disco serenamente inquieto di un uomo che pare aver finalmente trovato pace dopo una vita turbolenta tra droghe, carcere e altri casini.

* Articolo pubblicato su i.OVO – http://www.iovo.it/2014/07/david-crosby-croz

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Blaise Cendrars – Fogli di viaggio

Blaise Cendrars, all’anagrafe Frédéric-Louis Sauser, è stato uno scrittore svizzero naturalizzato francese. Protagonista dell’avanguardia degli anni Dieci e amico di Apollinaire, Chagall e Le Courbusier, ebbe un ruolo fondamentale nelle ricerche più innovatrici della modernità e fu un instancabile viaggiatore. I suoi taccuini di viaggio sono minuziose, bizzarre e appassionate diapositive dei paesi che visitò e dei sentimenti comuni a quell’anatomia dell’irrequietezza su cui Bruce Chatwin ha scritto libri su libri. Questi Feuilles de route, pubblicati a Parigi nel 1947, si presentano come un diario di viaggio in Brasile, sospese tra prosa e poesia e tra andata e ritorno. Qui se ne presentano tre testi tradotti da Rino Cortiana e pubblicati in uno splendido volume edito da Libri Scheiwiller nel 1992 che ho consumato in una nottata.

Mi hai detto se mi scrivi
Non scrivere tutto a macchina
Aggiungi una riga di tuo pugno
Una parola una sciocchezza una cosa da niente
Sì sì sì sì sì sì sì sì

Eppure la mia Remington è proprio bella
L’amo molto e funziona a meraviglia
La mia scrittura è netta e chiara
Si vede molto bene che sono stato io a scrivere

CI sono degli spazi che solo io so fare
Guarda dunque come è battuta la mia pagina
Tuttavia per farti piacere aggiungo a penna
Due o tre parole
E una grossa macchia d’inchiostro
Per impedirti di leggerle

***

L’aria è fredda
Il mare è d’acciaio
Il cielo è freddo
Il mio corpo è d’acciaio
Addio Europa che lascio per la prima volta dal 1914
Nulla mi interessa più a bordo neppure gli emigranti dell’interponente ebrei russi baschi spagnoli portoghesi e saltimbanchi tedeschi che rimpiangono Parigi
Voglio dimenticare tutto non parlare più le tue lingue e coricarmi con negri e  negre indiani e indiane animali e piante
E fare un bagno e vivere al sole in compagnia di un grosso banano
E amare la grande gemma di questa pianta
Segmentare me stesso
E diventare duro come un ciottolo
Cadere a picco
Andare a fondo

***

Oggi sono forse l’uomo più felice del mondo
Possiedo tutto ciò che non desidero
E alla sola cosa cui tengo nella vita d’ogni giro d’elica mi avvicina
E forse arrivando avrò perduto tutto

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I 10 libri di carusopascoski

Ci ho ripensato, mi è venuta voglia di scrivere i miei 10 libri visto che l’alternativa era studiarne uno che proprio mi annoia e che non è un male se una volta su facebook tutti si mettono a parlare di libri; mi sembrava da snob, io che ne parlo sempre, non farlo proprio stavolta.
No, non indico qui i libri più importanti della mia vita perché sono ancora all’inizio della mia vita di lettore, se tutto va bene, si capisce. Questi quindi sono i 10 libri che nell’ultimo anno di letture hanno smosso in me quei bulloni che dirigono il cuore e il cervello, disposti in ordine cronologico dal primo movimento avvenuto la scorsa estate a quello dell’altroieri. Si è creata involontariamente una lista in cui convivono armonicamente romanzi, poesie e saggi sugli argomenti più disparati. Il filo conduttore di questi libri è l’essere testimonianze viscerali del percorso di vita, ricerca o scrittura che le attraversa, sono libri che hanno una energia colossale e sostengono o sottendono una poetica travolgente, che trascende persino i contenuti che veicolano. Valgano dunque più che come indizi biografici, come una serie di consigli per fare letture belle e rivoluzionarie.
Naturalmente non potevo riuscire a stare nei dieci e come undicesimo trovate una sorpresa di cui sentirete parlare ancora, qui e altrove. È un capolavoro vero, l’ha scritto un mio grande amico e ancora non mi sembra vero che una persona con cui condivido birre, visioni e confidenze abbia il passo gigante e al contempo leggero di un romanziere consumato: appuntate il nome e il titolo, tra un anno fate una ricerca su google e ditemi se non avevo ragione. E ricordatevi: Gandhi era uno stronzo. Olé, si parte:

Emanuele Trevi – Qualcosa di scritto (Ponte alle Grazie)
Fulvio Tomizza – Materada (Bompiani)
James Hillman – Il codice dell’anima (Adelphi)
Mordecai Richter – La versione di Barney (Adelphi)
John Williams – Stoner (Fazi)
Giuseppe Grattacaso – La vita dei bicchieri e delle stelle (Campanotto)
Guido Morselli – Dissipatio H.G. (Adelphi)
Roberto Carifi – Madre (Le Lettere)
Mario de Sa-Carneiro – Quasi e altre poesie (Via del Vento)
Robert Graves – La Dea Bianca (Adelphi)
Julian Jaynes – La mente bicamerale e la nascita della coscienza (Adelphi)
(a cura di) Franco Lolli e Lucillo Santoni – L’infinito nella voce, Su poesia e psicoanalisi , con interventi di Massimo Recalcati, Francesco Scarabicchi, Antonio Di Caccia, Stefano Agosti (Franco Angeli)
Carlo Coccioli – Piccolo Karma (Baldini & Castoldi)
Nicolas De Bouvier – Il Doppio Sguardo (Ets)
Seamus Heaney – La riparazione della poesia (Fazi)
Tarje Silverman – Le case sono campi (Oèdipus)
Giuliano Toccafondi – C’è stato un tempo che tutto era un giardino (Settegiorni)
Le poesie sui muri del M.e.P., Movimento Emancipazione per la Poesia – http://mep.netsons.org
Sergio, ultimo abitante di Sambuca Pistoiese, che ti parla come un libro aperto, come se dalla sua bocca ti parlasse la Storia, tutta.

ghost book:

Marco Tangocci & Lorenzo Piattelli – Il mio nemico Gandhi, Controstoria dell’indipendenza indiana (Inedito)

PS: si, lo so, i libri sono più di 10, e allora? Colgo l’occasione per ribadire l’essenziale anti-matematicità dell’esperienza di questo blog: qui 2+2 fa sempre “m’importa na sega”.

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