Declinare Juve Merda – Seminario intensivo di Mohamed Salah

Il sogno della vita di qualsiasi antijuventino: come in preda a una visione di purezza, un mondo pacificato in cui la Juve perde sempre, correre per tutto il campo dei gobbi mosso dalla forza impareggiabile di Bellezza e Giustizia per calciare infine il pallone in porta come se stessi urlando un liberatorio juvemerdaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaa.

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Stefano Bollani – Teatro Manzoni, Pistoia, 27/01/2015

“Nessuno sa cosa farà Stefano Bollani nel suo concerto .(…) Piano Solo è un grande gioco”. Così recitava la presentazione dell’improvviso concerto di uno dei pianisti italiani del momento (da anni, ormai) e così è stato. Bollani è un mostro di bravura che si permette di tutto sul palco, dall’assolo sublime allo scherzo imperfetto riesce a guadagnare quasi lo stesso volume di applausi. Bollani è uno dei pochi musicisti che viene dal conservatorio e desta accoglienza da pop star senza per questo offendere i propri studi come colleghi di mainstream per pianoforte. Una fama, con la relativa accondiscendenza del suo pubblico trasversale, guadagnata a suon di canzoni e rivisitazioni memorabili e assestata definitivamente con il suo discusso “Sostiene Bollani” andato in onda su Rai 3. E con questa dovuta premessa con cui gran parte del pubblico ha riempito “il più bel teatro che ho visto stasera” (come lo definirà Bollani stesso), l’elegante Teatro Manzoni di Pistoia.
Bollani dà l’impressione di essere una persona frizzante e genuina, eppure strattonato internamente da un’ansia compulsiva di compiacere un pubblico sempre meno interessato a un concerto di piano solo come si dovrebbe, e soprattutto come lui potrebbe come pochi altri, oggi, in Italia. Si prova sovente una malinconia feroce nel percepire forzature nel suo incedere grottesco, poi si è portati a chiudere un occhio perché la risata provocata è ancora più urgente. Resta parzialmente insoddisfatta una richiesta di musica pura solo accennata, quasi fosse un intermezzo tra una gag e l’altra e non l’opposto, un ospite sconveniente, come un vestito tropo bello per recarsi a una serata tra amici (il concerto è stato preceduto da un incontro aperto col pubblico nel tardo pomeriggio) e non il motivo per cui si trova solo, su un palco, con un pianoforte. Un piano solo che dunque ben si accorda alla sua immagine pubblica e meno a un talento sempre più dilazionato tra i più diversi atti della sua carriera eppure ancora decisivo per perdonargli ogni eccesso guascone, una cornice di rara bravura a una serata in libertà concessagli da un pubblico sinceramente amico a cui è stato riservato un concerto facile (per uno come Bollani) ma mai grossolano. Finché riesce a stare su questa sottile linea di confine tra musica e cabaret avanti tutta. Senz’altro stasera ci è riuscito e bene ed è un piacere insolito scriverne.

CONTINUA A LEGGERE QUI – http://www.impattosonoro.it/2015/01/29/reportage/stefano-bollani

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Viaggio al nord (Aaron Katz, Martha Stephens, 2014)

“L’avvenire fu un bolide arrogante.
Sollevò un muro d’acqua al suo passaggio,
neppure per scansarci sufficiente
fu il tempo di mostrargli pari pari
il medio in direzione del lunotto.
Non trovammo un motivo convincente.”
Marco Bini, La conoscenza del vento

“Viaggio al Nord” è un mix tra una commedia “on the road” e uno stralunato documentario recitato da due turisti per caso, in cui si racconta il viaggio in Islanda di una coppia di arzilli neo-vecchietti che non vogliono arrendersi agli anni che passano. Una riflessione ora delicata ora sfacciata sulla vecchiaia, la solitudine, l’amicizia attraverso un viaggio da ventenni: jeep a noleggio, campeggio, litri di birra e quegli imprevisti che diventano la parte più memorabile di una vera avventura nell’imperturbabile Islanda, sottratta alle contingenze del tempo e in cui tutto ciò che è intorno ai protagonisti sembra dir loro che “più nulla qui è rimasto che sia un qui”. E allora tanto vale giocare alla vita, l’unico qui ed ora presente fino alla fine, e godere di questo film.

CONTINUA A LEGGERE QUI – http://www.cinefatti.it/viaggio-al-nord

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Nancy Fraser – Come il femminismo divenne ancella del capitalismo

Come ogni nuovo ismo del XX secolo, il femminismo è un target commerciale e al contempo un contenitore di istanze. Indubbiamente ha però giovato tanto al capitale che all’emancipazione della donna, dato che il miglioramento parziale della condizione della donna è da attribuire pressoché esclusivamente al lavoro delle prime femministe (tra cui Virginia Woolf, Simone De Beauvoir, donne che fa orrore accostare ai dibattiti dei movimenti femministi contemporanei) mentre ciò che avvenne dopo, a partire da quello che viene chiamato “femminismo radicale” (il femminismo dagli anni ’60 in poi) fu, come gran parte del ’68 stesso, ridurre ideologie complesse a un movimento dell’ego amplificato (ed equivocato) su scala di comunità, una etichetta usa e getta, appunto, da indossare come un accessorio identitario – in questo senso: un target commerciale tra i più remunerativi di sempre – e non da ripensare nel tempo.
Per questo copio&incollo qui la traduzione da quaderni.sanprecario.info di un articolo di una nota femminista, Nancy Fraser, che a differenza di troppe colleghe di movimento continua a ripensare a questo e non lesina critiche a un’ideologia che sta arrecando un danno su scala sociale e non secondariamente alle donne stesse. Perché oggi il femminismo è una spalla cieca del neoliberismo più aggressivo e non più una piattaforma di diritti con una forte ascendenza rivoluzionaria quale fu il femminismo delle origini, così lontano dall’oggi che sembra la sorella idealista dell’arrogante individualista che le è sopravvissuta.

 

Come femminista ho sempre pensato che, combattendo per l’emancipazione delle donne, stavo anche costruendo un mondo migliore – più egualitario, più giusto, più libero. Ultimamente ho cominciato a temere che gli ideali ai quali le femministe hanno aperto la strada vengano utilizzati per scopi molto diversi. Mi preoccupa, in particolare, che la nostra critica del sessismo fornisca oggi giustificazione a nuove forme di disuguaglianza e di sfruttamento.

Quasi fosse un crudele scherzo del destino, il movimento per la liberazione delle donne sembra essersi avviluppato in una relazione pericolosa con gli sforzi neoliberisti nel costruire la società del libero mercato. Questo potrebbe spiegare perché una serie di idee femministe, che un tempo facevano parte di una visione del mondo radicale, oggi vengono utilizzate a fini individualistici. In passato, le femministe criticavano una società dove si promuoveva il carrierismo, adesso viene consigliato alle donne di “affidarsi”. Il movimento delle donne una volta aveva come priorità la solidarietà sociale, oggi festeggia le imprenditrici. La prospettiva di allora valorizzava la “cura” e l’interdipendenza umana, ora incoraggia il progresso individuale e la meritocrazia.

Ciò che si nasconde dietro tutto questo è un cambiamento di rotta del paradigma capitalista. Il capitalismo stato-assistito del dopoguerra ha lasciato il posto a una forma innovativa di capitalismo, “disorganizzato”, globalizzato, neoliberista. La seconda ondata del femminismo è emersa come critica al capitalismo di prima maniera, ma infine è diventata ancella del capitalismo contemporaneo.

Con il senno di poi, possiamo sostenere che il movimento di liberazione delle donne ha contemporaneamente puntato a due diversi futuri possibili. In un primo scenario, esso ha disegnato un mondo in cui l’emancipazione di genere andava di pari passo con la democrazia partecipativa e la solidarietà sociale; nel secondo , ha promesso nuove forme di liberalismo, in grado di garantire alle donne, così come agli uomini, i “beni” dell’autonomia individuale, un ampliamento delle scelte , l’avanzamento meritocratico. Il femminismo di “seconda generazione” è stato, insomma, ambiguo in questo senso. Compatibile con entrambe le rappresentazioni della società, dunque suscettibile di due diverse concezioni della storia.

A mio parere, questa ambivalenza del femminismo in questi ultimi anni si è risolta a favore della seconda impostazione, quella liberista-individualista. Ma non perché noi donne siamo state vittime passive di seduzioni neoliberiste. Al contrario, noi stesse abbiamo direttamente contribuito a far raggiungere al capitalismo questo stadio di sviluppo attraverso tre blocchi di idee importanti.

Il primo contributo è rappresentato dalla nostra critica al “salario familiare”: il modello del maschio breadwinner e della femmina casalinga è stato centrale per il capitalismo stato-assistito, così per come esso era organizzato. La critica femminista a quel modello ora aiuta a legittimare il “capitalismo flessibile”. Questa nuova forma organizzativa del capitale contemporaneo si basa molto sul lavoro femminile salariato, soprattutto a basso costo, nei servizi e nella manifattura , garantito non solo da giovani donne single, ma anche da donne sposate e donne con figli; non solo da donne razzializzate, ma da donne di tutte le nazionalità ed etnie. Le donne si sono riversate nel mercato del lavoro globalizzato e il modello del capitalismo stato-assistito basato sul “salario familiare” è stato sostituito da una nuova e più moderna “norma” – apparentemente approvata dal femminismo: quella di una famiglia con due percettori di reddito.

Non importa che la realtà che sta alla base di questo nuovo paradigma sia il basso livello dei salariali, la riduzione della sicurezza del lavoro, il peggioramento degli standard di vita, un forte aumento del numero delle ore lavorate per garantire un reddito al ménage, l’allargamento di doppi – quando non tripli o quadrupli – ruoli e un aumento della povertà , sempre più concentrata sulle donne capofamiglia. Il neoliberismo trasforma un orecchio di scrofa in una borsa di seta, raccontandoci una storia di empowerment femminile. Si appella alla critica femminista del “salario familiare” per giustificare lo sfruttamento: sfrutta il sogno dell’emancipazione femminile come motore dell’accumulazione capitalistica.

Il femminismo ha anche fornito un secondo contributo all’ethos neoliberale. Nell’era del capitalismo di stato organizzato, abbiamo giustamente criticato una visione politica ristretta, così intensamente centrata sulla disuguaglianza di classe che non vi trovavano posto le ingiustizie “non economiche”, come per esempio la violenza domestica, la violenza sessuale e l’oppressione riproduttiva. Rifiutando l’economicismo e politicizzando “il personale”, le femministe hanno ampliato l’agenda politica generale, aggiungendo a essa il tema della costruzione gerarchica della differenza di genere. Il risultato avrebbe dovuto essere quello di espandere la lotta per la giustizia sociale, comprendendo sia gli elementi culturali che economici. Il risultato effettivo è stato invece una concentrazione estrema del femminismo sul tema dell’“identità di genere”, a scapito delle questioni che hanno a che vedere con il pane e con il burro. Vediamola peggio ancora: la svolta femminista verso una politica identitaria si è alleata fin troppo strettamente con un neoliberismo in crescita che non desiderava altro che reprimere ogni ricordo delle battaglie per l’uguaglianza sociale. In effetti, abbiamo assolutizzato la critica del sessismo culturale proprio nel momento in cui le circostanze avrebbero richiesto di raddoppiare l’attenzione intorno alla critica dell’economia politica.

Infine, il femminismo ha contribuito al neoliberismo con un terzo filone di pensiero: la critica al paternalismo dello stato sociale. Innegabilmente progressista nell’epoca del capitalismo di stato fordista, il giudizio negativo del femminismo è coinciso con la guerra del neoliberismo contro “lo stato balia” e i suoi più recenti cinici abbracci con le Ong. Un esempio significativo è rappresentato dal “microcredito”, il programma di piccoli prestiti bancari per le donne povere nel sud del mondo. Propagandato come un processo di potenziamento dal basso verso l’alto, alternativo a decisioni di vertice e alla burocrazia dei progetti statali, il microcredito è stato presentato come uno degli antidoti femministi alla povertà e alla sottomissione delle donne. In questo, ciò che è mancato è la consapevolezza di un’ulteriore coincidenza inquietante: il microcredito è fiorito proprio nel momento in cui gli stati abbandonavano gli impegni macro-strutturali per combattere la povertà, impegni che i prestiti su piccola scala non possono assolutamente sostituire. Anche in questo caso, quindi, l’ideale femminista è stato ripreso dal neoliberismo. Una prospettiva originariamente finalizzata a democratizzare lo stato, responsabilizzando i cittadini, viene impiegata ora per legittimare la mercificazione e il disgregarsi dello stato sociale.

In tutti questi casi, l’ambivalenza del femminismo si è risolta a favore di un (neo)individualismo liberista. Ma certamente l’altro lato di noi, cioè le prospettive rappresentate dal femminismo solidale, potrebbe essere ancora in vita. La crisi attuale offre la possibilità di ampliare ancora di più quell’impostazione, ricollegando il sogno di liberazione della donna con la visione di una società solidale. A tal fine, le femministe hanno bisogno di rompere la relazione pericolosa con il neoliberismo, recuperando ai propri fini i tre “contributi” di cui abbiamo parlato.

In primo luogo, si dovrebbe rompere il falso legame tra la nostra critica al “salario familiare” e ciò che sono diventati gli attuali approdi del capitalismo del lavoro precario, combattendo per una forma di vita che non metta al centro il lavoro di scambio ma valorizzi le attività che producono valore d’uso, tra cui – ma non solo – il lavoro di cura. In secondo luogo, dovremmo fermare lo scivolamento della critica all’economicismo verso una politica identitaria, implementando la lotta per trasformare l’ordine del discorso fondato su valori culturali patriarcali con la lotta per la giustizia economica. Infine, sarebbe necessario recidere il legame tra la critica alla statalizzazione e al fondamentalismo del libero mercato, recuperando il concetto di democrazia partecipativa come un mezzo per rafforzare i poteri pubblici necessari a vincolare il capitale a finalità di giustizia.

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Marco Bini – Tre poesie da “Conoscenza del vento”

“più nulla qui
è rimasto che sia un qui.”

 

Stavo nel mezzo, tra invenzione ed ansia
di nominare, inseguendo corsivi
e stampatelli lungo continenti,
chino per imparare a menadito
vocali e consonanti, nomi e strane
corrispondenze; poi cambio di pagina
e rotta verso casa. Lì, al suo posto
una certezza, sempre: inamovibile.

***

Darei qualsiasi cosa – se non
tutto parecchio almeno – per prendere forma
di pulviscolo, microbo, o tarlo
dell’immaginazione, farmi strada
poi chiudere le vie di fuga.
Allora avrei buon gioco
A scambiare gli allacci tra i neuroni,
a dissodare un pò il terreno;
potrei tracciare segni per tutti
Identici ed al borbottio ridare senso
e grinta di parola.

Averla questa forza di accorciare
le distanze, indicare gli orizzonti,
nuovamente raccogliere le facce
disparate in un’unica medaglia,
di opposti fare sintesi efficace:
assomigliare quindi un poco a dio.

***

Ripiegavo sul fiume: era la spanna
il nuoto della lontra per il tempo
e lo stupore mai veniva meno
per un nome sospinto senza sosta
oltre i recinti, intatto ai dialetti.
Stupore per l’inizio e per la fine,
per l’esserci di un limite alla corsa
dell’energia che nasce tra gli estremi.

(Conoscenza del vento, Ladolfi, 2011)

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STAY TUNED #1 – 5 dischi del 2015 da non perdere

Riparte su Memecult, la nuova rivista online nata dalle ceneri dell’ei fu i.OVO (su cui già segnalavo un disco a settimana da un anno) la mia minirubrica di lapidarie selezioni musicali dell’anno in scorso: 3 righe x 5 dischi usciti nel 2015 + link a una canzone per disco, per dar spazio alla musica e non al catechismo del recensore di turno. Stavolta è il turno di Africa Express, Jessica Pratt, Viet Cong, Ryley Walker e Benjamin Clementine. 

Africa Express Presents… Terry Riley’s In C Mali

Dal Mali allo Spazio. Per ora e tra decine di bei dischi già usciti, questa rilettura del capolavoro di Terry Riley è uno degli ascolti più incredibili del 2015. Un viaggio in tutto il mondo e allo stesso tempo. Un atlante musicale illustrato: raramente l’aggettivo “caleidoscopico” è stato più adatto. 40 minuti di uno dei viaggi migliori che potrete fare da qui alla fine dell’anno, gratis.

Jessica Pratt – On Your Own Love Again

Nel nome di Karen Dalton, Sybille Baier e Vashti Bunyan, ecco un altro disco del 2015 a cui vale la pena di dare più di un ascolto incantato. Nel solco della migliore tradizione folk al femminile, ecco questa nuova ninfa suadente e ambigua che canta d’amore e disillusione con maestria rara e con pathos di altri decenni musicanti. Non tutto il futuro viene per nuocere.

Viet Cong – Viet Cong

Tra Wire e Oneida, questa collezione di furiose cavalcate sono tra gli esempi migliori della rinascita kraut-wave che tanto deve al Julian Cope di Krautrocksampler e altrettanto a Post-Punk di Simon Reynolds. Due libri, non due dischi, perché queste nuove band hanno studiato eccome i suoni deflagranti del passato prossimo. Semplicemente devastanti, ascoltare “The Death” per credere.

Ryley Walker – Primrose Green

Ascoltando Ryley Walker ho pensato a Tim Buckley, David Crosby e Van Morrison (confrontare la copertina del suo disco con quella di His Band and the Street Choir). Toccato dal sacro fuoco dei grandi, sembra calato nel presente come un prodigio. In pochi possono vantare un talento del genere, vediamo come saprà usarlo. Ha potenzialità da leggenda. Per ora è già da urlo.

Benjamin Clementine – At Least For Now

Soul del XXI secolo, qualcosa per cui sparisce ogni nostalgia nei confronti dei grandi progenitori del genere: laddove nei sixties c’era il sentimentalismo più genuino, oggi c’è l’emotività più palpabile, che esplode alla Jacques Brel. Dalle banlieu londinesi a condividere il palco con Paul McCartney che ne disse:”Se solo Nina Simone fosse stato un uomo…”.

* Articolo pubblicato su Memecult – http://www.memecult.it/stay-tuned-5-dischi-del-2015-da-non-perdere/

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Contro il ’68 del 2015

Joan Baez, “la voce del ’68”, in concerto a 68 euro nel 2015.
La consistenza del movimento hippy (o della demenza senile) è tutta qui.

PS: il post è una scusa per pubblicare questa canzone + testo degli Squallor, un trattato di storia del Novecento.

 

“Domani compio quarant’anni
e la cambiale dei ricordi mi riporta al ’68
quando ero amico di Capanna
e avevo dato quattro esami con la media del 18.
Il mio paese era lontano in un pezzetto di provincia
e non me lo ricordo mica
la nostra meta era Milano
spinti da una fame antica
di notti luci e un po’ di fica.
Era l’autunno del ’68
quasi vent’anni a cazzo dritto.

Quante illusioni occupazioni e cortei
e lacrimogeni e botte per star con lei
finché una notte al fuoco dei falò
sorrise e con un altro se andò.
Del ’68 siamo stati gli eroi
ed era tutto più grande, più grande di noi
quanti bulloni in testa mi beccai
perché, per chi non so e non lo saprò mai.

Quanti ingegneri ed architetti,
parrucchieri e cantautori
ha partorito il ’68
alcuni santi e qualche dio
stilisti, uomini d’affari
l’unico stronzo sono io
e non mi pento del mio passato
ma il ’68 mi ha rovinato.

E ora mio figlio mi fa il culo perché
a scuola gli altri hanno tutti le timberland
ed io ripenso con tenerezza ormai
al sacco a pelo dove la chiavai.
Il ’68 lo passammo in trincea
gridando forte giù le mani dal Vietnam
era la storia che apriva strade nuove
e finalmente fu il ’69.
e non mi pento del mio passato
ma il ’68 mi ha rovinato.

Generazione maledetta la mia
noi siamo ancora l’Italia che scia
verso il domani, verso il non si sà
perché fa rima con la libertà.

Quante illusioni occupazioni e cortei
e lacrimogeni e botte per star con lei
finché una notte al fuoco dei falò
mi disse scusa… e un altro si chiavò
del ’68 siamo stati gli eroi
ed era tutto più grande, più grande di noi
quanti bulloni in testa mi beccai
perché, per chi non so e non lo saprò mai
e ora mio figlio mi fa il culo perché
a scuola gli altri hanno tutti le timberland
ed io ripenso con tenerezza ormai
al sacco a pelo dove la chiavai.
Il ’68 lo passammo in trincea
gridando forte giù le mani dal Vietnam
era la storia che apriva strade nuove
e finalmente fu il ’69.”

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Gary Snyder – Uno non dovrebbe discutere con un abile cacciatore delle cose proibite del Buddha 

Hsiang -yen

Una volpe grigia, femmina, nove libbre e tre once.
Lunga 39 pollici e 5/8 con la coda.
La scuoiamo (Kai ci ha ricordato di cantare lo Shingyo prima)
pelliccia fredda, grinze; e odore di muschio
insieme al primo puzzo di corpo morto.

Contenuto dello stomaco: un intero scoiattolo ben masticato
più una zampa di lucertola
e, da qualche parte dentro lo scoiattolo,
un pezzo di carta stagnola.

Il segreto.
E il segreto nascosto in profondità in questo.

 

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Weltgenie (Alberto Signetto, 1988)

Weltgenie è un corto del 1988 di Alberto Signetto, girato al Lingotto pre-riconversione ed inspirato ad una poesia di Gottfried Benn, Turin, sulla follia che colse Nietzsche a Torino nel 1889, quando il 3 gennaio in piazza Carignano vide il cavallo adibito al traino di una carrozza fustigato a sangue dal cocchiere, abbracciò l’animale, pianse, finendo per baciarlo e cadde a terra urlando in preda a spasmi. Il corto, premiato e selezionato in diversi festival internazionali, è un ipnotico viaggio a ritroso nella memoria e i ricordi dell’autore che mescola le immagini del poema con un lungo e memorabile piano-sequenza. Un capolavoro che in cinque minuti dice sulla follia degli uomini di genio molto di più della maggior parte dei manuali di psicopatologia.

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Carlo Carabba – Rectius Vivere

Dovrei sapere
che a un giorno meno lieto
ne succede uno lieto,
e viceversa. Ma oggi
l’ho scordato, e ieri
anche, credo. Ne parlano dottrine
morte, filosofi e poeti,
i cicli di stagioni e regni,
la curva dell’eterno
ritorno. Mostrati deciso
e forte nelle angustie, ammaina
la vela se c’è vento.
Come la mosca della frutta
annego quando piove
e i momenti di gioia li divoro.
Non è dolce pensare che la morte
muterà il cerchio in linea,
bloccando i movimenti
come il collasso d’un sistema in fuga.

(Canti dell’abbandono, Mondadori, 2011)

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Carlos (Olivier Assayas, 2010)

Carlos è una miniserie di tre puntate, a ben vedere un vero e proprio film d’azione/spionaggio di quasi sei ore ore sul più controverso terrorista del dopoguerra, all’anagrafe Ilich Ramírez Sánchez, che ne ha combinata una più del diavolo nel dopoguerra ispirando una generazione di jihadisti e intrattenendo rapporti con KGB, FPLP, STASI, Gheddafi, Saddam Hussein e i servizi segreti di mezzo mondo. Un’opera rara, strabordante e lunatica quanto il proprio soggetto, con le sue ambientazioni in venti paesi e le otto lingue parlate dai suoi personaggi, cui si aggiunge una colonna sonora micidiale: Wire, Fripp & Eno, New Order, A Certain Ratio, Feelies, Dead Boys, Los Lobos e altri. È un racconto strettamente cronologico a svelarci la sua tragica epopea, dal suo reclutamento fino alle azioni più clamorose, come l’assalto al quartier generale dell’OPEC nel 1975, quando riuscì a sequestrare sessanta ostaggi e scappare con loro in un DC-9 fornito dalla polizia, e la frenetica peregrinazione che nel giro di vent’anni lo porterà di paese in paese, ospite sempre meno gradito a causa di un crescente piglio iconoclasta che lo rese progressivamente inaffidabile come mero esecutore. Ciò che affiora tra i non detti della cronaca delle sue azioni di guerriglia è l’ambizione sfrenata che muta un giovane idealista al servizio dei più deboli in una istituzione del terrore internazionale, un mercenario che fonderà un proprio gruppo terrorista con cui entrerà in campo nelle pieghe più intricate della storia moderna lasciando il solito seguito di morti e dubbi, un ribelle impigliato nel disordine del mondo. Ecco il miglior pregio dell’opera di Assays: è una lezione di storia in movimento che si serve delle zone d’ombra del secolo breve mostrando l’irrequietezza dello scenario mondiale attraverso il riflesso imperturbabile di Carlos “lo sciacallo”.

* CONTINUA A LEGGERE QUI – http://cinefatti.it/carlos-olivier-assayas-2010

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Franti – La musica come alternativa al potere del capitale

Di tutto il male che si può dire della società letteraria, non ho mai sentito nessun letterato rompere i coglioni al prossimo perché i libri si limita a leggerli in biblioteca e non li compra. Anzi. Nel mondo della critica musicale invece si pensa che un vero appassionato non si possa limitare ad ascoltare musica nei vari archivi online ma debba comprarla per essere tale: un patentino che si vince come con i punti all’Esselunga. Questo può dirci due cose ma ne ricordo soltanto una: la musica non è un prodotto commerciale ma qualcosa di immateriale, che ci sopravvive e se ne sbatte di certe pugnette tra consumatori. Sarà per questo che adoro quelle band che hanno sempre rifiutato di pensare alla musica come a un bene di consumo, ma come a qualcosa di completamente diverso.

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Giulia Niccolai – Tre meditazioni

Meditazione 1

Talpa nella tana
seme nella zucca
isolarsi da ogni stimolo esterno
lentamente acquietare
il tirannico lampeggiare
dei cinque sensi e con la morte
fare conoscenza dolcemente.
Certo, una morte solo simulata
ma pur sempre una terra di nessuno
una non-vita: niente avversioni
niente attaccamenti – essere equanimi
impersonali – niente ambizioni
niente compiacimenti. Rimane il respiro.
Rimani con il tuo respiro, solo con quello
e Virgilio ti prenderà per mano,
ti porterà lontano in uno spazio senza tempo.
Filo rosso, linea diretta
il respiro formerà le rose di luce
che sbocciano in meditazione,
ti mostrerà la caverna di Platone
il fuoco del braciere che arde nel ventre
e lo trasmetterà alla goccia bianca
al centro della fronte, le darà
calore, liberandone il potere:
una saggezza antica come il mondo
fluisce in ogni cellula del corpo
divenuto onda di quiete profonda
estatico pozzo senza fondo.
Il sub-conscio affiorato
è illuminato da una luce piena
perfettamente tonda.

(Giugno 1999)

***

Meditazione 2

Un’incisione netta, verticale un “taglio”
di Fontana, «la non rappresentazione
in favore della creazione di sensazioni spaziali»
– dice in manifesto – e anche «il fatto di passare
a un altro piano dietro la tela,
per andare oltre ciò che è percepito».
Inoltre, sia Wols che Fontana
apposero a certi loro quadri
l’impronta del dito pollice
e non il nome scritto, “analfabeti”
che lanciano un segnale comprensibile
a pochi; solo a chi ha già sperimentato
nell’occhio della mente un intermittente
piccolo vortice di luce, una radiosa
fosforescenza di segmenti concentrici
identici a quelli dei nostri polpastrelli.
A volte, tra le sopracciglia
al centro della fronte, un fastidioso
turgore pulsante, come un ascesso,
un’escrescenza di unicorno, oppure,
sempre lì, ma in superficie, sulla pelle,
una vistosa fiammata di rossore.
Poi il taglio si allarga,
assume la forma di un proiettile
e ancora si trasforma, strozzandosi
a un terzo dalla cima. Avremo allora
una testina con due piccole orecchie
sopra un corpo gonfio, arrotondato.
La silhouette di una civetta?
Un gufo, una civetta visti di spalle
o, sempre di spalle, un gatto seduto?
Validi tutti. Infatti, tutti e tre
vedono al buio. Ma direi la civetta,
perché sacra ad Atena e in quanto tale,
non può che essere lei l’archetipo
dell’apertura dell’occhio della mente:
pineale funzionante, in grado di spaziare.

(Marzo 2000)

***

Meditazione 3

Il sacco degli scampoli
Ci sono il rumore di fondo delle voci
delle donne che si parlano in dialetto,
i ritmici colpi del ferro sul tavolo
da stiro e io seduta per terra, nel cono
di luce della lampada, ai margini del buio
di quel pomeriggio invernale – ah quella
pigna di porcellana bianca del contrappeso
e il cigolio della carrucola quando si alza
o si abbassa la luce sopra i tavolo! –
io in quel cerchio di luce, sul parquet
del guardaroba, con intorno i ritagli
di stoffa. Ci gioco. Li esamino, distinguo
cotone, seta, lino, raion. Riconosco:
quell’abito di mia madre, quella camicia
di mio padre, il mio grembiule bianco,
le stoffe pesanti delle mantovane e
quelle dei velluti e dei rasi che ricoprono
sedie e divani. La consistenza dei tessuti
al tatto, i fili dei disegni damascati
sul dritto e sul rovescio, i colori,
le forme e le dimensioni degli avanzi e
quelli a sorpresa, mai visti o mai notati,
appena estratti dalla federa stipata.
Non è un ricordo. Lì ritorno per un attimo
al termine di un ritiro di meditazione
con la percezione inequivocabile
della mia mente-bambina circondata
da luci, rumori e odori di quel guardaroba
di sessant’anni fa. E comprendo: quei ritagli
di stoffa sono la metafora di tutte le possibilità
che la vita allora mi offriva. Ora mi si apre
il cuore e si espande in gratitudine e stupore.
P.S. Francesca mi dirà poi che quei sacchi
di scampoli vengono usati pedagogicamente
in certe scuole materne: servono a stimolare
la concentrazione nei bambini.

(Aprile 2001)

[Poemi & oggetti. Poesie complete, Niccolai Giulia, 2012, Le Lettere]

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Un rebus facile-facile sull’Europa

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Valerio Orlandini – Separazione dei gemelli

La poesia qui di seguito è tratta da Separazione dei gemelli, prima raccolta di poesie di Valerio Orlandini, amico e poeta che mi accompagna in qualità di musicista in alcuni dei miei reading come membro del Collective Nimel e di cui ho scoperto, da poco, il talento limpido d’ottenebrare le parole. Le sue poesie potete leggerle e scaricarle gratuitamente qui, intanto eccone una, la mia preferita, e le due fotografie qui in evidenza sono entrambe opera, ancora, di Valerio.

Fosco un viale alle sette della sera
dove una foglia arrossata volteggia
e cade contro il muro sordido e crepato
della via che si allunga solitaria.

Un palpito sottile, nel silenzio,
solo accennato, un frastuono, rimbomba
come una schiera di mille api. Abbatte
la memoria. E dissolvesi nel buio.

Solo, io, nel silenzio, resto immobile.

 

 

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