Tiziano Matteucci – Su “Ho parlato alle parole” e la poesia

Di Tiziano Matteucci so poco o niente. Ma potrei dire contemporaneamente che so ciò che basta: vive in Asia da anni, ha una vecchia passione per la poesia ed è una persona talmente curiosa da aver letto online del mio libro Ho parlato alle parole, averlo comprato online ed esserselo fatto spedire fino in Thailandia. Potete immaginare che gioia ha procurato all’autore del libro. Ma non finisce qui. Tiziano ha pubblicato una mia poesia sul bellissimo blog sulla società e la cultura orientale Asia Blog e poi mi ha scritto una lettera appassionata con l’occasione di commentare il mio libro e raccontare, di riflesso, quella che è stata la sua esperienza della poesia. Onorato di cotanta attenzione, gli ho chiesto il permesso di pubblicarla online ed eccola qui, questa lettera che improvvisamente mi sono visto recapitare nella mia casella di posta, da un lettore sparso nel globo a cui è arrivata la pur flebile voce del mio libro. Si scrive anche e soprattutto per questo. Grazie a Tiziano e buona lettura a tutti voi.

La lettrice, Jaen Jacques Henner , 1883.

La lettrice, Jaen Jacques Henner , 1883.

La parola perfetta non esiste,
è l’etereo canto dentro
al silenzio notturno,
lo scoglio che contempla
l’assalto bianco della marea,
il Dio sorridente richiamato
dall’antica domanda:

di tutto questo amore
qualcuno prende nota?

I poeti muoiono,
i musicisti invecchiano,
i filosofi incespicano,
l’alba ha il suo costante termine
e la sua costante rinascita
e questa mia notte del cuore
sarà eterna?

Vorrei danzare
come una nuvola
per infrangermi nella tua luce
all’aurora coprirti
di un onirico velo, crepuscolo,
infine baciarti
nell’abbandono notturno.

Luca Buonaguidi, Ho parlato alle parole (Oèdipus, 2014)

Caro Luca, con fatica ma è arrivato ed io l’ho letto, devo dire iniziando dalla fine, vecchia abitudine, e saltando da poesia a poesia non nell’ordine proposto.
Premessa: segue la mia inutile opinione, e l’inutilità vale per tutte le mie obiezioni.
Non sono un critico ne un venditore d’arte (poetica o pittorica che sia), questo per dire che io giudico in base alla mia visione, in base all’emozione o all’indifferenza che provo nel leggere un libro od osservare un quadro.
Sono solo un vecchio lettore di libri, anche di poesia ed ogni tanto mi servo di questa vecchia abitudine per scrivere post in Asiablog e, anche se devo ammettere che la cosa mi diverte e mi appassiona, trovo difficoltà nel considerarmi un soggetto affidabile, mi auto definirei un millantatore (ma solo perché “ladro di pensieri” l’ha già usato Bob Dylan).
Ma questo vuol essere un commento tra un giovanotto che scrive ed un maturo lettore.
Oggi nel campo dell’arte (libri, poesia, pittura, scultura ecc.) esiste, alle spalle, un mercato che riguardo alle valutazioni / recensioni attua spesso un compromesso per cui l’arte/artista è autoreferenziale e quindi, genericamente da premiare.
Nulla di male se si pensa che anche il mercato dell’arte ha bisogno di pubblicità (le stroncature vengono solo ad artista affermato e quindi con un mercato già stabile e redditizio – o restano implicite nella mancata vendita del prodotto reclamizzato).
In effetti a me pare che se nell’opera c’è onestà intellettuale, tutti siano da premiare e nessuno da escludere.
Ma anche se tutti, per il “mercato”, sono da premiare, poi viene il momento della scelta da parte dell’acquirente.
Ora, la mia scarsa conoscenza di molti campi dell’arte limita i miei commenti.
Sono un lettore ed ho letto anche tanta poesia (come ho letto tanti romanzi e visto tanti film) e trovo difficile non confrontare il lavoro con quello di “altri” artigiani.
Ho alcuni conoscenti che scrivono poesie ed anche cari amici, che conosco da sempre, scrivono poesie. Molti di quelli che conosco, come te, pubblicano e diffondono le proprie opere. Tanti di coloro che conosco (ma direi anche: molti di quelli che mi capita di leggere) vogliono scrivere poesie a qualsiasi costo (tra me e me i meno “portati” li chiamo i Giovanni Pascoli senza drammi e senza rima), nulla di male ma spesso fanno solo insipidi compiti scolastici.
Un mio caro amico scrive poesie solo per se stesso e per leggerlo ho dovuto pregare di farmele avere. Scrive per scaricare le sue visioni o i pesi dell’anima sulla carta, roba solo sua (si dice che tutti abbiano una poesia in un cassetto, o una tela su di un cavalletto, aggiungo io).
Un altro mio amico non è un poeta o meglio, è un poeta inconsapevole, lui è sempre stato quel che è. Gli chiedi: Come stai? E lui, se non è uno di quei giorni in cui rilascia solo sorrisi/facce assenti o gesti/grugniti, ti risponde: “Erba alta, sottovento. Buona visuale”.
Ti dirò, credo che tu sia in buona fede e metti nella poesia la tua passione e, a me pare, tu stia cercando il giusto baricentro.
Scrivi poesia ma credo tu non ti senta solo poeta e questo mi piace.
E si vede che ti guardi “attorno” (oltre il giardino), letto, soppesato ed amato.
Oddio, ripeto: non sono né critico né recensore.
Non sempre ma abbandoni i temi  più comuni alla poesia (Scrivo poesie solo per portarmi a letto le ragazze cit. Charles Bukowski) ma spesso canti anche altre cose, forse mancano le cose banalissime (da cantare non banalmente), una poesia può anche cantare un ingorgo in autostrada o la vecchia auto di tuo padre ma credo ci arriverai col tempo e istintivamente.
L’unica cosa che mi si appiccica come una cicca alla suola delle scarpe, a volte, forse il lessico non tanto desueto ma spesso troncato, che trovo inutile in poesia a versi sciolti.
A volte usi termini che a me sembrano pescati “dopo” più per costruire che per creare … ho aspettato il libro, per verificare se – l’etereo canto dentro – per caso non fosse un refuso di internet …forse speravo di leggere – l’eterno canto dentro – a me bastava.
In fondo etereo è “del cielo” e cosa conosciamo noi di più infinito, eterno e stimolo spirituale del cielo notturno?
E mi aspettavo di vederla finire con un ironico cambio di passo …“qualcuno prende nota? …ma devo dire che prosegui in bellezza.
Altri termini (tipo: eburnea – mi ricorda la novena di maggio) mi destabilizzano, ma ci sono immagini che mi piacciono assai, dei lampi di luce che mi spostano la mente verso altri lidi conosciuti, a volte mi ritrovo con pezzetti semplicemente istantanei che sbucano tra (a me pare) ripensate traduzioni poetiche.
Dopo 40 anni scoprii che il mio amato Majakowskji non aveva scritto: come un fiume d’argento la via lattea traversa la notte …nell’originale diceva: come una grande Oka, la via lattea traversa la notte (Oka un affluente del Volga), questo per dire che a volte pare sembrare meglio il “falso” dell’originale ma non sempre è vero …cioè, parlo di una “traduzione” dal russo all’italiano (un’ottima traduzione) per dire che questo non sempre vale per la “traduzione” del proprio pensiero originale.
Il pensiero originale alla fine credo vinca sempre rispetto all’originale “tradotto” ma non spontaneo …a te obiettare che sbaglio lettura o che la cosa è voluta.
Il Dio sorridente mi ha fatto venire in mente Quando Dio ride (un racconto di London) finisce con queste parole: “Non vinciamo mai. Qualche volta crediamo di aver vinto. Ma è solo una burla degli dèi”.
Evita comunque i millantatori come me anche se alla fine e dato che c’è sempre un altro colpevole, tutto quel che ho scritto, oltre a non aver alcun valore,  è colpa tua …scrivi poesie. Buona fortuna e scusami.

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Luca Buonaguidi + Collective Nimêl & Daniele Gaudiano @ Tesla Science Bar, Montelupo Fiorentino, 12/04/2015

Ritornano i reading di Ho parlato alle parole (Oèdipus, 2014): stavolta è questa domenica, quando alle 18 e 30 sarò col Collective Nimêl e Daniele Gaudiano a Montelupo Fiorentino dai tipi del Tesla Science Bar a leggere il mio libro con un mix di percussioni, tappeti di note ed effetti, un basso, una chitarra e con la videoart di Daniele Gaudiano, per un linguaggio dato dalla fusione di tre arti e l’improvvisazione del momento, tra cui forse qualche ruttino endecasillabo se sarò ben ispirato.

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STAY TUNED #3 | 5 dischi del 2015 da non perdere

3° puntata per la mia minirubrica di lapidari consigli musicali per l’anno in corso che esce su Memecult: 3 righe su 5 dischi usciti nel 2015 più il link a una canzone per disco, per dar spazio alla musica e non al catechismo del recensore di turno. Stavolta tocca a Jib Kidder, Panda Bear, Liam Hayes, Sufjan Steven e Pond. Enjoy!

Jib Kidder – Teaspoon To The Ocean

Disco di grande freschezza, un connubio eccentrico tra folkotronica (Books) e psych-pop (Byrds) per un polistrumentista col santino di Brian Wilson nel portafogli che si diverte a seminare ogni tipo di suoni nelle sue canzoni. C’è chi l’ha chiamato indie-sun, chi toy-psych eccetera: se Animal Collective e Real Estate facessero un disco insieme suonerebbe così.


Panda Bear – Panda Bear Meets The Grim Reaper

Parli degli Animal Collective e spunta il nuovo disco di Noah Lennox, che è, prevedibilmente, bellissimo. Squarci di cantato hippie lanciati nell’etere elettronico che sospende ogni contingenza: la formula è ritoccata e si discosta dal free folk delle origini (e del capolavoro “Person Pitch”) per ritoccare lo standard dello psych-pop che suonano nel paradiso dei sintetizzatori.


Liam Hayes – Slurrup

Già Plush, nel nome di Alex Chilton e con echi dei più felici che vanno da Todd Rundgren ai Kinks fino ai Teenage Funclub, il disco di Liam Hayes ha una personalità spiccata e recuperando sonorità 70’s ne aggiorna il canzoniere con “rock’n’roll and pranks and magic”. Probabilmente non sarà per nessuno il disco dell’anno, ma meriterebbe di stare nelle cuffie di tutti a lungo.


Sufjan Stevens – Carrie & Lowell

Riuscirà mai Sufjan Stevens a fare un disco non dico brutto, ma anche soltanto non bellissimo? La risposta è no e questo basterebbe a recensire qualsiasi nuovo episodio della sua discografia. Gli ingredienti sono gli stessi, primule folk fragilissime e minimaliste, l’impatto emotivo resta devastante, su soglie toccate solo dai migliori cantautori del pianeta quale lui è.


Pond – Man It Feels Like Space Again

Sulla scia dei primi Flaming Lips e psichedelicamente oltre i Tame Impala, in cui suonano(hanno suonato 3/5 dei Pond, che non sono più il passatempo parallelo dei preziosi aiutanti del cappellaio magico Kevin Parker, ma sono una band matura che attraverso i viaggi mentali di un collettivo eclettico e ispirato innesta la musica del cosmo nello scenario del deserto australiano.

* Articolo pubblicato su MeMeCult – http://www.memecult.it/stay-tuned-5-dischi-del-2015-da-non-perdere-2/

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Evan Dando – Tender, Firenze, 13/03/2015

Evan Dando, il ragazzino della Boston Bene cresciuto a pane e Rock’n’Roll, tra Husker Du e James Taylor, ma anche Replacements e Gram Parsons, è ora un uomo maturo, molto trasandato ed ancora irrimediabilmente insicuro, che caratterizzato da doppiezza imperterrita – punk e cantore della fragilità, playboy e timidone, golden boy e tossicomane – non smette di affascinare e trascinare. Il leader dei Lemonheads è forse l’unica persona al mondo che all’apice del successo come rockstar, eletto l’uomo più bello del pianeta e andando a letto con Wynona Rider riesce a sentirsi comunque così fuori posto da affondare nell’eroina. Un campione assoluto di inadeguatezza al mondo e tenerezza e uno dei grandi idoli della adolescenza musicale di tanti ex ragazzi cresciuti a pane e primi anni Novanta.
Evan Dando è un portento di carisma e fragilità e nessuno sa bene come possa tenere insieme anche questo binomio tra i più improbabili, eppure ci riesce e in questo sta la sua magia e quella delle sue canzoni assaltate dagli applausi incondizionati del pubblico, tali a quelli che si rivolgerebbero alla propria squadra del cuore in una partite di fine stagione, a storia già fatta (e quella dei Lemonheads è grandiosa), eppure ancora importante per tutti quelli che sono rimasti dentro lo stadio, in questo caso Evan Dando e la sua tribù riunita per celebrare l’Insicurezza Universale, la certezza di sbagliare sempre qualcosa. E a fine concerto sono tutti sollevati, come se avessero ricevuto una carezza da un amico atteso a lungo, mentre lui concede il bis più veloce della storia della musica live e infila subito l’uscita del locale a testa bassa e lontano da tutti, con le stesse probabilità di ubriacarsi di qualsiasi altro viandante della notte fiorentina, unica persona al mondo che non vorrebbe essere Evan Dando e l’unico ad esserlo, sarà per questo che sembra l’applicazione umana più concreta del concetto astratto di “libertà”: sembra che non gliene importi niente di niente ed è per questo che a tutti i suoi fan, di lui, ne importa così tanto.

CONTINUA A LEGGERE QUI – http://www.impattosonoro.it/2015/03/24/reportage/evan-dando

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Harold Bloom – Riflessioni sul sentiero

Cavalcando tre giorni e tre notti egli arrivò sul posto, ma stabilì che il posto non poteva essere raggiunto.
Si fermò dunque a pensarci su.
Questo dev’essere il posto. Se ci sono arrivato, allora non conto niente.
Oppure questo non può essere il posto. Allora la cosa non ha importanza, ma io non mi sento diminuito.
Oppure questo potrebbe essere il posto. Ma io potrei non esserci arrivato. Potrei essere sempre stato qui.
Oppure qui non c’è nessuno, e io sono semplicemente del e sul posto. E nessuno può arrivarci.
Questo potrebbe non essere il posto. Allora sono perspicace, conto qualcosa, ma non ci sono arrivato.
Ma questo dev’essere il posto. E siccome non posso arrivarci, io non sono io, io non sono qui, qui non è qui.
Dopo aver cavalcato tre giorni e tre notti egli non riuscì ad arrivare al posto, e ripartì di nuovo.
Forse che il posto non conosceva lui, o non riuscì a trovare lui? Forse che lui non ne era capace?
Nella storia si dice soltanto che si deve arrivare sul posto.
Cavalcando tre giorni e tre notti egli arrivò sul posto, ma stabilì che il posto non poteva essere raggiunto.

[L’angoscia dell’influenza. Una teoria della poesia, traduzione di Mario Diacono, Abscondita, 2015]

"Betroffen Ort", Paul Klee, 1922

“Betroffen Ort”, Paul Klee, 1922

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Approdi. Avanguardie musicali a Napoli – Voume 1 (KonSequenz, 2015)

GIOIE: è uscito “APPRODI. Avanguardie musicali a Napoli – Volume 1″ (KonSequenz, 2015), un disco che ha coinvolto tredici compositori e numerosi altri artisti provenienti da segmenti eterogenei delle arti visive napoletane, e il sottoscritto a rovinare tutto con la poesia recitata che apre il disco. Lo presentiamo a Napoli al Teatro Galleria Toledo il 14 maggio, anche con un reading con il sottoscritto e le musiche di Christian Mastroianni (Chris Yan). Per informazioni rimando al link – http://www.masseriadeisuoni.org -, per acquistarlo sulla sfiducia inviare una mail a – info@konsequenz.it -.

Da La masseria dei suoni:

“Approdi è un’operazione culturale che ha coinvolto tredici compositori e numerosi altri artisti provenienti da segmenti eterogenei delle arti visive napoletane.
I compositori ospiti del primo volume sono, in ordine di ‘comparizione': Carlo Vignaturo, Enzo Amato, Max Fuschetto, Girolamo De Simone, Giusto Pappacena, Piero Viti, Vito Ranucci, Gabriele Montagano, Patrizio Marrone, Enrico Iannaccone, Alessandro Petrosino, Carlo Mormile e Gaetano Panariello. Al disco hanno poi aderito il poeta Luca Buonaguidi, con una lirica per il compositore scomparso Luciano CIlio, al quale il cd è dedicato, e gli artisti Fabio Donato e Vincenzo Maiello.
Si tratta, pertanto, di autori eterogenei, e che, tuttavia, riescono a fornire un’idea unitaria di quello che è il ricco panorama campano e partenopeo dell’offerta musicale compositiva. Ciò che ha reso possibile il progetto, che prevederà diversi altri cd nei prossimi anni, è l’idea della funzionalità della musica contemporanea, assecondando una semplice massima: ‘ad ogni istante della giornata, e a ciascuna esigenza di lavoro, svago, riposo, rilassamento, corrisponde una determinata musica’.”

Se vuoi sostenere il progetto acquistando copie: info@konsequenz.it

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Il sale della terra (Wim Wenders, Juliano Ribeiro Salgado, 2014)


Quando Wim Wenders decide di fare un documentario su qualcuno che ammira non sbaglia mai un colpo. Così era stato con Tokyo – Ga, Buena Vista Social Club, The Blues – The Soul Of A Man e infine per Pina e così è ancora per questo, magnifico, Il sale della terra, ritratto agiografico di un fotografo monumentale, il brasiliano Sebastião Salgado, di cui è co-regista il figlio del fotografo Juliano Ribeiro. Il regista tedesco, innamoratosi di Salgado comprando due sue fotografie, ha poi deciso di fare un film su di lui per capire qual è il mistero profondo della sua fotografia così lirica senza eppure mai fare sconti alla asprezza del reale su cui posa l’obiettivo. In particolare si raccontano le fasi di cambiamento nella sua carriera di fotografo (e idea di fotografia e del genere umano), e dunque nella sua stessa vita: dall’abbandono scriteriato della carriera come economista a viaggi che lo tenevano lontano mesi e anni dall’adorata famiglia per fotografare l’America Latina, dall’orrore del genocidio nel Sahel al disagio delle migrazioni, dal lavoro dei pompieri accorsi in Kuwait per lo scoppio dei pozzi di petrolio al suo ultimo lavoro, Genesis, omaggio alla Terra e ad ogni forma di vita con cui l’autore ha avuto un risarcimento dallo stesso pianeta che gli aveva concesso la orrenda anteprima del genocidio in Rwanda e il compito di rilanciarlo nel mondo. Un’epopea sempre in procinto di rimettersi in discussione, muovere una nuova pedina nel segno della passione per la fotografia e nel solco tra Eros e Thanatos, amore e morte che sono le forze che muovono il mondo e lo stesso Salgado attraverso il pianeta, in oltre cento paesi tra catastrofi, genocidi, migrazioni, paradisi naturali, gli ultimi del pianeta.

CONTINUA A LEGGERE QUI – http://www.cinefatti.it/il-sale-della-terra/

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Antonio Bux – 26/03/2015

La tristezza dell’albero che vedo non combacia
mai con la mia. Eppure sento che la solitudine
è una, questa malattia fondamentale, una la paura
come se essere soli non basti mai a dirsi soli
veramente. Perché essere soli non è più essere
se stessi solamente. Forse il contrario, è dirsi
del mondo, e con la stessa solitudine di quello,
sentirsi a casa. Nell’amicizia solitaria del vento solo
affrontarsi, scegliere lo scioglimento dei sensi in
volo; com’è difficile dirsi soli pensando a questo.
Ma è un attimo, staccare da terra il vero significato,
osservare la cruna dello spazio pendere verso il vuoto,
con tutto concentrato nell’unità, per sola forza che si
autogoverna. Col niente perso nella moltitudine eterna.

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Spain – Sala Vanni, Firenze, 15/02/2015

Gli Spain a Firenze, la fotodimerda è mia.

Gli Spain a Firenze, la fotodimerda è mia.

È stata una benedizione quando una delle tante mail che affollano la casella di posta elettronica di un musicofilo come tanti riportava a pochi giorni dall’evento l’annuncio del concerto degli Spain – una delle band più sottovalutate del sottobosco della musica alternativa tutta – alla Sala Vanni – in un salone affrescato che si apre nel cortile seicentesco del convento di Santa Maria del Carmine. È un incontro perfetto quello tra la band capitanata da Josh Haden, figlio d’arte (suo padre è il celebre contrabbassista Charlie Haden) e una sala concerti così insolita per una band che, tutto sommato, fa musica rock. Si, perché se la band americana suona uno slowcore ibrido che ricorda band accostate generalmente ad altri generi musicali quali American Music Club, Lambchop, Smog, recupera un’estetica tipicamente jazz ed è influenzata da un afflato spirituale, la sala fiorentina è il luogo migliore per conferire un’aura di sacralità al ritorno di una band di culto che ha centellinato negli anni uscite, concerti e interviste.
Le premesse, come le attese, sono dunque delle migliori. Gli Spain si presentano in trio (basso e voce, chitarra e batteria). E l’incipit coglie nel segno: le atmosfere licenziose di “Love At First Sight”, classico navigato dal basso noir di Haden e chiuso in crescendo con le distorsioni chitarristiche di Daniel Brummel. In questo pezzo c’è tutta l’estetica degli Spain: un cocktail elegante che ha come ingredienti principali blues e soul, irrorati da venature jazzy e con la forza d’attrito di isolati scatti di psichedelia dolcemente indolente. La sala, che non registra il tutto esaurito ma una audience decisamente “calda”, inizia quell’opera di plauso che dopo quasi due ore di concerto e due bis assomiglierà al cosiddetto spellarsi le mani.

CONTINUA A LEGGERE QUI – http://www.impattosonoro.it/2015/02/19/reportage/spain

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STAY TUNED #2 – 5 dischi del 2015 da non perdere

2° puntata per la minirubrica di lapidarie selezioni musicali dell’anno in corso: 3 righe x 5 dischi usciti nel 2015 + link a una canzone per disco, per dar spazio alla musica e non al catechismo del recensore di turno. Stavolta tocca a: Father John Misty, Elephant Micah, Bob Dylan, Tobias Jesso Jr e Matthew E. White.

Bob Dylan – Shadows In The Night

L’ultimo Bob Dylan, un omaggio a Sinatra attraverso dieci standard americani, è di una tenerezza tale che qualsiasi critica può esser mossa solo da dei cuori di pietra che giudicano un’opera a prescindere dal sentimento che veicola, sentimento che dagli albori del pensiero è considerato alla base del processo creativo e che qui esplode in ogni direzione possibile. E impossibile.

Father John Misty – I Love You, Honeybear

Tra Calexico e Fleet Foxes (di cui J.Tillman aka FJM è il batterista), con i Love di Arthur Lee come stella polare. Cosa gli vuoi dire a un disco così? Puoi solo prenotarlo per la tua classifica di fine anno con 11 mesi di anticipo sulla scia di ciò che fu per Hot Dreams di Timber Timbre nel 2014, canzone al cui genuino sentimentalismo Father John Misty riporta qui, così.

Elephant Micah – Where In Our Woods

Elephant Micah è uno dei migliori cantautori in giro, ma non è mai andato sulle copertine più hype nonostante abbia un sound definito, ma anche molto vicino a grandi nomi come Bonnie Prince Billy eccetera. Non so cosa non abbia funzionato nella sua carriera, so solo che non riguarda la sua musica e canzoni come queste, degne del migliore slow-core (Spain, per dirne uno non a caso).

Tobias Jesso Jr. – Goon

Chitarrista fallito nel suo sogno di gloria in California, torna a testa bassa a casa dei genitori inizia e lì scopre il pianoforte della sorella e una voce da contraltare della west coast di Billy Joel. Questa è la breve storia di Tobias, accomunabile a tutte le star del pop di qualità del dopoguerra: Randy Newman, Harry Nilsson, John Lennon. E sprazzi di Daniel Johnston lo rendono unico.

Matthew E. White – Fresh Blood

Musicista e compositore di un altro livello rispetto al 99% dei colleghi e già autore di uno dei migliori dischi degli anni ’10, Big Inner, torna con il suo soul vagamente psichedelico e pieno di sfumature jazzy, musica e musicista del terzo millennio. L’attitudine da loner ironico ne fanno un personaggio unico, come questo suo nuovo e splendido album tra Shuggie Otis e Van Morrison.

* Articolo pubblicato su Memecult – http://www.memecult.it/stay-tuned-5-dischi-del-2015-da-non-perdere/

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Giuseppe Rosato – Tre poesie da “Le cose dell’assenza”

Il mare che ti tiene non può farsi
parola, solo può sfiorarlo
il respiro che non se ne fa corpo
ma dolore, e il dolore non si dice.

Nella parola che lo tace il mare
si rassegna e si chiude,
non la dirla la parola è per salvarti
perché di te nulla si perda.

***

Lasciare queste stanze sarà come
lasciare le tue braccia, dall’abbraccio
uscire d’una vita ch’era parsa
non dovessero gli anni mai toccare,
immune come se per sempre immune
dalla morte, alla morte inaccessibile.
Lasciare queste stanze sia la sola
grazie residua, se dal mare un vento
venga già fatte polvere a raccoglierle
le dispolpate braccia, che così,
così, aria nell’aria,
alle tue si riportino.

***

Tu che avevi creduto a un aldilà
Ora perché non te ne trai, perché
Non vieni a dirmi: sono qui, ti vedo,
Insieme proseguiamo il nuovo viaggio…
Amore ti guidava, ed era un sogno.

(Giuseppe Rosato, Le cose dell’assenza, Book Editore, 2012)

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Marta Lentati – Paesaje de Rostros. La vita nelle grotte di Granada

L’aspetto più deprimente dell’Università italiana è la degradazione della tesi finale a lasciapassare per la laurea. Una questione burocratica e non più morale, figurarsi se estetica. Non capita spesso quindi di conoscere qualcuno che abbia scritto una tesi di laurea degna di nota, figurasi se illuminante come quella che ho la fortuna di pubblicare su carusopascoski oggi. Marta, come ogni ricercatore che si rispetti, ha vissuto per mesi e mesi con l’oggetto del suo studio, la vita tra le grotte di Granada che da anni ospitano persone con origini etniche e sociali tra le più diverse, accomunate dal desiderio di una vita diversa ed al cui fine hanno trasformato queste grotte nella loro casa. Così, armata di macchina fotografica e curiosità sincera, ha realizzato il reportage di cui si presenta qui un estratto composto da tre capitoli, Arminda, Adrian e Lisa, tre abitanti delle grotte che qui raccontano la loro esperienza con delle poesie splendide, in cui attraverso la descrizione degli aspetti sia quotidiani che emozionali della vita nelle grotte si accenna a quel centro pulsionale che li trattiene lì e che resta qualcosa che non ha nome, un elemento percettibile eppure indicibile che caratterizza una comunità di esseri umani che vivono con invidiabile armonia, lontani dalle luci della città distante, “umani in cerca dell’umano” che seguono le ragioni comuni di una vita degnamente vissuta e diversamente libera nel ventre della montagna. Accompagnano i testi le fotografie delle tre grotte, anch’esse opera di Marta, che ringrazio per la sua ricerca e per aver accettato di pubblicarla qui e di introdurla brevemente (ahhh, il culo di avere amici che fanno cose bellissime).


Paesaje de Rostros è un lavoro che parla della vita nelle grotte di Granada attraverso l’esperienza e il punto di vista dei suoi abitanti. Ho conosciuto questi luoghi due anni fa durante un viaggio durato un anno e mezzo, nel corso del quale ho avuto l’occasione di conoscere questa realtà da vicino, vivendoci e diventando io stessa un abitante delle grotte. Durante la mia permanenza ho conosciuto i delicati equilibri che sostengono il particolare rapporto che c’è tra le grotte e chi le abita, equilibri che sono poi diventati il soggetto del mio lavoro. La domanda che mi sono posta è stata: Cosa cercano queste persone? Cosa le ha spinte a vivere qui? Cosa offre questo posto? Le risposte a queste domande possono essere date per scontate se ci si ferma ad una osservazione più superficiale, diventano invece complesse se si osserva ogni singola esperienza, ponendo l’attenzione su quelle che sono le necessità recondite in ognuno di noi.
Per realizzare la mia ricerca ho deciso che il mio punto di vista da fotografa e da abitante passeggera non sarebbe bastato. Ho quindi chiesto ai miei vicini di scrivermi qualcosa, dei testi che secondo loro avrebbero potuto descrivere al meglio quei luoghi. Il risultato è stato sorprendente. Le risposte alle mie domande arrivarono ma non nel modo in cui mi aspettavo. Ogni testo racconta un’esperienza attraverso le parole ma anche attraverso la forma in cui vengono presentate. La tipologia di narrazione cambia in relazione al rapporto che il soggetto ha con questi luoghi. Poesie, descrizioni dettagliate, frasi brevi, singole parole affiancate agli scatti delle grotte, tutte raffigurate dallo stesso punto di vista, il mio e il loro.

ARMINDA

Fuori, ombre allargate si posano nell’orizzonte, sussurrando
gli stessi silenzi di questa montagna.
Parlano la lingua delle sorelle. Fluiscono, maestre, le acque del fiume;
Cresce il fico, il mandorlo, il fico d’india, la mora selvatica, l’aloe,
il melograno.
Si frammenta in un ciclo millenario la pietra.
Colpiscono in fondo, le campane della cattedrale, mentre ascende per il versante degli Aranci il gemito di
un gitano che si accende per la buleria.
Ci sono notti di luna piena sulla Sierra Nevada e colori di fuoco nel vento, che porta la persistenza
ossessiva della città, che mai riposa.
Dentro la montagna, scricchiola la roccia, si rinfresca nei giorni
d’estate, caldi e afflitti dai turisti; Si intiepidisce nelle nuvole e
nell’umidità dell’inverno.
La comunità delle grotte non è comune né ospita la smania di unità.
é temporanea (come la vita), bio diversa (come il mondo)
e complessa (come l’essere), difficile, la maggior parte delle volte.
Le ragioni di vivere qui sono le stesse che sostengono ogni vita:
Interiore richiesta di silenzio, fuga, resistenza, necessità, rischio,
libertà, comodità, desiderio, pazzia, eccesso, serenità, tradizione,
autonomia, movimento incerto.
Così che ogni male costruisce il suo frammento del bio sistema come vuole o può, o si lascia, nelle mani
dell’incoscienza, altre volte dell’esperienza sacra del Buon Vivere.
Si esige virilità, e che lo spirito sia chiamato in qualche modo a uscire da sé, senza che però smetta di
camminare del tutto:
vicino, ma sufficientemente lontano.
Per questo vivo qui, per la pertinente distanza che mi permette
a volte il silenzio e a volte di accedere alle differenti manifestazioni della cultura urbana.
Posso sedermi accanto al nonno fuoco, camminare scalza sulla terra,
prendere acqua dalla fonte, scendere dopo in città sapendo che un
angolino mi aspetta nel punto più alto, alieno all’atmosfera viziata delle carceri d’asfalto.
Non scappo, come tutti e tutte.
Sono io stessa il sistema.
Decido di seguire come voglio o posso o mi si lascia, il cammino della
coscienza, di chi guarda dentro per poter vedere fuori.


ADRIAN

La grotta è il mio rifugio nel ventre della montagna.
Senza acqua, luce, né gas.
Il versante è il mio quartiere, due precipizi che si incontrano
formando un anfiteatro.
Il vicinato riempie di spettacolo il soffocante calore di questo agosto, con musica, grida, giuramenti e
lamenti.
Abbondano i cani. Protettori, guardiani, vociferano senza riposo.
Dall’alto del colle, seduta nella poltrona del poeta, si offre la luna,
la luce stellata e la rossa Alahambra.
In mezzo al monte. Tra cardi, fichi d’india, agave
e steppa di erba secca.
Verdi versanti che nascondono segreti. Il Darro con un filo di voce nella valle e le sacre montagne che si
alzano giganti dietro all’aria, quasi palpabili da lontano, si offrono come conforto, una risposta, una
promessa.
Sempre lontani. Lontani dalla città e dalle sue cose.
Lontani dallo sguardo onnipresente del potere.
Utopie pirata, dove ancora è possibile nascondersi.
Ghetti, periferie, sobborghi, geografie brutali.
Lontani da mercanti e templi.
Si sentono i tamburi delle grotte dalla città.
Dalle grotte come un manto di cemento, la città sulla Vega, esalando luce, fumo e rumore.
Scendere in città. Salire nelle grotte.
Dormire con la luna. Svegliarsi con il sole.
Fermarsi, perdersi e pensarsi.
Emarginati, pirati, banditi, bambini perduti, viaggiatori, perseguitati,
rifugiati, fuorviati, fuorilegge, disillusi, resistenti.
Umani in cerca dell’umano.
Accendere un falò e condividere la mistica comunione del fuoco,
guardarsi negli occhi, ballando una danza di risate e coltelli,
di amicizie e dubbi.
Finzione scottante e vita scritta sulla pelle.
Politeismo anarchico.
Fermarsi, perdersi e pensarsi. Ripararsi dalle intemperie.
Umani in cerca dell’umano.
Compagnia, cibo e acqua. Rifugiarsi lontani, in una grotta,
per dormire nel ventre, il sogno della montagna.

LISA

Per i monti di Granada vagano i fantasmi di San Miguel.
Sono intense solitudini che muoiono in incontri casuali.
Cuori vagabondi, zaini fuggitivi, pazzie rampanti, anime senza ruolo
e corpi in fuga… per rifugiarsi nel ventre delle montagne di Granada.
Così selvaggi e così liberi,
così strani e così belli sono i miei vicini di San Miguel.

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Declinare Juve Merda – Seminario intensivo di Mohamed Salah

Il sogno della vita di qualsiasi antijuventino: come in preda a una visione di purezza, un mondo pacificato in cui la Juve perde sempre, correre per tutto il campo dei gobbi mosso dalla forza impareggiabile di Bellezza e Giustizia per calciare infine il pallone in porta come se stessi urlando un liberatorio juvemerdaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaa.

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Stefano Bollani – Teatro Manzoni, Pistoia, 27/01/2015

“Nessuno sa cosa farà Stefano Bollani nel suo concerto .(…) Piano Solo è un grande gioco”. Così recitava la presentazione dell’improvviso concerto di uno dei pianisti italiani del momento (da anni, ormai) e così è stato. Bollani è un mostro di bravura che si permette di tutto sul palco, dall’assolo sublime allo scherzo imperfetto riesce a guadagnare quasi lo stesso volume di applausi. Bollani è uno dei pochi musicisti che viene dal conservatorio e desta accoglienza da pop star senza per questo offendere i propri studi come colleghi di mainstream per pianoforte. Una fama, con la relativa accondiscendenza del suo pubblico trasversale, guadagnata a suon di canzoni e rivisitazioni memorabili e assestata definitivamente con il suo discusso “Sostiene Bollani” andato in onda su Rai 3. E con questa dovuta premessa con cui gran parte del pubblico ha riempito “il più bel teatro che ho visto stasera” (come lo definirà Bollani stesso), l’elegante Teatro Manzoni di Pistoia.
Bollani dà l’impressione di essere una persona frizzante e genuina, eppure strattonato internamente da un’ansia compulsiva di compiacere un pubblico sempre meno interessato a un concerto di piano solo come si dovrebbe, e soprattutto come lui potrebbe come pochi altri, oggi, in Italia. Si prova sovente una malinconia feroce nel percepire forzature nel suo incedere grottesco, poi si è portati a chiudere un occhio perché la risata provocata è ancora più urgente. Resta parzialmente insoddisfatta una richiesta di musica pura solo accennata, quasi fosse un intermezzo tra una gag e l’altra e non l’opposto, un ospite sconveniente, come un vestito tropo bello per recarsi a una serata tra amici (il concerto è stato preceduto da un incontro aperto col pubblico nel tardo pomeriggio) e non il motivo per cui si trova solo, su un palco, con un pianoforte. Un piano solo che dunque ben si accorda alla sua immagine pubblica e meno a un talento sempre più dilazionato tra i più diversi atti della sua carriera eppure ancora decisivo per perdonargli ogni eccesso guascone, una cornice di rara bravura a una serata in libertà concessagli da un pubblico sinceramente amico a cui è stato riservato un concerto facile (per uno come Bollani) ma mai grossolano. Finché riesce a stare su questa sottile linea di confine tra musica e cabaret avanti tutta. Senz’altro stasera ci è riuscito e bene ed è un piacere insolito scriverne.

CONTINUA A LEGGERE QUI – http://www.impattosonoro.it/2015/01/29/reportage/stefano-bollani

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Viaggio al nord (Aaron Katz, Martha Stephens, 2014)

“L’avvenire fu un bolide arrogante.
Sollevò un muro d’acqua al suo passaggio,
neppure per scansarci sufficiente
fu il tempo di mostrargli pari pari
il medio in direzione del lunotto.
Non trovammo un motivo convincente.”
Marco Bini, La conoscenza del vento

“Viaggio al Nord” è un mix tra una commedia “on the road” e uno stralunato documentario recitato da due turisti per caso, in cui si racconta il viaggio in Islanda di una coppia di arzilli neo-vecchietti che non vogliono arrendersi agli anni che passano. Una riflessione ora delicata ora sfacciata sulla vecchiaia, la solitudine, l’amicizia attraverso un viaggio da ventenni: jeep a noleggio, campeggio, litri di birra e quegli imprevisti che diventano la parte più memorabile di una vera avventura nell’imperturbabile Islanda, sottratta alle contingenze del tempo e in cui tutto ciò che è intorno ai protagonisti sembra dir loro che “più nulla qui è rimasto che sia un qui”. E allora tanto vale giocare alla vita, l’unico qui ed ora presente fino alla fine, e godere di questo film.

CONTINUA A LEGGERE QUI – http://www.cinefatti.it/viaggio-al-nord

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