Eloy Santos – Non so chi dice ciò che dico

nessuno è il mio nome, nessuno,
e questi quaderni ripetuti narrano di spiagge
del tempo in cui tardai a parlare la lingua
ferite della desolazione.

io sono la voce che vi cerca dietro i versi,
ma nessuno è il suo autore e niente vuole
se non attraversare la pietra oscura
che gli nega la sua barca.

nessuno si nasconde dietro il nome schivo.
nessuno aspetta risposte.
nessuno vi parla.

***

il libro che ci salvi non si trova
in una biblioteca frequentata,
nessuna mano si annida tra le sue righe,
solo il caso piove sui suoi sentieri:
riposa su scaffali d’orizzonte
spazzati dai maestrali del futuro.
non sostengono le sue lettere pergamene,
terracotta, carta né un mare di sabbia.
chi lo scrive ignora
quali parole portarono i falchi
che tracciò senza pensare, senza deciderlo.
in questa enciclopedia vale allo stesso modo
l’opera del calligrafo e quella dell’illetterato.

il libro che ci salvi
non è ancora scritto:
ogni giorno che passa modifica il proemio
e forse mai sapremo finirlo.
arriverà un minuto eterno e muto,
un minuto finale senza nessuna frase
che ci redima per non aver vissuto.

il libro che ci salvi continua nascosto
nell’abisso australe dei nostri sogni:
lì siamo libellula, arcobaleno,
giaguaro in altre giungle, alto spazio
del sole e dell’aquila. alfabeto siamo
inaccessibile, sintomi del nome
che ci ascolta in noi, simile
al cuore nel suo illuminare silenzioso,
sete sottile dove l’anima fa la sua ombra.

il libro che ci salvi sene va,
e ci intristisce per la sua vita fragile,
perché si cancella tra le nostre mani
sull’orlo di quel nessuno che ormai siamo
cercando luce, misurando parole,
ad immaginare un libro che ci salvi.

***

torno dal sogno, cado come una pietra
nuda sul fango della mia carne.
il sudore mi sveglia in una vita
che non è di nessuno, arriva senza destino,
fino a che denti, fibre e ricordi
emergono dal nulla e danno la forma
a un dolore svegliato con la luce
e a queste mani, che si perdono sole
in labirinti di calligrafia.
ciò che viene dal mare sconosciuto
è la mia voce, dico per dire, la mia vita.
dico anche che sono vivo e che è falso
ciò che sospettano crudeli gli specchi.
per dire, dico anche che è la poesia
la ritmica vigilia delle mani cieche
e che l’alba preferisce chi tace,
ma non so chi dice ciò che dico.

(Netturnaria, Edizioni Via del Vento – Pistoia, 2002, a cura di Alessandro Ghignoli)

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Bobo Rondelli – Metarock, Marina di Pisa, 11/08/2015

rondelli-foto

“C’ho la botta”. Inizia così il concerto di Bobo Rondelli a Marina di Pisa, a pochi passi dalle onde del mare che si infrangono a riva, nella cornice consolidata del festival pisano Metarock, che da anni offre concerti a prezzi contenuti e musicisti spesso eccellenti. E poi incalza con l’ukulele e “Il cielo è di tutti”, rivisitazione musicale trascinante della poesia di Gianni Rodari, che serve a declinare la poetica del cantautore livornese e sfuma in “Who do you love” di Bo Diddley per una serata che sarà ricca di citazioni e cover.

C’ha la botta ma è in forma, Bobo, con la canottierina d’ordinanza e quel suo fare guascone e debordante. Una maschera per la sua sensibilità di poeta vera, che emerge nell’omaggio contenuto nell’ultimo disco a Emanuel Carnevali, poeta italiano “morto di fame nelle cucine d’America”, un maudit nostrano già omaggiato da Massimo Volume e a cui Emidio Clementi ha dedicato quest’anno un intero disco con Corrado Nucini. Si vira poi su “Disperati intellettuali ubriaconi” dall’omonimo disco con Stefano Bollani e inizia la girandola spassosa degli intermezzi comici di Bobo, come quando annuncia ‘il singolo dei singoli (nel senso che me lo fo e me lo ascolto da solo)’, “Cielo e terra”, cui fa seguire l’altro emozionante singolo “Qualche volta sogno”. È tutto troppo lirico per Bobo, e riparte via di testa con “La trilogia della topa, sputtanando il lirismo tipico dell’Opera più solenne e scattando col blues di “I’m a man” per accordare la chitarra mentre bestemmia col fonico, poi rincula sulla farsa con “Segreto proibito” e chiude il momento scazzato con “La ventenne” e sproloquiando di Johnny Cash tra gli applausi di un pubblico che gli applaudirebbe anche un’estorsione.
Poi, si torna a fare sul serio ed è la volta di “Hawaii da Shangai”, una “Gigi Balla” strepitosa e “Per amor del cielo” e che gli vuoi dire? Ha pieno controllo dei ritmi del palco e alterna perfettamente comicità a pura emozione, passano i minuti e neppure te ne accorgi tra una risata strepitosa, un applauso convinto e un brivido sottile sulla pelle dell’anima. Poi spazio per un paio di proclami da piazza, ricordando a Renzi che gli operai ci saranno sempre, ricordando il dramma dei migranti e gridando che ‘Dio è topa’ in preda a una visione profetica della verità ultima. E poi spara “La marmellata” stracantata dal pubblico in visibilio. È il preludio a un’altra fase del concerto, che inizia con “Un bimbo sul leone” di Celentano, ben molleggiata, e darà spazio a canzoni che declinano l’amore e la stortura.
“Ho picchiato la testa” è splendida, perfetta, avvolta di quella malinconia salmastrosa e scanzonata che è tipica di Bobo, “Tieni il mio amore” da brividi e il pubblico abbassa i toni, Bobo li rialza con “Guarda che luna” di Buscaglione e li riabbassa nei commossi minuti di “Nara F.”, delicatissimo omaggio alla madre scomparsa che Bobo canta tenendosi stretto tra le braccia, cullando sogni e fantasmi dentro questa fantasia di paradiso che è l’eterno amore materno. Poi, pura avanguardia per un livornese in trasferta nell’ostile Pisa, canta il suo inno d’amore per Livorno “Madame Sitrì” e spara la bella “Maestro Goldszmith”. Ed è la volta della “Checca Nacchera”, boutade disco-trans (passatemi il sottogenere rondelliano) che genera tripudio assoluto sul palco, il migliore scherzo rondelliano della serata con vere e proprie bordate a Piero Pelù, Platinette e tutti coloro disposti a vendersi a un sistema mediatico marcio. Ma si torna subito all’emozione collettiva generata da “Il paradiso”, mentre compare lo spirito di Mastroiannie con Bobo che ormai si offre quotidianamente come medium, e si chiude con “Licantropi”, altro cavallo di battaglia che chiude il concerto “ufficiale” tra applausi ormai automatici eppure sempre più partecipati emotivamente.

Poi Bobo spara lì tre cover micidiali, italianizzando “New England” di Billy Bragg, “I don’t wanna grow up” di Tom Waits e “No Fun” di Iggy Pop & The Stooges, ma ormai il tripudio è generalizzato e bene fa a chiudere con la musica del Banco di Mutuo Soccorso, che suonarono al Metarock anni fa e i cui fan dopo aver perso Francesco Di Giacomo soffrono le cattive notizie circa la salute di Vittorio Nocenzi. “Non mi rompete” sparata dall’impianto audio sul pubblico ha chiuso con una punta di solenne lirismo una serata dominata dalla verve di Bobo, che appare in stato di grazia e che, come Gigi Balla balla di dolore e si fa sommergere di applausi, ma poi sembra sempre torni a casa più malinconico di prima, e gli si vuole tutti bene soprattutto per questo. Un bene che non vuoi soltanto a un cantautore, né tantomeno a un poeta, quanto a un capopopolo. E Bobo lo è di tutti gli storti, che siano persone, momenti e sentimenti.

* CONTINUA A LEGGERE QUI – http://www.impattosonoro.it/2015/08/22/reportage/bobo-rondelli

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Rossella Renzi – Mentre dico piano la mia preghiera

Sorveglio da questo ramo troppo alto
che tutto proceda nel migliore dei modi
che non ci siano predatori in agguato
per il corpo, così lieve e ridente
che non si lasci prendere davvero
che la casa per voi sia calda e accogliente
che l’albero che mi ospita vi protegga per sempre
con la sua ombra, il suo silenzio verde.

***

Al gelso antico di San Giovanni

A te vengo come ad un tempio
come una vela bianca trasparente
con questa lingua che sia pulita
nelle mani porto latte e miele.

A te vengo come il vento alle spalle
accarezzo il tuo tronco ferito
mentre cade la prima pioggia
dico piano la mia preghiera.

***

Se ti prego ancora un minuto
in profondità nel centro del buio
mi giungerà in dono il tuo disegno
ne sentirò il colore, il tratto fermo
la sbavatura del contorno nero.
Allora, tu, sarai lo spazio bianco.

(Rossella Renzi, Il seme del giorno, L’arcolaio 2015)

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STAY TUNED #5 | 5 dischi del 2015 da non perdere

4° puntata della mia rubrica di lapidari consigli per gli ascolti dell’anno in corso su Memecult: 3 righe x 5 dischi usciti nel 2015 + link a 1 canzone per disco, per dar spazio alla musica e non al catechismo del recensore di turno. Stavolta tocca a: Tame Impala, Shopping, Four Tet, Seasick Steve, Calexico.

Tame Impala – Currents

Disco della svolta, come dichiarato dal leader Kevin Parker, che esaurita la fase del revival psych-pop vira sul soul del futuro con massicce dosi di elettronica. Tra Beatles, Shuggie Otis e stavolta Daft Punk e sul tema dell’”accettazione del fatto di stare cambiando”, con meno chitarre del passato e la stessa voglia di esplorare il passato e rivederlo di propria mano. Retrolizioso.

Shopping – Consumer Complaints

Un’esaustiva spiegazione di cosa voglia dire avere “tiro” in musica. Un album senza salite e discese, ma con un solo vertiginoso salto dentro l’Inghilterra degli anni ’80 e la musica di Gang Of Four, A Certain Ratio e tutto il meglio del Post Punk. Ogni traccia del disco è un potenziale singolo killer, ascoltare con tutta la nostalgia del caso perché l’originalità non è il loro piatto forte.

Four Tet – Morning/Evening

Un vero viaggio dentro l’umore, i colori e le suggestioni dell’alba e del tramonto, a cui sono dedicate due suite di 20 minuti ciascuno di declivio assoluto dentro la bellezza del giorno, tra raga indiani, Kraftwerk, Orb e New Age. Una sfida affascinante nel mescolare linguaggi e creare un’intensa sensazione di pace. Una gioia per la mente, rapirà chi ama viaggiare attraverso la musica.

Seasick Steve – Sonic Soul Surfer

Un barbuto signore di 74 anni seduto davanti a un trattore vecchio stampo con una tavola da surf sul tettino. Risponde all’identikit Seasick Steve, leggendario bluesman americano che frulla dischi su dischi e si fa chiamare “old dog”: “L’intero disco è stato registrato da me e Dan Magnusson mentre eravamo seduti a bere e suonare”. Tra boogie, hillbilly, blues grezzi e poi una preghiera così.

Calexico – Edge Of The Sun

Un disco in cui i Calexico si tolgono di dosso la polvere che li ha resi celebri e immergeteli, sempre all’interno della tradizione del maestoso Sud, in un fiume inedito che ne purifichi cadenze e visioni, tanto da suscitare echi alla Echo & The Bunnymen di “Ocean Rain”. Un capitolo liricissimo che si aggiunge entro la loro saga talvolta ruvida, ma sempre luminosa e qui talvolta abbagliante.

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Stefano Dal Bianco – Tutto il pensiero è segreto e sognato

Ma se nessuna cosa esiste prima
di ricevere un nome,
se senza il nome non c’è esistenza,
se una chiamata lo precede e lo crea,
che cosa sarà stato io
prima-di-essere-stato-chiamato?

Una poltiglia, un surgelato,
il vuoto, il niente, l’assoluto…

Oppure solo… solo niente, in tutta
gravità,
senza la dimensione dell’attesa…

Ma ora che sento che sono
stato chiamato e so che sono
(in qualche infinitesima parte sono),
sono un abbozzo di centro
nel regno della prima aggregazione
con memoria intermittente
di tutta la disgregatezza vera
di ciò che per brevità, di ciò che per errore,
di ciò che per dissennatezza vera
e abitudine mortale
avevamo incominciato a chiamare
avevamo chiamato io.

***

Ho posato una ciotola di sassi
tra me e voi, sul pavimento.
L’ho fatto perché vorrei parlarne
ma non mi fido delle mie parole.
Mi piacerebbe che riuscissimo a parlare
esattamente della stessa cosa
senza che nessuno debba far finta di aver capito
e senza che nessuno si senta incompreso:
io, nella fattispecie.

Vorrei parlare di questi sassi, ma non della loro forma o del loro colore, e nemmeno della loro sostanza o del loro peso.
Vorrei parlare di questi sassi, ma prima vorrei essere sicuro di non essere frainteso.
Per esempio, nemmeno del mio gesto mi posso fidare: forse è sembrato un gesto teatrale, magari fatto male, senza stile, ma pur sempre con dentro qualcosa di simbolico. Invece io non voglio questo. Io vorrei che tutta l’attenzione si concentrasse proprio sui sassi che stanno lì

e al tempo stesso che questa fosse più simile a una poesia che a un monologo.
E un’altra cosa non vorrei: che questa dei sassi fosse considerata una ‘trovata’; perché sarebbe vero solo in parte: io sono veramente preoccupato che noi veramente non parliamo la stessa lingua, ed è così che ho scritto una poesia dimostrativa. Ma io sono preoccupato soprattutto in questo momento, ed è un momento, un attimo, in cui non voglio dimostrare niente, voglio solo andarmene contento, nella sicurezza di aver parlato con qualcuno, e che qualcosa sia successo. Non mi interessa se ciò che sto facendo sia vecchio o nuovo, bello o brutto, ma mi dispiacerebbe se fosse inteso come falso, e sto rischiando. Di solito scrivo delle cose che mi sono abituato a chiamare poesie, ma se questa cosa di questo momento non dovesse funzionare, non dovesse essere compresa, tutto ciò che ho scritto e che scriverò non avrebbe scopo.

Allora, vorrei che ci si concentrasse su quei sassi. Non perché siano importanti di per sé, e non perché siano un simbolo di qualcosa, ma proprio perché sono una cosa come un’altra: sassi.

Hanno però delle qualità: sono visibili e toccabili, sono tanti e sono separati.
Noi dobbiamo stare con i sassi.
Sono una cosa del mondo.
E dobbiamo cercare di capirli.
È per questo che ho scritto una poesia che ha bisogno di un gesto e di un pensiero.

Adesso io starei qualche secondo in silenzio, pensando ai sassi.

[Stefano Dal Bianco, poesie tratte da Prove di libertà, Mondadori 2014 e Ritorno a Planaval, Mondadori 2001]

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Bernie (Richard Linklater, 2011)

Un eccezionale Jack Black nel ruolo drammatico che non ti aspetti, una storia tanto vera da sembrare assurda e un regista al terzo tentativo di mappatura emozionale della provincia americana. Questi sono gli ingredienti principali di Bernie, commedia nera di quel genietto di Richard Linklater che dopo Slacker e SubUrbia, due onesti e riusciti tentativi di dire qualcosa di brillante sul sottobosco della nazione, fa centro con un film che dipana la perversa psicologia dell’America più bigotta e si interroga circa la banalità del bene e del male. Cosa distingue una persona buona da una cattiva? È giusto uccidere una persona cattiva? Fino all’annosa domanda: il fine giustifica i mezzi? Per rispondere a queste domande Linklater ripesca e rilegge un atroce ed esemplare fatto di cronaca del 1996, in Texas: nella piccola località rurale di Carthage l’assistente delle pompe funebri Bernie Tiede è uno dei residenti più amati della cittadina. Insegna alla scuola domenicale, canta nel coro della chiesa ed è sempre pronto a dare una mano, persino a Marjorie Nugent, una delle donne più ricche, odiose e odiate della cittadina. Rimasta vedova e seppur ottantenne, tra lei e il trentenne Bernie nasce una relazione ad altissimo quoziente di difficoltà, la sfida finale alla bontà magniloquente di quest’ultimo, che deraglia sul piano della fiducia incrollabile nell’amore verso il prossimo sotto i colpi spietati dell’efferata malignità di Marjorie uccidendola a fucilate in un raptus liberatorio rispetto al suo egoismo assoluto. Sospinto dalla cecità della comunità intorno a lui che non sospetta alcuna azione maligna da parte del buon Bernie, egli nasconde il corpo della vedova in un congelatore per nove mesi, dando l’illusione che lei sia ancora viva e spendendo intanto il suo denaro in opere di bene sempre più spropositate a favore della comunità. Scoperto infine l’omicidio, Bernie inizia tanto il processo legale quanto quello popolare, dall’esito opposto e parimenti grottesco, relativo e radicale.

CONTINUA A LEGGERE QUI – http://www.cinefatti.it/bernie

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Francesca Matteoni – Prima che il tempo ritorni

Camminiamo in una bolla d’acqua.
È così che non sentiamo la pelle, ma un cielo greve di toppe tra le mani strette sull’ombrello.
Come possono i tuoi pensieri crescere nei miei, la vicinanza dentro la paura?
Dimenticare è vivere, il più delle volte.
Alla fine del tempo il tuo nome è una cosa, una materia che recupero dal fondo delle crepe. Un oggetto di tessuto di cappotto o di pietra acciottolata di salita, un reperto da una strada scoperchiata dell’Europa. Il suono si spacca nella luce di una vita non trascorsa, di fiume troppo presto sotterrato. Alla fine del tempo c’è una piana e si torna piccoli dai pozzi con il sangue nella tasca come un fiore.

***

/il fiume nella piana parla di se stesso/

Ho questa carne scomposta in molte vite.

Zoppico quasi fermo sull’ossame
che a strati rende forte la mia terra.
Torrenti e il suono delle rane
le ombre raggrinzite dei rottami
sul segreto d’erba, sasso, zolla vuote.
Dentro lamine di rame avanzo
mi soffio sul telaio degli attrezzi.

La natura del terreno che si flette
nel rotolio dei pesci, il caglio
dei rifiuti e dei metalli.

Voi del fiume vedete il tratto
di un essere incessante, ripetuto –
gli anni rimestati, indifferenti
nel solco primigenio.

Voi non chiedete all’acqua se ha dolore
perché lei sempre ricompone il corpo
inghiotte, si risana, non trattiene
un volto o un alfabeto troppo a lungo.
Ed è intessuta a fondo, si strizza
dalle erbacce come gocciolio di lume.

Mi scrollano i bagnanti dalle gambe
dove l’airone vola via dal nido
sospeso in brevi specchi nel pulviscolo
bevuto dalle labbra nelle mani.

E quando in superficie rivedete
un filo che su un altro si ricuce
tremate – l’acqua ha un braccio, un occhio cabo
sul vostro vasto viso vi diviene.

A rivoli, segmenti, fossi ombrosi
dentro le porte chiuse delle strade –
a cumuli strappati di fogliame
a lenza improvvisate di canale
a crani di ratti fracassati.
L’animale scannato, la carogna
dentro i teschi l’argilla che s’annera
io tutto, tutto prendo e spingo in basso
che mi s’impietri
in me poi rifluisca
e faccia pace con le terre umane.
Quanto a lungo nell’acqua sosterete?

È ferita lo spacco dove cresco
e sono molta luce unita al fango,
forza della pianta, riflesso,
passo del ritorno.

Da dove vengo io? Dove m’interro
tra i vostri corpi sento un grido
che non avete, ancora, dimenticato.
Da dove vengo, dove straripo
dove vi tengo
con l’ansia del bene.
Nelle vostre città di ponti e mura
e cielo vetroso che si affaccia
sul mio limo bollente nell’arsura
nel tanfo ricoperto sotto il sole
dagli animali rossi d’iniezione –
e lento, io sempre troppo lento
m’incrosto, mi libero, discendo.
Intaglio, avvengo, in superficie
risplendo. Spurgo del mondo.

***

/nella pietra è una madre che bisbiglia/

Voi riconoscete certo un suono
sedendo nella roccia attraversata
il sangue come scava la sorgente
e rende la sua pena a questa gioia.
Voi tutti che dormite abbeverati.
e riconoscerete nelle gocce
il timbro mormorante dei perduti.

I sogni hanno questo di rumore
vi aprono piano piano nella mente.
Vena. Rigagnolo. Frescura. Ferro
che conduce fuori, canto argentino
dei pesci. Voi che avete sete.
E state sotto il getto della fonte
le bocche come quelle dei bambini.

Le vostre bocche senza la memoria
la storia frantumata sulle labbra.
Vi custodiamo il sonno e la saliva
sgorgandovi dall’iride in un lago.
Ardono nei capelli delle fate
i monti scanalati fino al prato.
Portateci nel tremolio del fiato. Tornate.

[Francesca Matteoni, Acquabuia, Nino Aragno Editore, 2014]

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Storia breve della crisi del debito greco

Storia breve della crisi del debito greco: politici papponi mungono un paese intero grazie all’elettorato imbecille che li elegge per anni, i creditori fanno le leggi in casa dei debitori e indebitano ancora di più il paese, il popolo messo con il culo al muro si desta in piazza ed elegge uno di loro dal nome Tsipras che promette di tirare su i calzoni al popolo, i creditori le provano tutte per farlo tornare da dove era venuto ma lui si imbelletta per sedurre l’accidiosa zittella Merkel a capo della congrega e non solo non ce la fa ma si scorda pure di tirare su i calzoni al popolo, indice un referendum per chiedere al popolo se l’esperienza sodomita è piaciuta o meno, il popolo dice no al 60% mentre al 40% è piaciuto eccome, lui e i suoi amici litigano sulla legittimità della sodomia e si spacca il partito che aveva promesso di tirare su i calzoni al popolo ed invece se li è calati a sua volta, la signora Merkel si eccita sempre di più e convoca una grande orgia, ieri, da cui emergerà un seguito tra questi: 1) la Grecia si tira su i calzoni e scappa nel bosco tentando il tutto per tutto per salvarsi il culo e cacciare i creditori 2) la Grecia sceglie di restare col culo al muro per anni alla mercè dei creditori sperando che il dolore prima o poi sparisca 2) si comprano preservativi per tutti e l’orgia tra creditori e debitori continua fino a che non si alza il vento, viene la notte e nessuno capisce più chi lo prende e chi lo mette, per riportare ordine prende il potere un generale dell’esercito amico della Merkel che stabilisce per legge che il popolo lo prende e lui lo mette.

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Diego Bertelli – Ogni giorno è un giorno in meno, eppure un giorno in più

Mi sono vestito dell’ebrezza di parere
altro comune spettatore o attore irripetibile
lontano da me stesso; ma la distanza
è stata solo un gioco dello specchio.
Dire ed essere Rimbaud solo per un momento
in faccia al mondo: non era che una stanza,
e l’applauso uno sparo che ha centrato il riflesso.

***

Nulla più che sformi l’ostilità del cerchio; che muova
la torre in diagonale sulla scacchiera del reale: il tema
della vita ha ridotto le parole all’osso
e più le tento e più non posso.
Al tempo che deforma le opere e i giorni
di qualche già nota variazione, la ragione vale ancora
se non penso quel che sono:
a vivere la vita l’oggetto interno subisce il crollo del soggetto.
Pregare non è neanche più sperare ma lenire la paura di morire.

***

In me stesso svolgo i giorni:
e pare questa vita assente dalla vita
che mi guarda e non riguarda.

Aspetto che qualcosa accenni
(lo credo veramente)
ma finirò di attendere l’evento
accontentandomi di questo solo fatto:
svolgendo il nulla che sempre mi riguarda.

[Diego Bertelli, L’imbuto di chiocciola, Edizioni della Meridiana 2005]

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Luigi Bontempi – La trilogia di “Radio Gnome Invisible” dei Gong

I RACCONTI DI CANTERBURY – Gnomi e banane musicali tra ’60 e ’70 di Luigi Bontempi è “un vero e proprio tuffo in quello spirito irrazionale, dada, romantico e coraggioso che almeno agli inizi accomunò Soft Machine, Gong, Kevin Ayers e Caravan” (Donato Zoppo).
Questo libricino di 50 pagine è edito da 
Nautilus Autoproduzioni, un collettivo legato al movimento delle occupazioni di Torino, fedele ai principi dell’autogestione e alla pratica dell’autoproduzione, che rifiuta le logiche del mercato e del copyright. Come descritto nell’edizione, peraltro splendida, “è la storia di una confraternita di scomunicati, di terroristi, nella quale la psiche è fatta saltare con l’alchimia delle armi musicali; dove il gabinetto delle signore viene distrutto; dove i suoni sono rumori che non vogliono riconoscere musica prima di loro. Nel corso di un decennio a cavallo tra gli anni ’60 e ’70, la sintesi di pop, rock, jazz e folk, nata all’ombra delle torri di Canterbury, dà forza e voce alle grida della “fantasia al potere”.
Tra i tanti brani eccezionali del libro, ho scelto quello sui Gong, perché sono un gruppo praticamente indescrivibile in poche pagine tanto è il grado di lucida follia che li contraddistingue, sebbene Luigi abbia fatto un miracolo narrativo, illustrando i tratti peculiari di una delle epopee musicali più bizzarre, creative e alternative di sempre. Buonprog!

“Gong è un gruppo di estremi che prospera nel caos”
Mike Howlett

Daevid Allen rimane in Francia dando origine all’avventura dei GONG.
Vive a Parigi partecipando a modo suo al Maggio Francese ( “light shows” proiettati dalle finestre della camera da letto sopra le barricate brucianti). Siamo nel 1968, nel momento più incandescente del risveglio culturale dei giovani francesi. L’immaginazione prepara la sua grande battaglia contro il potere. I GONG si creano una certa fama suonando in qualche club parigino; la loro musica risente di mille influenze, ma è sempre libera ed improvvisata, autentica trascrizione sonora della costante “ebbrezza del fumo” che regna tra i suoi componenti. Questo basta alla polizia francese per ritenere la musica del gruppo socialmente pericolosa, costringendo la band a lasciare Parigi per qualche tempo.
Nel 1969 Jean Karako, il “Fidel Castro del rock francese”, convince i GONG ad incidere un album, nasce “ Magik Brother/Mystic Sister”, dove compaiono per la prima volta le chitarre stralunate, i sax sarcastici e le vocine orgasmiche.
Meno di un anno dopo è la volta del mitico “Banana Moon”, disco pubblicato in Francia a nome di Allen, consacrato ad un culto allora in voga, quello della banana essiccata e poi fumata. Nel disco a dare una mano ai GONG, troviamo Wyatt, Gary Wright, Maggie Bell, Nick Evans, Pip Pyle. C’è già l’intuizione della musica-collage, c’è ben stagliata la benedizione dada con la sfilata del mondo preso per le sottane.
La band insieme a William Burroughs danno una ventata di energia al vecchio progetto di Dashiell Hedayat ( che vedrà la luce solo nel maggio del 1971),
quel “Obsolete” tanto sconosciuto quanto mirabile nella sua semplicità, primo tentativo di rock francese altro.
Sempre in Francia realizzano “Continental Circus”, colonna sonora del film di Jerome Laperrousaz su Giacomo Agostini ed il suo rivale francese Jack Findaly. La musica si trasforma nuovamente con “Camembert Electrique”, si sfonda la barriera della pazzia, la voglia dissonante di strisciare sotto le vesti della realtà, carezze oscene ai luoghi comuni. Si celebra l’inclinazione alla propria fantasia beffarda in grado di scuotere le risoluzioni stilistiche accettate, si lanciano invettive contro il potere, si istruisce sull’assurdo ironico, unendo in inediti intrugli marijuana e Zappa.
La GONG BAND, crea un nuovo stile di canto mondiale, una musica chiamata sussurro spaziale, derivante dai canti dei templi d’Atlantide. Questo sussurro spaziale unito alla magica tecnica della chitarra battente chiamata “glissando” praticata dall’alieno, è il veicolo basilare per l’elevazione della coscienza. La band opera tramite una triplice combinazione di musica, rituale, parole, simboli teatrali e suggestioni poetiche, bilanciate e spiritualizzate dalla pura musica.
Lo stesso triplo bilanciamento viene in mente con la pura improvvisazione su una mano e la struttura compositiva, bilanciata ed armonizzata dall’improvvisazione con struttura sull’altra.
Daevid Allen narra di essere stato visitato in una notte di luna piena da esseri verdognoli chiamati Pot Head Pixies (folletti tasta di cosa) originariamente introdottisi in figurine d’inchiostro tramite una pipa d’hashish piena di sogni visibili. Essi provengono da un luminoso pianeta verde di nome Gong, sconosciuto agli astronomi e situato nel settimo cielo in armonia con le leggi della musica delle sfere. Questi essere misteriosi hanno delle teste a punta che terminano con un’elica che serve come ricevitore. Noti per le loro capriole, si spostano su teiere volanti, possono rendersi invisibili quando vogliono. Sul loro pianeta madre si governano da sé tramite un sistema chiamato Anarchia Flottante.
Da quel momento Daevid ha una missione da compiere: ritrasmettere in tutto il mondo le emissioni di Radio Gnome Invisibile, una rete radiofonica pirata telepatica che opera da cervello a cervello da una trasmissione macchina di cristallo che manda le proprie onde dal pianeta Gong.
Il personaggio principale viene chiamato Zero the Hero e la trama della storia viene realizzata in musica con una sequenza di tre dischi in gnomofonia, nati dalle nuove strade rock-elettroniche al formaggio. Nasce così la trilogia di Radio Gnome Invisibile, “The Flying Teapot”, “Angels Egg” e “You”.

Radio-Gnome

Molti personaggi accompagnano il nostro eroe nel suo viaggio di iniziazione per visitare il pianeta Gong, per dovere di cronaca citiamo i più importanti.
Dottor Ottava, I guru di Gong, benevolenti e saggi consiglieri di tutto amore per i Pot Head Pixies e protettori del pianeta. Essi appaiono come un gigantesco occhio radiante che si erge dentro un cono con la punta rivolta verso l’alto, dentro al quale sta un uovo luminoso, contornato da un aura sfumata.
Mista T. Being, un porcello agricoltore egittologo e possibilmente il primo soffio umano a sintonizzarsi su Radio Gnome. Questo utile essere fu il famoso inventore del Walkie-talkie per venditori di carne di maiale e si distinse come il migliore tra i corridori mummia per il British Museum. Successivamente inventò le lenti bianche del telescopio vedochiaro col quale chiunque può vedere il pianeta Gong. E’ un grande geyser celtico con i gomiti pelosi.
Fred The Fish, un antico venditore ambulante di teiere e collezionista di etichette di the che, insospettatamente vendette a T. Being il campanello magico che mette in contatto con la voce di Radio Gnome. Adesso Fred ha una scheggia nella spalla, non avrebbe dovuto sentire certe cose di Radio Gnome. Ad ogni modo egli accompagna T. Being nel suo tandem in technicolor per il Tibet.
Banana Ananda, è il più grande yogi della birra il quale nobilmente piange “datemi una birra”, il canto che accoglie i suoi discepoli che entrano nella sua caverna primitiva che si trova nell’Himalaya in Tibet. Il suo motto è “ Banana Nirvana Manana”, una frase piena di valori che abbisogna molti giorni di profonda completazione per capire i molteplici significati della sua profondità. I suoi insegnamenti sono i più forti che si possano trovare in materia di meditazione. Un potente Saga Indù di grande magnetismo, specialmente per le signore.
The Cook Pot Pixie ( il folletto dell’uccello Pot), Capo pilota delle teiere volanti e primo Pot Head Pixie ad apparire sulla terra, è il Pixie numero uno nel servizio gnomo dei PHP.
Herbert Herbert, filantropo americano multimilionario con una lussuosa casa a Parigi e interessi vari nelle bande.
Zero The Hero (Zero l’eroe), è il vero eroe di questa Gongografia epica. Uno scoppiato fluttuante con una strana predilezione per le gesta di eroi fuori dal comune ed una grande fantasia per i vestiti di tipo profetico. Fu sbalzato fuori dall’esistenza quotidiana automatica, dopo una visione ad un incrocio, al quale rimase per aspettare l’avvento degli eroi.
The Good With Yoni ( la buona strega Yoni ), è stata vista volare per il cielo a bordo di una scopa di fattura ignota ed è conosciuta per i suoi misteriosi balsami di canapa indiana. Si dice che serva la Divinità Lunare: Selena la Dea dell’Amore.
Pussy, un dolce Uccello-Cazzo che si diverte a prendere in giro le gattine del Women’s Lib.
Captain Capricorn, Capitano rispettato, della buona navicella partita dalla terra, il Capitano non crede in niente che non si possa provare scientificamente. Tutto questo Jazz intorno a questi piccoli omini verdi e teiere volanti è veramente un colpo per lui. Egli è animato da un profondo disgusto per le religioni di ogni genere, dovuto ad un lavaggio del cervello cristiano nella prima infanzia. Sta sempre fuori dalla sua navicella, il suo problema e che è allucinato dal fatto che il diavolo lo insegua e vorrebbe tornare sulla terra.
The Prostitute, l’archetipo simbolo della sorellanza scarlatta. Fresca come una mattina di Primavera, tanto vecchia quanto piena d’esperienza, questa alta Sacerdotessa di Madre Terra, calma la guerra dei cieli col calore delle proprie cosce. Alta Sacerdotessa dei Fun Gods (Divinità del Divertimento ).
Selene The Moon Goddess ( Selene la Dea della Luna ), Madre di tutte le cose, sorella Isis dai sette veli che ci separa dal settimo paradiso (l’universo dell’orgasmo perpetuo chiamato Banana Nirvana dal popolo Gong), Madre Divina, sorella e amante di tutti coloro che cercano l’Unità con la saggezza d’amore del pianeta Gong.
Wizard of the Keys (il mago delle chiavi), uno degli otto immortali del pianeta Gong. Ha le chiavi del cosmo di Gong e le relative maooe, la chiave per il tuo cuore e per tutti i segreti più nascosti che fa venir fuori con le torte: Hush Hush o Ha! Ha! Ha! Sshhh! Provenienti dalla luna (Canapa con cedro e farina, un dolce malizioso), che egli distribuisce ogni giorno ad ognuno dei 1024 Pot Head Pixies, il che significa che un giorno sul pianeta Gong è lungo 1024 pipe, ed è misurato in ore-pipa su tutto il pianeta.

La trilogia di Radio Gnome Invisible sta a dimostrare la genialità della banda nel creare una musica spaziale e devastante, nell’inventare un cosmo fatto di “lune di banana” e di prostitute spaziali, di guerrieri mentali dai nomi più strani e di scelte di vita.
La musica dei Gong è un inno alla libertà e alla pura creazione, il contributo di una mente chiara per far vedere il mondo oltre le apparenze e le mistificazioni. Il suo abbandonarsi alla fantasia e agli enigmi psichedelici. Urlo di gioia e di conquista, di vittoria contro gli spiriti impuri che da sempre popolano il corpo della musica.
Allen ci ha insegnato per anni a pestare chiodi di garofano nel mortaio della vita, a non accontentarci delle parvenze che spesso nascondono il senso vero della realtà, ci ha convinti a scavalcare il muro del vicino per rubare le mele che i genitori ci avevano assicurato non essere assolutamente “musica”.
Nel massimo momento di creazione visiva e sonora la GONG band è così composta:
Daevid Allen / Bert Camembert / Captain Capricorn / Christoper Longcock (Cristoforo Cazzolungo) / Mimi Mimolet / The Alien Australian / Banaballen / Dingo Virgin, voce glissando guitar e follia cosmica; Gilly Smith / Shakti Yoni, poesia e sussurro spaziale; Didier Malherbe / Bloomdido Bad de Grasse, sax soprano e tenore, gnomofono e flauto; Tim Blake / High tea Moonweed (foglia di alto the lunare), sintetizzatore e tastiere di cristallo; Stevie Hillage / Capitan Sottomarino, chitarra liquida; Pierre Moerlen / Pere Chusion de Strasbourger, tamburi, tamburelli e bonghi; Mike Howlett / Mista T. Being, basso profondo; Miquette Giraudy / Bamboloni Yoni, voce; Pip Pyle, batteria; Venux de Luxe,capo del sound-mix; Francois De Corbe / Wizz the Kidd, mago delle luci; David Id, servizio monta e smonta.
In tutti gli anni di vita il fantastico mondo dei GONG non è stato minimamente intaccato dalle lusinghe del business, da una vita a stretto contatto con un ambiente disposto a costruire altari d’oro a chi prostituisca (anche in modo poco appariscente) la propria creatività alle esigenze del mercato. I GONG sono stati una banda di terroristi che hanno combattuto la fantasia di marmo, i tortuosi calcoli dell’industria e i becchini della libertà del linguaggio.

 

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Paola Silvia Dolci – Devo sempre essere altrove

i.

Pallore gettato a distesa

Il sole germinava
il bambino che ero stato
rimaneva
ma ammutoliva
l’azzurro sempre inedito del cielo

ii.

Voi, che non avete mai dormito su una nave,
chiedetevi cosa fareste al mattino
se aprendo la finestra
non vedeste intorno
altro che mare

(Portoferraio, 11 settembre 2010)

***

Cremona, 12 febbraio 2012

Dolcissimo amore mio,
questa scrittura è la mia sostituta.
Vorrei passeggiare per la tua città
in orari diversi dai tuoi.
Ieri sera bevevo vino nel foyer
e cercavo se mi stessi guardando.
Poi, mentre la Marinelli recitava
– quando Apollo ti sputa in bocca
e – venne Achille la Bestia
mi sarei alzata e ti avrei raggiunto al buio
per baciarti di nascosto.

Inizio sempre a parlare quando bisogna salutarsi.

Per disfarmi del dolore ho dieci minuti.

***

La mia vera Penelope è Matisse.

Nel giardino gli uccelli hanno voci da bambino.
Per tutte le mie poesie voglio usare l’espressione
Da una poesia anonima
E aprirvi la bocca con le more, schiacciando.

Canterò la guerra
Quando avrò esaurito il tema del viaggio.

(Desenzano, 27 giugno 2012)

[Paola Silvia Dolci, Amiral Bragueton, Italic Pequod 2013)

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“Hic Rhodus, hic salta” – Grecia, Tsipras e la democrazia col culo del popolo

Il titolo dell'Huffington Post del 28/06/2015

Il titolo dell’Huffington Post del 28/06/2015

“Hic Rhodus, hic salta”

[“Qui [è] Rodi, salta qui”. Il senso traslato è “Dimostraci qua e ora le tue affermazioni”. La frase si trova in una delle favole di Esopo, dove un atleta sbruffone afferma di avere fatto un favoloso salto da un piede all’altro del celebre Colosso di Rodi, e di potere esibire dei testimoni; al che uno dei suoi ascoltatori gli dice che non è necessario chiedere ai testimoni, e basta che ripeta il salto là dove si trova.]

Ieri l’Huffington Post titolava, esprimendo grande sorpresa, che i primi sondaggi in Grecia attribuirebbero un vantaggio significativo alle posizioni del compromesso e dell’accettazione delle durissime condizioni poste dalle istituzioni finanziarie europee e internazionali anziché a quelle della piazza inferocita che si ribella contro l’eurogruppo e si dichiara pronta a uscire dall’Euro e dall’Europa a costo di non “diventare pakistani per i prossimi cinquant’anni”, come ricorda il più influente giornalista greco Triantafilopoulos. È la stessa che ha votato Syriza e da cui viene il suo leader e Primo Ministro greco Alexis Tsipras, affinché certi no fosse lui stesso a rilanciarli ai potentati politici e finanziari che stanno schiacciando la Grecia da anni.
Ma siamo diventati tutti così ingenui da pensare davvero che un capo di governo, prima di indire il referendum più importante nella storia della nazione, non abbia consultato egli stesso i sondaggi su cui ogni governo mondiale si basa per governare, stabilendo attraverso questi come modulare la propria linea politica per la tempesta che sta per abbattersi sulla nazione? “Tsipras ha indetto il referendum con indicazione di votare contro. Un politico professionista di grande mestiere: salverà capra e cavoli (governo e poltrona). Se prevarrà il no, avrà la legittimazione popolare per la bancarotta (che non sarà colpa sua). Se i cittadini voteranno “si”, avrà la legittimazione popolare per imporre tutte le dure misure che “lui non voleva” e contemporaneamente farà fuori la minoranza radicale di Syriza che detiene tra i 30 e i 40 voti in aula, vanificando un loro eventuale voto contro l’accordo in Parlamento mandando in frantumi la sua maggioranza di governo” (Dino Borgognoni).
Secondariamente, possiamo davvero sorprenderci che nel popolo greco odierno, che la retorica confonde con l’Antica Grecia, prevalga nei sondaggi la paura di mollare l’Euro e l’Europa rispetto a quella di mettersi una benda e lanciarsi a 300 km/h nel bosco fitto sperando di uscirne vivi invece che finire in un burrone? Vige una massima che dice: “meglio un dolore conosciuto che un cambiamento sconosciuto”.
A questo scopo è forse utile ricordarsi che in questi 150 giorni di governo Tsipras ha perso tempo utile, come ricorda ancora Triantafilopoulos, e non ha ricavato nessuna soluzione alternativa o strappo alle ferree regole del debito dalle trattative infinite con l’eurogruppo, che hanno senz’altro rafforzato la sua immagine pubblica fuori dai confini greci, ma che hanno esautorato compagni di partito, elettori di riferimento e figuriamoci chi ha votato altro, dai neonazisti agli stessi partiti che hanno creato l’enorme debito nazionale. Perché è anche utile ricordare che il popolo greco che probabilmente voterà “si” al referendum, avvallando l’ennesimo piano “lacrime & sangue” dell’eurogruppo nonostante sia ormai verificabile che la politica dell’austerity non ha fatto altro che mettere la Grecia sempre più con le spalle al muro, oggi non è composto da Zeus, Achille ed Ettore, ma da una massa abietta come quella che in Italia ha votato per 20 anni Berlusconi, che ha eletto per decenni i peggiori governi della storia europea, che hanno creato un debito di 320, 3-2-0 miliardi e sono ancora impuniti.

“Dunque, non c’è niente da fare? Al contrario. Il debitore ha un’unica minaccia seria da far valere contro il creditore: non ti ripago il debito. Questa minaccia è però decisiva, questa sì in grado di rovesciare i rapporti di forza. Agire seriamente questa minaccia vuol dire porre la questione della rottura con l’Europa reale, cioè l’Unione Europea della finanza e dell’austerity. Se su un campo non c’è partita, bisogna costringere il nemico a inseguirci su un altro campo, che scegliamo noi. Hirschman parlava dell’opzione exit, non come abbandono della lotta ma, al contrario, come pratica che combinata con la voice può trasformare il contesto. Altri lo chiamavano “diritto di fuga”. La questione è la capacità di determinare il campo di battaglia e una nuova temporalità, senza accettare quelli che il nemico tenta di imporre. Quando parlavamo di diritto all’insolvenza, non intendevamo forse questo?Sarebbe una catastrofe!, urlano i sinistri europeisti. Ma avete idea di cosa da tempo sta capitando in Grecia? Disoccupazione e impoverimento di massa, scuole e ospedali chiudono, l’Organizzazione mondiale della sanità denuncia il crescente numero di persone che si fa inoculare il virus dell’Hiv per accedere ai sussidi sanitari. Cara Europa e cari europeisti, la catastrofe è già avvenuta.”
Gigi Roggero, Rompere il tabù, rompere con il mostro: e poi si vedrà

Nel 2011 l’ex Primo Ministro greco Papadopulos propose il referendum in modo più ampio per i tagli previsti, ovvero per una politica economica di riforma fiscale forzosa, ritoccando al ribasso pensioni, istruzioni, sanità e così via senza chiedere misure straordinarie anche ai grandi patrimoni. Francia e Germania si opposero e la proposta saltò, così dopo quattro anni la situazione finanziaria della Grecia è drasticamente peggiorata mentre le loro banche private hanno ripreso una buona fetta dei crediti, affamando metà della popolazione greca. Pochi giorni fa c’è stato lo scandalo di uno dei più rappresentativi uomini del governo, il capogruppo e speaker di Syriza alla Camera Nikos Fillis, beccato in fila con gli altri cittadini greci a prelevare al Bancomat i propri risparmi. Ebbene, è notizia di oggi che da domani banche e borsa saranno chiuse.
Tsipras stato eletto appena 150 giorni fa ripetendo a megafoni spianati che la Grecia non si sarebbe più fatta prendere per il collo e il culo dalla UE, per essere l’uomo di rottura. Un segnale importante, con numeri tali che garantivano al partito di governare con un certo margine di autonomia rispetto a posizioni che sono proprie solo di Syriza, nel panorama partitico greco, o che talvolta generano ambigue alleanze e compromessi con il partito neo-nazista Alba Dorata e il partito conservatore dei Greci indipendenti. Ma giunto al momento per cui tutti quelli che lo hanno votato aspettavano di dover vivere nel giro di pochi mesi, ha fatto marcia indietro rispetto ai proclami pre e post vittoria elettorale come “Il popolo greco ha messo la troika nel passato, il popolo greco ci dà il mandato per un rinascimento nazionale. (…) Il nuovo governo non darà ragione a nessuna Cassandra, non accetteremo di inchinarci davanti a nessuna costrizione”. Parole, parole, parole, dimostrandosi nei mesi un equilibrista alla Vendola, un pavido alla Civati, i suoi equipollenti italiani. Per dirla con una metafora sportiva: avere il tiro della vita nei secondi finali della partita più importante del secolo, ma decidere di passare il pallone per non rischiare di passare alla storia come quello che l’ha sbagliato. Per dirla in termini politici: rivelarsi un moderato, e non a caso incontrare l’acclamazione di importanti economisti come Paul Krugman riguardo al referendum, che hanno sempre criticato le misure di austerity senza mai spingersi nella contestazione fondamentale che un mondo dominato dalla finanza non può che produrre mostruosità.
Indire un referendum in una situazione del genere è un tentativo patetico di non prendersi le responsabilità per cui è stato eletto, rispettare quel mandato che solo sei mesi fa impugnava con la piazza in festa ed ora con la nazione atterrita davanti al vero oblio, ritira, destituendosi rispetto al suo ruolo, inficiando ancora di più la credibilità delle sue resistenze davanti ai creditori, cui adesso ha dimostrato di non essere davvero opposizione di pronti a tutto. E non a caso, constatata la pochezza di Tsipras come leader nazionale, i contrasti con l’ala radicale di Syriza sono sempre più forti, le voci sulla nomina di un nuovo premier proveniente dal partito sempre più insistenti, perché come ricorda Krugman “finora Syriza si è trovata in una situazione politicamente complicata, con gli elettori furiosi contro le richieste sempre più pressanti di austerità, e la volontà di non lasciare l’euro. È sempre stato difficile considerare come questi desideri si possano riconciliare; e adesso è ancora più difficile”.

“Syriza sa che non godrà di un lungo periodo di tolleranza e che deve agire subito per dimostrare che crede veramente in quello che dice. Altrimenti, ci saranno nuove rivolte sociali.”
Amador Fernandez-Savater, La piazza e il Palazzo: Syntagma e Syriza

È lecito che la popolazione greca, almeno quella che ha eletto Tsipras perché recapitasse certi “no” a pillole indigeribili e mortali per l’intera nazione, si aspettasse che non si dovesse più tornare indietro su certe posizioni dopo appena sei mesi di mandato e invece si va proprio in questa direzione, rimangiarsi promesse e intenzioni di rottura e galleggiare fino a fine mandato, al massimo garantire un tappo qualsiasi rispetto a un Samaras o un qualsiasi altro uomo della “troika”, probabilmente non riuscire neppure in una delle due ipotesi ed entrare nella stagione più minacciosa della nazione senza pilota, senza motore, senza via d’uscita, per la Grecia e l’intera Europa, a partire dalle nazioni più deboli come Portogallo, Spagna e infine Italia.
Come scrive Luigi Ghirri su Il Ribelle: “Il problema è appunto questo. Si è messo in moto un meccanismo infernale grazie al quale l’esposizione delle banche europee verso la Grecia è stata girata agli Stati, quindi ai cittadini europei. Oggi il 60% del debito pubblico greco è in portafoglio ai due fondi europei salva Stati, il 12% al Fmi e l’8% alla Bce per un totale Troika dell’80%. Si tratta della applicazione del principio tanto caro alla Fiat di “privatizzare i profitti e socializzare le perdite”. Se poi le banche avessero ancora in carico titoli greci e se Atene fallisse, tranquilli. Le banche potranno prelevare dai conti correnti della clientela le risorse per coprire le eventuali perdite, grazie alla legge recentemente approvata dal Senato. Anche questo è Libero Mercato. Il loro.”
E il quesito vero è: conoscendo scopi, scrupoli e mezzi dei creditori, il referendum di oggi avrebbe potuto essere invocato mesi fa quando avrebbe avuto i numeri per vincerlo, perché si è aspettato sino ad oggi che non li ha più? Perché era solo una promessa elettorale, forse? Già dopo la decisione della BCE del 4 febbraio di chiudere il principale rubinetto di finanziamento delle banche greche in risposta all’elezione di Tsipras, il governo greco è stato messo davvero con le spalle al muro nelle discussioni con i suoi cosiddetti partner europei, ma firmò un accordo il 20 febbraio che, come possiamo vedere oggi, non è servito a niente. Ha perso tempo, troppo, e aveva promesso l’opposto. E ora di tempo non ce n’è più. Tsipras è senz’altro un comunicatore eccezionale e ha vinto in modo straordinario le elezioni, da mina vagante e unendo piazza, avanguardie e movimenti, ma come politico si rifà a quella classe di dirigenti greci e non, politici e non, che pensa prima a mettersi al sicuro rispetto a tentare un’alternativa rischiosa, ma potenzialmente dirompente e sicuramente inedita, perché sul più bello gli è mancato il coraggio politico e con ogni probabilità gli mancherà il consenso popolare per fare quello che tanti di noi abbiamo sperato avesse la forza di fare con i voti già ottenuti e per cui è stato eletto e che, come ogni politicante, non farà senza ogni garanzia di salire sulla scialuppa di salvataggio per primo in caso di disfatta o di attacchi fatali dagli squali della finanza speculativa.
Nel caso di vittoria del “si” infatti, Tsipras, per coerenza, dovrebbe dimettersi ma potrebbe anche essere legittimato dalla UE come l’uomo del compromesso – proprio perché innocuo sulla poltrona governativa – invece che della rottura – di nuovo in piazza, a mobilitare la popolazione come nei mesi che hanno portato alla sua elezione – di cui si è dimostrato capace solo nei proclami. Riciclato come un D’Alema qualsiasi, da Piazza Syntagma a ferro e fuoco ai bottoni stretti di Berlino e Bruxelles. Come diceva Indro Montanelli: “La sinistra ama talmente i poveri che ogni volta che va al potere li aumenta di numero”, paradosso, segno e sintomo di una ideologia che non trova da decenni i leader adatti, la sua pratica e via d’azione effettiva nel mondo globalizzato ed è stata risucchiata dai compromessi e da sterili pretesti ideologici.
Troppo facile essere democratici col culo degli altri, consolidato vizio della politica greca ed europea degli ultimi decenni.

“Ma quanta parte di Syriza è disposta a una rottura? (…) Per alcuni leader di Syriza evitare la rottura dell’euro ad ogni costo funzionava quasi come una mitica garanzia di una prospettiva internazionalista e socialista. E questo è quello che sta orientando la politica di Syriza al momento.”
Alan Badiou, Tempi pericolosi ci attendono

Democrazia è responsabilità, non delega e “resta il fatto che tutti noi siamo arrivati con colpevole ritardo alla constatazione che è avvenuto in tutta Europa un colpo di stato che ha esautorato definitivamente la sovranità degli stati e dei governi legittimi. La Grecia è soltanto la metafora evidente e drammatica dello stato dell’arte generale.” (Stefano Testa), metafora e avamposto del laboratorio di dittatura finanziaria a venire. Peccato, perché poteva e ancora potrebbe essere un laboratorio di pratiche alternative in chiave anti-neoliberista, se solo Tsipras non avesse convocato il referendum e avesse già posto il suo veto avvallato da regolari elezioni, anziché nascondersi dietro un intero popolo che non sembra voler rinunciare al miraggio di un residuo benessere artificiale sempre più insostenibile e a caro prezzo. Che il popolo greco non se la senta più di entrare nel Cavallo di Troia, stavolta, è l’indicazione più confermata delle ultime ore. O forse si, e allora la prima battaglia sarà vinta e ci sarà ancora possibilità di ribaltare l’esito della guerra mossa dai potentati finanziari alle popolazioni mediterranee, di “sbattere il mostro in prima pagina”, “rompere il tabù, rompere con il mostro: e poi si vedrà”. Sarebbe un atto rivoluzionario e anche stavolta non passerebbe dai politici, ma dalla volontà popolare, dalle avanguardie e i movimenti che da decenni lavorano a tale fine, in Grecia.
In ogni caso non sarà certamente la fine dell’Europa delle banche e della finanza sregolata, ma può essere la lapide sulla fine della Grecia democratica – per mezzo proprio di questa farsa democratica del referendum, democratica nella forma ma non nel contenuto – ancora una volta illusa ed usata dai suoi politicanti, incapaci di compiere gesti rivoluzionari che se non sono loro propri sebbene siano l’antica patria della virtù, figuriamoci se possono essere nostri, italiani, che siamo l’eterna patria della viltà. Forse il popolo greco avrà più coraggio dei suoi leader, noi sicuramente non l’avremmo e pare assurdo come possiamo sorprenderci che a loro possa accadere lo stesso. L’Occidente governa da secoli attraverso la paura. Quando si ritorcerà contro noi stessi e i nostri discorsi “belli tondi e ragionevoli” ce la sentiremo finalmente addosso e ci accorgeremo di quanto sia miserabile, oscena e convincente.

Nikos Fillis, capogruppo e speaker di Syriza alla Camera é stato beccato in fila con gli altri cittadini greci a prelevare al Bancomat.

Nikos Fillis, capogruppo e speaker di Syriza alla Camera é stato beccato in fila con gli altri cittadini greci a prelevare al Bancomat.

* Grazie a Stefano Testa, Lino Milita e Bruno Silvestro per l’utile confronto di ieri pomeriggio su BAR DIAVOLO da cui è nato questo articolo.

 

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Machan – La vera storia di una falsa squadra (Uberto Pasolini, 2008)

Film d’esordio di Uberto Pasolini (poi regista del bellissimo “Still Life”), che racconta la storia vera – online ancora si trovano foto, video, articoli comici – di un gruppo di amici dello Sri Lanka che, dopo aver fallito ogni tentativo legale di farse concedere il visto per l’espatrio in Germania, dichiarano di essere la nazione di pallamano, nonostante non abbiano la minima idea di che gioco sia, e riescono a farsi invitare in pompa magna dalla federazione tedesca per un torneo internazionale. Il piano è scappare appena sbarcati, ma invece giocheranno eccome, prendendo delle scoppole memorabili dalle vere nazionali di Pallamano e facendo perdere le proprie tracce prima che la Polizia si accorga della farsa escogitata, iniziando così una nuova vita in Europa, liberi, impuniti e impossibilitati, ancora dopo anni, a palesarsi come gli autori di uno dei più grandi bluff tirati alle maglie strettissime dei dipartimenti per il controllo dell’immigrazione europei. Il film, una favola moderna sulla condizione di migranti, non si limita alla cronaca di un’impresa comica e storica che fece scandalo all’epoca dei fatti, ma racconta anche gli umori che si accompagnano nella preparazione della fuga, nel lasciare le rispettive famiglie sapendo di non poter più tornare indietro e nel sacrificare tutto, dai risparmi alle reticenze morali, per un biglietto di sola andata in Europa. Un film che fa ridere e commuove, da proiettare nelle scuole per insegnare le paure, le speranze e il coraggio di ogni migrante pronto a tutto per cambiare vita e paese.

CONTINUA A LEGGERE QUI – http://www.cinefatti.it/machan

 

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Picnic at Hanging Rock – La traduzione italiana del capitolo finale segreto di Joan Lindsay

“Questo mio bacio accogli sulla fronte!
E, da te ora separandomi,
lascia che io ti dica
che non sbagli se pensi
che furono un sogno i miei giorni;
e, tuttavia, se la speranza volò via
in una notte o in un giorno,
in una visione o in nient’altro,
è forse per questo meno svanita?
Tutto quello che vediamo, quel che sembriamo
non è che un sogno dentro un sogno.

Sto nel fragore
di un lido tormentato dalla risacca,
stringo in una mano
granelli di sabbia dorata.
Soltanto pochi! E pur come scivolano via,
per le mie dita, e ricadono sul mare!
Ed io piango – io piango!
O Dio! Non potrò trattenerli con una stretta più salda?
O Dio! Mai potrò salvarne
almeno uno, dall’onda spietata?
Tutto quel che vediamo, quel che sembriamo
non è che un sogno dentro un sogno?”

Edgar Allan Poe

Il capitolo finale di Picnic at Hanging Rock, il libro di Joan Lindsay e poi celebre film di Peter Weir, è assente in entrambe le versioni, che non svelano l’enigma alla base della trama e si chiudono con un finale aperto. Perché l’ultimo capitolo è stato rimosso, perché è rimasto segreto?
Joan Lindsay aveva scritto un romanzo composto da diciotto capitoli, con un finale che forniva la spiegazione della scomparsa delle tre ragazze sulla roccia e del ritrovamento di Irma. Per ragioni commerciali l’editore aveva chiesto alla Lindsay di rimuovere l’ultimo capitolo (il diciottesimo) e la Lindsay aveva acconsentito, lasciando al suo agente il compito di pubblicarlo dopo la sua morte. Il capitolo è stato pubblicato in un libretto di una cinquantina di pagine nei paesi anglosassoni nel 1986 e non è mai uscito in Italia.
Roberto Mengoni è il traduttore dell’unica versione in italiano del diciottesimo capitolo, che ha reso pubblica dopo aver trovato l’edizione anglofona di The Secret of Hanging Rock (di seguito il link per scaricare la copia scannerizzata del testo inglese, arricchito da un commento dell’editore e altre ghiottonerie – secret_hanging_rock.pdf) per caso in una biblioteca pubblica a Canberra, come riporta lui stesso sul suo sito dove trovate altre brillanti considerazioni sull’opera (altre di notevole interesse le potete leggere invece qui). Questa dunque è la traduzione in italiano di Roberto Mengoni – XVIII capitolo traduzione 2011.pdf – che copio e incollo di seguito, ringraziando l’autore della suddetta versione e offrendogli una birra a stretto giro, se mi sta leggendo.
Note legali, che riprendo dal sito del traduttore: Il libretto è fuori pubblicazione, quindi penso di non stare violando alcun copyright, ma se così fosse, lo tolgo subito, basta che promettiate di pubblicarlo di nuovo in tutto il mondo, Italia compresa.

picnicathangingrock-group (1)

Sta accadendo adesso. Come è accaduto fin dal momento in cui Edith Horton è fuggita inciampando e urlando verso il pianoro. E come accadrà fino alla fine del tempo. La scena non cambierà mai, neppure per la caduta di una foglia o il volo di un uccello. Per le quattro persone sulla Roccia la recita avverrà sempre nel dolce tramonto di un presente senza passato. La loro gioia ed agonia saranno nuove senza fine.
Miranda è di poco avanti ad Irma e Marion mentre si spingono attraverso i cornioli, i suoi lisci capelli biondi che danzano liberamente come fiori di grano sulle sue spalle in movimento, come se nuotasse, solcando onda dopo onda di un verde opaco. Un’aquila sospesa allo zenit si accorge di un insolito tramestio di macchie più chiare nella boscaglia in basso, e spicca il volo nell’aria più alta e pura. Infine i cespugli si diradano davanti alla parete di una piccola rupe che trattiene l’ultima luce del sole. E’ così che in un milione di sere d’estate la traccia si forma e si riforma sui picchi e i pinnacoli della Hanging Rock.
L’altopiano sul quale sono emerse ora dalla boscaglia è molto simile a quello inferiore: macigni, pietre nomadi, a volte un albero stentato. Gruppi di felci gommose si agitavano leggermente nella pallida luce. La pianura sotto era infinitamente vaga e distante. Guardando in basso attraverso il circolo delle rocce, esse potevano appena distinguere l’andare e il venire di piccole figure, in mezzo a sbuffi di fumo rosato. Una forma nera che poteva essere un veicolo accanto al riflesso dell’acqua.
“Cosa stanno a fare quelle persone laggiù, zampettando come un mucchio di piccole formiche impegnate?” Giunse Marion e guardò sopra le spalle di Irma. “Un incredibile numero di esseri umani è privo di scopo.” Irma rise. “Ho l’impressione che si considerino molto importanti.”
Le formiche e i loro fuochi vennero scartate senza ulteriori commenti.
E comunque Irma si accorse, per un breve momento, di un suono piuttosto curioso che veniva dal piano, come il rimbombo di tamburi distanti. Miranda era stata la prima a vedere il monolite: una singola formazione di roccia, qualcosa simile a un uovo mostruoso, che cresceva regolarmente dalle pietre davanti, sopra una violenta scarpata sulla pianura. Irma, alcuni metri dietro le altre due, le vide arrestarsi d’improvviso con una lieve oscillazione, mentre la testa chinata e le mani pressate sul petto era come se si difendessero da una raffica di vento.
“Che c’è Marion? Cosa ti turba?”
Gli occhi di Marion erano fissi e brillanti, le sue narici dilatate ed Irma pensò casualmente quanto simile lei fosse a un levriero.
“Irma! Non riesci a sentirlo?”
“Sentire cosa, Marion?” Neppure un rametto si muoveva sugli alberelli seccati.
“Il monolite. Mi trascina come la marea. E’ come se mi trascinasse fuori, se vuoi saperlo.” Dato che Marion Quade scherzava raramente, Irma ebbe timore di sorridere. Specialmente mentre Miranda stava richiamandola alle sue spalle, “da che parte lo senti più forte, Marion?”
“Non riesco a capirlo. Mi sembra che stiamo ruotando sulla superficie di un cono – in ogni direzione allo stesso momento.”
Ancora matematica! Quando Marion Quade era particolarmente comica era il momento in cui qualcosa aveva a che fare con le somme. Irma disse leggermente “Mi sembra più come un circo! Forza, ragazze – non volete restare a guardare quel coso per sempre.”
Non appena il monolite fu superato e fu lontano dalla vista, tutte e tre furono sopraffatte da un’irresistibile letargia. Distese in fila sulla liscia superficie di un piccolo pianoro, caddero in un sonno così profondo che un lucertola corse fuori da sotto una roccia e si fermò senza paura nella cavità formata dal braccio allungato di Marion, mentre numerosi insetti dalla corazza di bronzo visitarono senza fretta il capo dorato di Miranda.
Miranda fu la prima a destarsi, in un tramonto senza colori nel quale ogni dettaglio era intensificato, ogni oggetto chiaramente definito e separato: un nido abbandonato nella biforcazione dei rami di un albero morto da tempo, con ogni pagliuzza ed ogni piuma complicatamente intrecciate e tessute; le pieghe della gonna strappata di mussolina di Marion come una conchiglia; i boccoli neri di Irma lontani dal suo volto in una squisita confusione di crini, le ciglia disegnate con vigorosi movimenti sugli zigomi. Tutto, se puoi osservarlo con sufficiente chiarezza, come adesso, è bello e completo. Tutto ha la sua propria perfezione.
Un serpentello marrone che trascinava il suo corpo squamoso sul selciato creò lo stesso rumore del vento sul terreno. L’aria per ogni dove risuonava della vita microscopica.
Irma e Marion erano ancora addormentate. Miranda poteva udire il battito separato dei loro due cuori, come due tamburelli, ciascuno con un ritmo diverso. E nel sottobosco oltre la fenditura, il crepitio e lo schioccare di rami nel punto in cui una creatura vivente si muoveva invisibile verso di loro in mezzo alla vegetazione. Essa si avvicinava, il calpestio e il crepitio ruppero il silenzio quando i cespugli vennero violentemente aperti e un oggetto pesante venne spinto dalla boscaglia quasi nel grembo di Miranda.
Era una donna con un volto scavato e consunto, tagliato da nere folte sopracciglia – una figura clownesca che indossava una camicetta strappata di calico e lunghi mutandoni di calico ricamati sotto il ginocchio di due gambe come bastoni, che davano deboli calci dentro stivaletti neri con lacci.
“Ce l’ho fatta!” esclamò la bocca spalancata, ed ancora “Ce l’ho fatta!”
La testa in disordine cadde di lato, le palpebre pesanti si chiusero. “Poverina! Sembra malata,” disse Irma. “Da dove arriva?”
“Mettile il braccio sotto la testa” disse Miranda “mentre le slaccio il corsetto.”
Libera dalla corteccia che la costringeva, con la testa che riposava su una sottoveste ripiegata, il respiro della straniera si fece regolare, l’espressione affaticata le abbandonò il volto e, gettandosi sulla roccia, si addormentò.
“Perché non ci togliamo tutte questi vestiti assurdi?” chiese Marion. “In fondo, abbiamo abbastanza costole per tenerci diritte.”
Non appena le quattro paia di corsetti furono gettate sulle rocce restituendo una deliziosa frescura e libertà, il senso dell’ordine di Marion venne offeso. “Tutto nell’universo ha un posto assegnato, a cominciare dalle piante. Sì, Irma, ci credo proprio. Non c’è bisogno che rida. Anche i nostri corsetti su Hanging Rock.”
“Bene, non troverai certo un guardaroba,” disse Irma, “anche se ti metti d’impegno a cercarlo. Dove li possiamo mettere?” Miranda suggerì di gettarli nel precipizio. “Passameli.”
“Da che parte sono caduti?” Marion voleva saperlo. “Ecco giusto accanto a te ma non sono riuscita a capirlo.”
“Non li hai visti cadere perché non sono caduti.” La precisa voce gracidante giunse loro come una tromba dalla bocca della donna-pagliaccio sulla roccia, che si era ora tirata a sedere con un’aria perfettamente in salute.
“Credo che se tu, ragazza, girassi la testa a destra e guardassi all’altezza della vita…” Girarono tutte la testa verso destra e lì, davvero, c’erano i corsetti, fermi nell’aria senza vento come una flotta di piccole navi. Miranda aveva raccolto un ramo secco, abbastanza lungo da raggiungerli, e stava frustando quelle stupide cose che sembravano incollate sullo sfondo dell’aria grigia.
“Fammi provare!” Disse Marion. Whack! Whack! “Devono essere ancorate a qualcosa che non vedo.”
“Se volete la mia opinione,” gracchiò la straniera, “sono ancorate nel tempo. Tu ricciolina – che cosa stai guardando?”
“Non volevo guardarvi. Il fatto è che quando voi avete parlato del tempo, ho avuto la curiosa impressione di avervi incontrata da qualche parte. Molto tempo fa.”
“Tutto è possibile, finché non ne sia provata l’impossibilità. E talvolta anche in tal caso.” La stridula voce aveva un tono convincente di autorità.
“E adesso, dato che ci troviamo insieme sul piano di un’esperienza comune – non ho idea del perché – posso conoscere i vostri nomi? Apparentemente ho lasciato il mio contrassegno individuale da qualche parte lì sopra.” Indicò in direzione del muro anonimo di sterpi. “Non importa. Percepisco di essermi liberata di un buon numero di vestiti. Ad ogni modo, eccomi qui. La pressione sul mio corpo fisico deve essere stata molto severa.” Mosse una mano su- gli occhi e Marion chiese con una strana umiltà, “voi suggerite che dovremmo andare avanti prima che la luce svanisca?”
“Per una persona della tua intelligenza – posso discernere il tuo cervello piuttosto bene – tu non hai un gran spirito di osservazione. Dato che qui non ci sono ombre, anche la luce qui non cambia.”
Irma appariva preoccupata. “Non capisco. Per favore, ciò significa che se ci fossero delle caverne, esse sarebbero riempite di luce o tenebra? Sono terrorizzata dai pipistrelli.”
Miranda era radiante. “Irma, cara – non vedi? Significa che arriveremo nella luce!”
“Arriveremo? Ma Miranda… dove stiamo andando?” “La ragazza Miranda ha ragione. Riesco a vedere il suo cuore, pieno di comprensione. Ogni creatura vivente deve arrivare in qualche posto. Se non altro, è quello che ho capito.” Si era alzata in piedi e per un momento loro pensarono che apparisse quasi bella. “In realtà, credo che stiamo arrivando. Adesso. “ Un improvviso mancamento fece ruotare tutto il suo corpo come una giostra. Quando terminò, lei vide davanti a se la fessura. Non era una fessura nelle rocce, né una fessura nel terreno. Era una fessura nello spazio, più o meno come una bella luna piena d’estate, che andava e veniva. Lei l’osservò come i pittori e gli scultori osservano una fessura, una cosa esistente, che dava forma e significato alle altre forme. Come una presenza, non come un’assenza – un’affermazione concreta di verità. Lei pensò che avrebbe potuto continuare a guardarla per sempre, felicemente in estasi, da sopra, da sotto e dall’altra parte. Era solida come un globo, trasparente come una bolla d’aria. Un’apertura facile da attraversare, eppure per nulla concava.
Lei aveva passato la vita intera a fare domande e adesso venivano a lei le risposte, semplicemente guardando alla fessura. Questa si dissolse e finalmente venne la pace in lei.
Il serpentello marrone era riapparso di nuovo e stava adagiato su una spaccatura che correva chissà dove sotto l’inferiore di due macigni che era in equilibrio uno sopra l’altro. Quando Miranda si piegò per toccarle le squame così squisitamente disegnate, essa scappò via in un groviglio di viticci.
Marion si inginocchiò accanto a lei ed insieme cominciarono a rimuovere il pietrisco e i cavi intrecciati del viticcio.
“E’ andata là sotto. Guarda, Miranda – dentro quell’apertura.” Una fessura – forse il labbro di una caverna o di un tunnel, orlato di foglie spezzate a forma di cuore.
“Sarai d’accordo che è mio privilegio entrare per prima?”
“Entrare?” dissero, guardando dallo stretto labbro della caverna alle ampie anche angolari.
“E’ molto semplice. Tu stai pensando nei termini di misurazioni lineari, ragazza Marion. Quando ti darò il segnale – credo un tocco sulla roccia – voi potrete seguirmi, e la ragazza Miranda potrà seguirvi. Avete capito bene?”
Il volto rugoso era radiante.
Prima che potessero rispondere, il lungo torace ossuto si era disteso sul terreno accanto alla fessura, prendendo deliberatamente la forma più adatta a una creatura creata per strisciare e risiedere sotto la terra. Le braccia sottili, incrociate dietro la testa con i suoi luminosi occhi transfissi, divennero le tenaglie di un gigantesco granchio che abita in un ruscello fangoso e transitorio.
Lentamente il corpo si spinse centimetro dopo centimetro nella fessura. Prima a scomparire fu la testa; poi le scapole unite; i mutandoni ricamati, i lunghi neri bastoni delle gambe fuse insieme come una coda che terminava in due stivaletti neri.
“Non vedo l’ora che arrivi il segnale,” disse Marion. Quando infine risuonarono dei colpetti fermi da sotto la roccia, lei andò sotto facilmente, con la testa per prima, lasciandosi la camicetta senza girarsi indietro. “Tocca a me adesso,” disse Miranda. Irma osservò Miranda inginocchiarsi accanto alla fessura, i suoi piedi nudi intrecciati nelle foglie di viticcio – così calma, così bella, così priva di timori. “Oh, Miranda, cara Miranda, non andare laggiù – ho paura. Torniamo a casa!”
“A casa? Non capisco, mia dolce amica. Perché stai piangendo? Ascolta! Non è Marion che mi chiama? Devo andare.” I suoi occhi brillarono come stelle. Il richiamo venne di nuovo. Miranda tirò le sue lunghe meravigliose gambe dietro di lei e scomparve.
Irma si sedette sulla roccia in attesa. Una processione di piccoli insetti si stava svolgendo in mezzo a licheni secchi e selvaggi. Da dove venivano? Dove stavano andando? Dove erano andate tutte? Perché, perché Miranda aveva infilato il suo capo luminoso in un’oscura fessura del suolo? Guardò in alto verso il cielo grigio e senza colore, alle tristi felci senza consistenza e pianse a dirotto.
Per quanto tempo era rimasta a fissare l’orlo della caverna, guardando e aspettando di sentire il richiamo di Miranda sulla roccia? Ascoltando e guardando, guardando e ascoltando. Due o tre ruscelli di sabbia fine scesero picchiettando dall’inferiore dei due grandi macigni sulle foglie rovesciate dei viticci, il quale ruotò lentamente in avanti, e scendendo con precisione dolorosa direttamente dentro la fessura.
Irma si era gettata sulle rocce e si mise a rompere e a colpire la faccia granulosa del macigno con le mani nude. Era sempre stata brava nel ricamo.
Aveva delle belle mani delicate, morbide e bianche.

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Roberto Maggiani – Lo scienziato e il poeta

Da cinque anni sto scrivendo un interminabile saggio sull’enigma, la storia e l’incontro della poesia con la psicologia. Cinquecento pagine e più in cui incrocio e testimonio ogni contributo filosofico, dato scientifico e esperienza poetica sul tema da Platone a Paul Celan fino alla psicologia contemporanea e tutte le più assurde tribù antiche in cui la poesia veniva usata in modi che noi “21st Century Schizoid Men” non sappiamo più immaginare e senza cui queste si sarebbero estinte. Tutto questo per ricordare alla comunità terrestre ciò che i poeti, in questo caso Roberto Maggiani, indicano con chiarezza aliena in pochi versi. Giusto (e più bello) così:

La poesia insegue il reale –
traccia cerchi
intorno alle cose –
il suo laccio lo cattura:
non v’è battito frenetico di ali
né cinguettii di terrore
ma un canto,
come vi fosse un grande sole.

***

Le scienze devono essere poetizzate
poiché il poeta vede i nessi tra le parti del reale –
laddove la scienza divide il poeta unisce.

***

La natura è fatta a pezzi
deturpata scientificamente
sezionata con tagli netti
sviscerata
al fine di comprenderne
la struttura
e le relazioni tra le parti.
Lo scienziato si prodiga
a ricomporre ciò
che era già unito
e che divise per sua curiosità innata.
Il poeta – al contrario –
è alla ricerca dell’interezza
di essa si fa custode.

Ma la scienza che smembra
e divide
salva molte vite,
la poesia invece
è un rapace che preleva dal suolo
e deciderà in volo
se strappare le viscere
o adagiare sulla cima.

[Roberto Maggiani, Scienza aleatoria, LietoColle 2010)

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