Il volo degli aquiloni poetici – Fiesole, 27/09/14

Cose belle: domani sarò a leggere alcune mie poesie a Fiesole per festeggiare un laboratorio poetico per bambini curato da Lo Stato della Poesia. A partire dalle 15 ci saranno una serie di attività per grandi e piccini, tra cui uno spazio per letture poetiche che ospiterà anche il sottoscritto e tante altre iniziative. A domani!

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Luca Buonaguidi, Collective Nimel & Daniele Gaudiano – Ho parlato alle parole

Nella tarda primavera scorsa la casa editrice Oèdipus fece la scelta suicida di pubblicare i miei scritti poetici riuniti in quello che è Ho parlato alla parole, il mio secondo libro di poesia. Era qualche anno che non mi cimentavo nei reading di presentazione dei miei libri che negli ultimi mesi sono stati invece assai frequenti e continueranno, si spera, a lungo. Mi giunse così la proposta di Diego Pinna, coetaneo con cui condividevo gli studi universitari, benché non ci siamo mai visti a lezione ma sempre ai concerti più assurdi sparsi per la Toscana: Diego mi proponeva di sonorizzare il mio reading formando per l’occasione una band che riuniva amici musicisti di stanza a Praho (ovvero: Prato), il Collective Nimel (da maiale, in romagnolo) composto da Diego, Tommaso Galione, Tommaso Diana, Valerio Orlandini e Lorenzo Sguanci. Accettai di corsa e, dopo un paio di prove nei capannoni della provincia cronica pratese e diverse birre ci siamo lanciati nel reading che qui presento. Il reading in questione si è tenuto il 29 aprile 2014 al Controsenso di Prato, club con una programmazione di concerti eccellente e uno specifico spazio, Suburban Volk, creato appositamente per dar voce alle realtà più sperimentali che si muovevano nel sottobosco toscano. Il reading prevedeva, oltre alle mie letture musicate dal Collective Nimel, la proiezione dei video del mio grande amico e sodale Daniele Gaudiano, pittore di stanza a Pieve a Nievole (PT) con cui condivido ogni ascolto da più di dieci anno, per l’occasione alla consolle. Alla comitiva si sono aggiunti due amici valdinievolini, OhA e Francesco Niccoli, rispettavamente fotografo e pittore, che si sono offerti di fare le riprese e montare il video. Questo video quindi è il riassunto di una serata e di una collaborazione tra tante teste diverse, qualcosa in cui ognuno di noi si è sperimentato in una nuova veste, a partire da me stesso: date le ambientazioni sonore vagamente dark dell’ensemble che mi accompagnava, ho cercato qui di dare spazio a quelle liriche che meglio si prestavano alla musica (detto in parole povere: ai ragazzi piace il krautrock e io mi sono adeguato con krautletture), in uno spettacolo di poesia, improvvisazione e antani, definito da Lercio come “il più grande dai tempi dei sermoni di Papa Roncalli”. Ringraziando uno a uno le persone che erano con me sul palco e il Controsenso di Prato, lanciamo qui il video completo dell’esibizione su cui sproloquio da una ventina di righe, che mi sono servite a ammorbidire l’imbarazzo nel rivedermi in video e rendere concepibile a me stesso l’idea di diffondere tutto questo, sperando comunque di farvi cosa sgradita. Se invece sei il gestore di un locale e vuoi riproporre questa cosina qui, contattaci all’144-144-144. Buona visione.

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David Crosby – Croz

Il grande ritorno dell’autore di “If I Could Only Remember My Name“, cimelio 70’s della generazione di ex hippie e riferimento assoluto per i cantautori a venire. Disco serenamente inquieto di un uomo che pare aver finalmente trovato pace dopo una vita turbolenta tra droghe, carcere e altri casini.

* Articolo pubblicato su i.OVO – http://www.iovo.it/2014/07/david-crosby-croz

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Blaise Cendrars – Fogli di viaggio

Blaise Cendrars, all’anagrafe Frédéric-Louis Sauser, è stato uno scrittore svizzero naturalizzato francese. Protagonista dell’avanguardia degli anni Dieci e amico di Apollinaire, Chagall e Le Courbusier, ebbe un ruolo fondamentale nelle ricerche più innovatrici della modernità e fu un instancabile viaggiatore. I suoi taccuini di viaggio sono minuziose, bizzarre e appassionate diapositive dei paesi che visitò e dei sentimenti comuni a quell’anatomia dell’irrequietezza su cui Bruce Chatwin ha scritto libri su libri. Questi Feuilles de route, pubblicati a Parigi nel 1947, si presentano come un diario di viaggio in Brasile, sospese tra prosa e poesia e tra andata e ritorno. Qui se ne presentano tre testi tradotti da Rino Cortiana e pubblicati in uno splendido volume edito da Libri Scheiwiller nel 1992 che ho consumato in una nottata.

Mi hai detto se mi scrivi
Non scrivere tutto a macchina
Aggiungi una riga di tuo pugno
Una parola una sciocchezza una cosa da niente
Sì sì sì sì sì sì sì sì

Eppure la mia Remington è proprio bella
L’amo molto e funziona a meraviglia
La mia scrittura è netta e chiara
Si vede molto bene che sono stato io a scrivere

CI sono degli spazi che solo io so fare
Guarda dunque come è battuta la mia pagina
Tuttavia per farti piacere aggiungo a penna
Due o tre parole
E una grossa macchia d’inchiostro
Per impedirti di leggerle

***

L’aria è fredda
Il mare è d’acciaio
Il cielo è freddo
Il mio corpo è d’acciaio
Addio Europa che lascio per la prima volta dal 1914
Nulla mi interessa più a bordo neppure gli emigranti dell’interponente ebrei russi baschi spagnoli portoghesi e saltimbanchi tedeschi che rimpiangono Parigi
Voglio dimenticare tutto non parlare più le tue lingue e coricarmi con negri e  negre indiani e indiane animali e piante
E fare un bagno e vivere al sole in compagnia di un grosso banano
E amare la grande gemma di questa pianta
Segmentare me stesso
E diventare duro come un ciottolo
Cadere a picco
Andare a fondo

***

Oggi sono forse l’uomo più felice del mondo
Possiedo tutto ciò che non desidero
E alla sola cosa cui tengo nella vita d’ogni giro d’elica mi avvicina
E forse arrivando avrò perduto tutto

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I 10 libri di carusopascoski

Ci ho ripensato, mi è venuta voglia di scrivere i miei 10 libri visto che l’alternativa era studiarne uno che proprio mi annoia e che non è un male se una volta su facebook tutti si mettono a parlare di libri; mi sembrava da snob, io che ne parlo sempre, non farlo proprio stavolta.
No, non indico qui i libri più importanti della mia vita perché sono ancora all’inizio della mia vita di lettore, se tutto va bene, si capisce. Questi quindi sono i 10 libri che nell’ultimo anno di letture hanno smosso in me quei bulloni che dirigono il cuore e il cervello, disposti in ordine cronologico dal primo movimento avvenuto la scorsa estate a quello dell’altroieri. Si è creata involontariamente una lista in cui convivono armonicamente romanzi, poesie e saggi sugli argomenti più disparati. Il filo conduttore di questi libri è l’essere testimonianze viscerali del percorso di vita, ricerca o scrittura che le attraversa, sono libri che hanno una energia colossale e sostengono o sottendono una poetica travolgente, che trascende persino i contenuti che veicolano. Valgano dunque più che come indizi biografici, come una serie di consigli per fare letture belle e rivoluzionarie.
Naturalmente non potevo riuscire a stare nei dieci e come undicesimo trovate una sorpresa di cui sentirete parlare ancora, qui e altrove. È un capolavoro vero, l’ha scritto un mio grande amico e ancora non mi sembra vero che una persona con cui condivido birre, visioni e confidenze abbia il passo gigante e al contempo leggero di un romanziere consumato: appuntate il nome e il titolo, tra un anno fate una ricerca su google e ditemi se non avevo ragione. E ricordatevi: Gandhi era uno stronzo. Olé, si parte:

Emanuele Trevi – Qualcosa di scritto (Ponte alle Grazie)
Fulvio Tomizza – Materada (Bompiani)
James Hillman – Il codice dell’anima (Adelphi)
Mordecai Richter – La versione di Barney (Adelphi)
John Williams – Stoner (Fazi)
Giuseppe Grattacaso – La vita dei bicchieri e delle stelle (Campanotto)
Guido Morselli – Dissipatio H.G. (Adelphi)
Roberto Carifi – Madre (Le Lettere)
Mario de Sa-Carneiro – Quasi e altre poesie (Via del Vento)
Robert Graves – La Dea Bianca (Adelphi)
Julian Jaynes – La mente bicamerale e la nascita della coscienza (Adelphi)
(a cura di) Franco Lolli e Lucillo Santoni – L’infinito nella voce, Su poesia e psicoanalisi , con interventi di Massimo Recalcati, Francesco Scarabicchi, Antonio Di Caccia, Stefano Agosti (Franco Angeli)
Carlo Coccioli – Piccolo Karma (Baldini & Castoldi)
Nicolas De Bouvier – Il Doppio Sguardo (Ets)
Seamus Heaney – La riparazione della poesia (Fazi)
Tarje Silverman – Le case sono campi (Oèdipus)
Giuliano Toccafondi – C’è stato un tempo che tutto era un giardino (Settegiorni)
Le poesie sui muri del M.e.P., Movimento Emancipazione per la Poesia – http://mep.netsons.org
Sergio, ultimo abitante di Sambuca Pistoiese, che ti parla come un libro aperto, come se dalla sua bocca ti parlasse la Storia, tutta.

ghost book:

Marco Tangocci & Lorenzo Piattelli – Il mio nemico Gandhi, Controstoria dell’indipendenza indiana (Inedito)

PS: si, lo so, i libri sono più di 10, e allora? Colgo l’occasione per ribadire l’essenziale anti-matematicità dell’esperienza di questo blog: qui 2+2 fa sempre “m’importa na sega”.

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Ivan Talarico – 10 libri che mi hanno cambiato la vita

L’iniziativa dei dieci libri, dischi e film sui social network mi appassiona molto, come mai una catena di Sant’Antonio era riuscita a fare. Da giorni infatti segno sul taccuino una marea di libri a me ignoti. In tal senso ringrazio chi ha inserito titoli rari e particolari, barando o meno circa la propria verità storica di cui ognuno fa quel che vuole, perché la libertà è una prateria in cui c’è chi si stende al sole e chi dà voce a zone d’ombra residue. La mia lista non la leggerete perché nun tengo voja, ma rassicuratevi: ho partecipato al sentimento comune (ormai per me ai livelli patologici dello shopping compulsivo) scoppiando metà del primo stipendio in libri. Ma d’altronde, che lavoro a fare?
Comunque, la lista migliore che mi sia capitato di leggere è quella di Ivan Talarico, che ha curato anche le biografie degli autori. La natura inventiva e farsesca del suo scritto mi ha fatto venire in mente Giuseppe Pontiggia per un verso e Bolaño per l’altro, che sarebbe senz’altro nella lista dei migliori dieci libri che ho letto in un pomeriggio col suo Stella Distante. Come tutte le opere di fantasia, questa lista è la più autentica tra quelle che ho letto. Spazio al genio fantastico di Ivan dunque, che riprendo dal suo sito www.ivaniscus.com su cui ci sono tante altre cose ghiotte da leggere. A proposito di liste, sappiate subito che i miei preferiti sono il numero 6, 7 e 10.

1. Antologia delle notti inutili (Paula Ursula Tain)

Dodici notti, con dodici obiettivi diversi per Lana, la pasionaria. Dodici uomini importanti da sedurre per cambiare il destino del mondo. Un generale, un massone, un bancario, un papa, un politico e così via. Dodici occasioni che dilagano in storie di passioni folli e brevissime. Ma nulla le resta in mano nell’atletico finale: non amore, non potere, non il mondo, che nell’ultima notte scambierà per un cappello di piume. Una prosa cruda e tagliente che mostra l’impossibilità di cambiare il mondo con la forza della lascivia.

Paula Ursula Tain (1848-1898) è stata una scrittrice inglese irrequieta dell’epoca vittoriana. Ha fatto della sua vita uno scandalo ed è morta avvelenata durante una delle feste dissolute tanto invise alla nobiltà britannica che aveva raccontato in His Real Majesty e Doubts on dreams.

2. Vigor mortis (Kostant Orper)

“Il mio anno migliore è stato questo, in cui morirò. Sapere di morire mi fa sperare in un futuro migliore“. Orper disegna la vita di un uomo medio nella Germania degli anni ’30. Un uomo medio che ad un certo punto ha un’idea brillante: quella di morire. Ed intorno alla sua morte crea una fitta rete di eventi e relazioni, di vicende e colpi di scena. Da persona insignificante riesce ad imprimersi nell’immaginario collettivo, portando migliaia di persone al suo funerale ed un rimpianto sociale che riesce a contagiare tutta l’Europa.

Kostant Orper (1900-1936) è scrittore proletario della regione della Ruhr. Dalle miniere di carbone gli è difficile vedere un futuro, per questo muore suicida nel ’36. Vigor Mortis è il suo capolavoro internazionale, tradotto in due lingue morte, a cui è seguito Senza Vita, storia d’un uomo senza anima che vive i suoi giorni senza volonta, preconizzatore del filone dei Morti Viventi e degli Zombies. Tutti i suoi romanzi e racconti sono postumi.

3. Autobiografia del mio amico immaginario (Emilio Salvatore Troverso)

Augusto è un ragazzo normale, ha 17 anni ed è felice, ha una fidanzata e studia con profitto nella provincia Toscana degli anni ’70. Ma un giorno i genitori, al compimento del 18° anno, gli confidano una notizia per lui dolorosa: Adelmo, il suo compagno di banco e amico di tenera età, non è mai esistito. Augusto vive un profondissimo choc che lo porta a diventare egli stesso Adelmo, scrivendo la sua autobiografia in forma di diario, e a dimenticare di sé.

Emilio Salvatore Troverso (1927-1997) scrive tutta la sua opera sui disastri che la guerra opera nella psiche umana. Sui campi di battaglia conosce Louis Ferdinand Céline e Raimondo Vianello, prendendo una cupa visione dell’esistenza dal primo, ed un’ossessione della reiterazione familiare dal secondo. Stampava da solo i suoi libri in pochi esemplari e molti titoli sono purtroppo andati perduti.

4. L’amore dei molluschi (Gaspare Opodo)

Ninetta è una bambina senza ambizioni, Alfonso non ha ideali né obiettivi. Sono piccoli e grassi, rotolano insieme a scuola e vivono di rendite familiari. Si fidanzano a cinque anni per sposarsi a 24 ed avere un figlio a 25, in regola con la media dell’alternanza generazionale. Un giorno si chiudono in loro stessi per non uscirne mai più.

Gaspare Opodo (1944) utilizza metafore riconoscibili per descrivere la società del suo tempo. Nel ’68 pubblica L’amore dei molluschi polemizzando contro la generazione della rivolta giovanile. Per questo viene ostracizzato ed i suoi libri bruciati nelle piazze. Molti dei suoi amici gli scrivono in tarda età per confermare che aveva ragione.

5. Come nascondersi in pubblico (Edward Hide)

Un manuale ironico contro la mondanità. Diviso in capitoli dai titoli iperbolici (Imperatore della stanza da bagno, Pontificare nei parchi pubblici, Nascondersi nelle piazze principali, Viaggiare senza spostarsi) racconta di come un uomo possa esistere senza un’identità sociale, sapendo solo egli stesso chi è. Il protagonista cambia nome con ogni persona che incontra, vive sei identità parallele con altrettante mogli e viene addirittura eletto alla presidenza di due stati europei, senza che nessuno sappia nulla di lui.

Edward Hide (1911-1999) ha lavorato come traduttore e ghost writer. Suoi alcuni libri pubblicati a nome di Italo Calvino, Albert Camus, Saul Bellow. Della sua vita privata non si sa nulla. Quello citato è l’unico libro pubblicato a suo nome.

6. Caino e Babele – de speculatione in familia (Filoteo I Ettrino)

Una rusticaneria popolare che parte dalla speculazione giullaresca per creare una serie di equivoci legati al mondo della famiglia. Caino parla solo con versi animaleschi, ad Abele viene insegnato l’uso della parola. Non si capiranno mai e questo porterà alle tragiche e note conseguenze. Romolo, pastore, parla burino; Remo, allevato dalla madre, balla coi lupi. Anche in questo caso la tragedia, scimmiottata sulla moda dei lazzi della commedia dell’arte, è figlia dell’incomprensione. Ma anche Plinio il Vecchio e Plinio il Giovane, Gargantua e Pantagruele, La Marcolfa e Bertoldino, Giulio Cesare e Bruto, tra gli altri, non sono indenni dall’analisi caustica dell’Ettrino.

Filoteo I Ettrino (1654-1700) fu monaco gesuita, molto preparato nelle arti e nella poesia. Girò il mondo nelle missioni di evangelizzazione e scrisse un diario (andato perduto) che correggeva e contraddiceva il Milione di Marco Polo, sostenendo la tesi che il Polo non fosse mai partito da casa, ma fosse un grande immaginatore.

7. Non si esce vivi dagli ottant’anni (Aldo Nonino)

Clodmio compie ottant’anni. Ha dodici figli maschi. Ma non ricorda quanti nipoti. Le mogli dei figli lo vengono a sapere e disertano la sua festa di compleanno. I nipoti si presentano in ordine sparso, così da non permettergli di capire quanti sono, interessati solo all’ eredità. I figli si lamentano che colpe di Clodmio son ricadute su di loro. Un compleanno difficile, il suo. Tenta il suicidio prima del taglio della torta, recidendosi le vene col coltello dei dolci, ma viene salvato dal fantasma della moglie, che non lo vuole con lei nell’aldilà. Per fortuna riesce a contrarre una malattia che lo consuma dolcemente e lo porta via con sé prima dell’ottantunesimo anno. Le mogli dei figli si presentano compatte alla festa per il suo funerale.

Aldo Nonino (1925-2005) famosissimo anziano italoamericano, distintosi in tutte le fasi della sua vita per la protervia sclerotica. Nato all’età di 80 anni nel 1925, morì a 160 anni nel Wisconsin. E’ considerato uno degli uomini più longevi della storia, escluso l’Antico Testamento. La leggenda vuole che la prima parola che pronuncio fu “lombosciatalgia”. Enfant prodige del talento letterario, fu conosciuto solo in tarda età e divenne un cult generazionale negli ospedali geriatrici dopo la morte.

8. Quattro sassi opalini sul pavimento verderame (Dalton Rainbow)

Settantadue omicidi in una notte. Il commissario Wollallans non ha riposo. Pensa alla strage, al genocidio, ma si accorge che non ci sono minoranze violate. Settantadue omicidi singoli. Vittima di una sfiducia sociale e dei luoghi comuni letterari, Wollallans si arresta dichiarandosi colpevole. Dopo dodici anni di carcere muore pieno di rimorsi. E qui l’invenzione di Rainbow: la seconda parte del libro è un dossier sul vero assassino, sul crimine perfetto e sulla debolezza psichica di Wollallans, primo vero eroe, simbolo dell’onestà a scapito della verità.

Dalton Rainbow (1965) è il re del giallo da camera. La sua opera ha ispirato molta della cinematografia attuale, creando il genere Thriller domestico. Ha pubblicato oltre 120 libri diffusi in tutto il mondo senza traduzione per ambizioni post coloniali. Da Quattro sassi opalini sul pavimento verderame è stato tratto il film-capolavoro Sei pietre grigie sul soffitto azzurro, in cui la trama è stata modificata per esigenze dello scenografo arredatore. Il commissario Wollallans è un personaggio entrato ormai nella quotidianità di milioni di persone nel mondo.

9. Lo svizzero nel congelatore (Alfredo Algido)

I disastri del pianeta sono ormai sotto gli occhi di tutti. Inquinamento, effetto serra, piogge acide, innalzamento delle acque, malattie. La teoria di Algido è che non serva a nulla sviluppare un rapporto positivo tra l’uomo e l’ambiente, è un’utopia di stampo neopositivista che non trova spazio nella civiltà contemporanea. La sua proposta è quella mistica di riequilibrare il cosmo partendo dal dettaglio, dall’infinitamente piccolo. Convinto che il battito d’ali d’una farfalla possa provocare un uragano dall’altra parte del mondo, Alvise Manfredo, tassista lombardo, focalizza le sue ricerche su quel gesto apotropaico che possa salvare il mondo. Perde il lavoro, la famiglia, gli interessi concentrandosi su questa ricerca snervante. Si fa mistico, frequenta i guaritori del centroamerica e i mistici indiani. E decide. Si reca in svizzera, rapisce Ewen Orrio, ticinese, e lo chiude nel suo congelatore a Bergamo. La vicenda umana si chiude qui, dopo pochi anni il povero Manfredo muore dimenticando di respirare. Pochi giorni dopo la casa rimane senza corrente ed anche Orrio si risveglia, facendo tesoro della sua esperienza ed impiegandosi in una banca svizzera con contratto a tempo indeterminato.

Alfredo Algido (1947) è un autore milanese che parla del lato triste e povero della sua città, ispirato dal primo Jannacci e dalla sua infanzia nella Brianza rurale. Assolutamente privo di senso dell’ironia e critica, vive la sua vita con semplicità, raccontando il mondo che conosce. Attualmente fa il contadino nel centro di Milano, ma le sue verdure di cemento hanno conquistato anche la fama di molti centri d’arte contemporanea, in Brianza come nel mondo. Lo svizzero nel congelatore è il suo terzo libro, dopo Melanzana d’acciaio e la raccolta di racconti Ansia in Brianza.

10. E Poe sia! – maelstrom di verdure (Walter Usher)

L’idea alla base di questo libro è degna di instaurare un nuovo concetto di poetica, superando anche i cut-up e i deliri surrealisti. Nulla di nuovo si può scrivere, né narrativa, né poesia. Tutto è esaurito e sorpassato. L’unica possibilità è rivivere le vite del passato, le migliori. Così Usher si convince d’esser Poe e scrive i riversi più belli dello scrittore statunitense come se fossero vergati di suo pugno. Il successo letterario è enorme, senza precedenti. La critica entusiasta, i lettori commossi. Ma non tutti sono d’accordo con la sua teoria: i proprietari dei diritti letterari di Poe scoprono l’inghippo dopo soli due anni ed intentano una causa che trascinerà nel lastrico Usher e prosciughera la sua fitta creatività letteraria. Una rivoluzione, la sua, naufragata nel diritto d’autore.

Walter Usher (1920-1955) figlio di una famiglia borghese di New York da giovane lavora come commesso viaggiatore e conosce tutti gli Stati Uniti. Fin dall’età di 5 anni scrive poesie di rara bruttezza (lo ammetterà lui stesso qualche anno dopo), rendendosi conto di non essere portato per la scrittura decide di puntare alla fama ed inventa la Letteratura Reincarnata. Ma suo libro di Poe è l’unica cosa che riesce a scrivere, sopraffatto dalle cause e da un’alcolismo imitativo trova facile morte in giovane età, lasciando molti emuli tra gli appassionati di Edgar Allan Poe.

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Per l’Indipendenza della Scozia – Hugh MacDiarmid e la rivoluzione attraverso la poesia

“I limiti del mio linguaggio sono i limiti del mio mondo”
Wittgenstein

Il danno peggiore che la Lega ha fatto in Italia è quello di aver diffuso la percezione che i movimenti indipendentisti siano altrove come qui gruppi di alcolizzati e analfabeti allo sbaraglio o arrivisti senza alcuna visione d’insieme. Siccome il movimento indipendentista scozzese è invece serio, lucido e duro a morire, io tifo per loro il 18 settembre prossimo e non mi dispiacerebbe se un giorno lontano, all’interno di un’Europa concretamente federale, toccasse alla Toscana. Come segno di buon auspicio riprendo in mano il loro miglior poeta del ‘900, Hugh MacDiarmid, che nella prima metà del Novecento si oppose al colonialismo inglese rispolverando lo scozzese nei suoi testi attraverso l’invenzione di una lingua che lui chiamava “scozzese sintetico”, umiliando così l’invasore e la sua lingua e riesumando “elementi inconsci di una psicologia scozzese a sé stante”, con l’effetto di “ottenere per la Scozia ciò che gli sforzi congiunti della Lega Gaelica e della Rinascita Letteraria ottennero per l’Irlanda”, come racconta di lui Seamus Heaney in un bellissimo capitolo a lui dedicato del suo La riparazione della poesia (Fazi Editore). L’indipendentismo scozzese si manifesta proprio negli anni in cui opera MacDiarmid, tanto che lo Scottish National Party (SNP), il partito promotore del referendum, fu fondato nel 1934, piccoli esempi di come la letteratura possa essere davvero rivoluzionaria e come una manciata di poesie possano ottenere gli stessi effetti delle armi canoniche senza spargimenti di sangue, ma solo incrementi di conoscenza, sentimento e civiltà. Questo esempio viene raccontato nella prefazione all’edizione italiana di On a raised beach (Supernova Edizioni), tradotto e introdotto da Marco Fazzini e di cui estraggo la parte qui più attinente. Al termine, una canzone che adoro di una grande band scozzese che si è pronunciata con forza per l’indipendenza scozzese in passato e adesso con referendum alle porte, i Mogwai.

Marco Fazzini – La rinascenza scozzese e Hugh MacDiarmid

Dopo un passato glorioso sia per lo scots (lo scozzese) che per il gaelico, già nell’Ottocento furono palesi i sintomi di una rapida estinzione delle lingue minoritarie della Scozia. Durante la seconda metà del secolo scorso, e per almeno due decadi fino agli anni settanta, il sistema educativo scozzese subì un radicale cambiamento, soprattutto dopo l’introduzione dell’Education (Scotland) Act. In base a questa legge del 1872, si introdusse in Scozia “uno dei sistemi scolastici dall’organizzazione più centralizzata del mondo”, determinando altri problemi conseguenti l’intero processo di ridefinizione della cultura scozzese. Colin Milton osserva che i parametri che “le scuole scozzesi furono incoraggiate ad adottare dall’ispettore scolastico non erano parametri scozzesi; la pressione era verso l’anglicizzazione, come le relazioni degli ispettori mostravano chiaramente verso la fine degli anni novanta. Così, in Scozia, la riforma educativa non solo minacciava le particolarità regionali ma anche, e più fondamentalmente, la stessa identità nazionale.
Il controllo linguistico e culturale in mano agli inglesi fu la diretta conseguenza di un più diffuso controllo politico che imperava ormai sin dal 1707, data del passaggio della corona scozzese sotto l’egida britanica. Sin da allora la decadenza dell’uso dello scots per intenti letterari andò di pari passo con l’impatto religioso di cui godette la traduzione della Bibbia ad opera di Re Giacomo. L’abolizione del parlamento della Scozia e la conseguente rimozione della corte a Londra, svalutò lo scots e la cultura ad esso legata in quanto rispondenti ai parametri di marginalità e barbarismo dettati dalla sovranità politica e culturale della voce civilizzata, centrista ed estetizzante del regno. “I gallesi, gli scozzesi e gli irlandesi devono dimostrare, quindi”, come notano Cairns e Richards, “di parlare inglese come prova della loro ammissione all’interno della più vasta potenza potenza dell’Inghilterra, eppure devono parlarlo con sufficiente deviazione dalla forma standard per affermare il loro status chiaramente subordinato all’interno dell’unione”. Con ciò ebbe inizio ciò che Jan Mohamed ha definito di recente come l’asse per il macchinario ideologico dell'”allegoria manichea”. Quale conseguenza si determinò il declino delle lettere scozzesi, ma anche un progressivo depauperamento della forza legante che le lingue locali esercitavano per materie sia letterarie sia di corrente quotidianeità.
La lingua standardizzata e standardizzante imposta come la riunione delle corone ridusse lo scots ed il gaelico a semplici ed incivili dialetti, mezzi bassi e barbari di comunicazione linguistica. Se quindi con Burns ed i suoi imitatori lo scotes godette in parte di un periodo di fulgore verso la fine del Settecento, il suo disuso coninuò per tutto il diciannovesimo secondo fin quando MacDiarmid pensò di fargli incarnare l’elemento oppositivo che Nietzsche chiamò dionisiaco, e che Joyce usò per sfidare il potere apollineo della tradizione inglese.
Ciò che MacDiarmid propugnò negli anni venti e trenta del Novecento fu la rinascita delle lingue locali, degli idiomi che potessero riuscire a rappresentare l’intera gamma della vita a Scozia, ridefinendo la natura ed il carattere delle tecniche nazionali e dell’economia artistica. Nelle parole di MacDiarmid: “L’udo letterario del vernacolo – quanto del gaelico – è solo un aspetto di tutto ciò; un problema nel problema; e non sostengo la campagna per la rinascita del Doric se viene dimenticata l’essenziale diversità-nell’unità scozzese, né dove le tendenze implicate possano dimostrarsi anticulturali.”
Spence attorno alla fine del secolo scorso, e MacDiarmid successivamente, furono i due intellettuali che mostrarono di nuovo tutte le potenzialità d’un elemento di caratterizzazione culturale, un elemento che nelle loro mani divenne con facilità un mezzo di lotta politica e letteraria. Lo scots, questa lingua autoctona che per molti non poteva elevarsi a nulla più che ad un rozzo dialetto locale, stava per sfoderare, grazie ad una azione sconvolgente quanto ardita, le sue armi migliori. Commentando su questo rinnovamento, Alan Bold sottolinea in modo chiaro la nuova apertura che Spence mette a disposizione di MacDiarmid: “Spence aveva mostrato che lo scots non era affatto una lingua morta e sepolta ma una letteratura a cui si era permesso d’andare in atrofia. Ci sarebbe voluto ovviamente un genio per scuotere lo scots alle sue radici e fargli sostenere il peso della poesia moderna. MacDiarmid era pronto, deciso e capace a fare proprio questo.”

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Timber Timbre – Hot Dreams

Questo disco, così aspro e notturno che potrebbe esser la colonna sonora di Naked (film cult di Mike Leigh), ci metterà forse un paio di ascolti in più ad ammaliarvi con la sua classe rotonda e sicura. Più torbido dei Tindersticks, contiene una delle più affascinanti canzoni dell’anno, “Hot Dreams“.

* Articolo pubblicato su i.OVO – http://www.iovo.it/2014/07/timber-timbre-hot-dreams

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Di questo paese e di questi boschi – Omaggio a Spedaletto Pistoiese

“Passerà il mese di agosto. Tutti se ne andranno. Torneranno verso le città. (…) Partiti tutti il silenzio piomberà sulla valle, specie sui borghi più isolati. Un silenzio quasi di cimitero dissacrato.”
Giuliano Toccafondi

In questi giorni festeggio un anno sulla montagna.
Mi sono innamorato dell’appennino tosco-emiliano: ho trovato una casina deliziosa, un paese di cui sono innamorato e un lavoro che mi dà pane per la pancia e per l’anima. Quello che state per leggere è un omaggio al luogo in cui vivo oggi.
Ciò che di questo brano mi è più caro, è che è composto anche di persone che a queste terre appartengono o che ne sono state contaminate, che compaiono nelle prossime righe e che ringrazio infinitamente e menziono in ordine di apparizione in questo lungo brano: le splendide fotografie di Spedaletto e nei boschi che la circondano scattate da Ylenia Cantello, che spuntata all’improvviso mi ha scritto una mail bellissima dopo aver letto un mio precedente racconto sull’appennino e che è venuta fin quassù a conoscermi, scattare, emozionarsi per queste montagne. E tornerà, queste fotografie sono l’inizio di una lunga collaborazione; le osservazioni di Giuliano Toccafondi, appassionato narratore di storia locale della montagna pistoiese che non ho fatto in tempo a conoscere, mi sono dovuto accontentare di leggere il suo bellissimo “C’è stato un tempo che tutto era un giardino” (Settegiorni Editore); l’amore di Bill Homes per l’appennino, che ha portato questo pittore inglese a vivere qui vicino e a dipingere splendidi acquarelli di paesi, case, selciati destinati a scomparire, memoria visiva per sopravvivere nei secoli, che spero di incontrare presto di persona; le poesie di Azzurra D’Agostino, di stanza a Pavana,  poeta e ideatrice del festival più coraggioso che conosca, “L’importanza di essere piccoli”, determinante nei primordi della mia attrazione per questi boschi non meno di Guccini e di certi miei ricordi d’infanzia poco distanti da qui; le canzoni di Stefano Testa, un musicista di stanza a Madognana (sopra Porretta Terme) che ha accolto la mia curiosità e con cui è nata una bella amicizia. L’ho nominato mio “maestro di montagna, di alberi e di fiori” e lui non è ancora scappato. Il testo della sua canzone che conclude questo brano è l’esatta traduzione di tanti dei pensieri che accompagnano i miei giorni qui, a braccetto di vallate generose da un anno. Questo mio brano ha l’ambizione di testimoniarmi almeno quanto quei cinque splendidi minuti di musica appenninica.
Buona lettura.

Da qualche tempo preferisco ascoltare invece di parlare, non mi piacciono più i giudizi non strettamente necessari, non credo sia sempre necessario capire qualsiasi cosa per star bene.
Non voglio identificarmi con niente, ma voglio provare ad accettare tutto quello che accade, non fosse per il fatto che il mio rifiuto di un elemento qualsiasi non lo esclude dal campo del reale, ma esclude invero me stesso da una piccola parte del mio essere nel mondo.
Se esiste, va contemplato.

“Poco, mi serve.
Una crosta di pane,
un ditale di latte,
e questo cielo
e queste nuvole”
Velimir Chlebnikov

Oggi le strade note sono già state battute, non restano sentieri di senso, “ghirlande di senso tra uomini che non sopportano l’oblio di altri uomini” (Girolamo De Simone). Così mi attraggono le diverse esperienze che si muovono ai margini e che dal margine vedono ciò che al centro appare opaco e resta impensato: c’è tutto un mondo, un’Italia di paesi e montagne che vive ancora di bene, di terra, di carne, di niente. Nell’era dell’accumulo sconsiderato i paesi ci insegnano ancora l’arte della sottrazione, un’arte alla portata di tutti. Dopo dodici mesi che vivo su queste montagne sto imparando cos’è un paese un passo alla volta, con le fibre rosse del mio corpo, quelle a contrazione lenta, quelle per una lenta ma durevole promessa di resistenza e non per uno scatto fugace: “un paese che se accogli la sua lingua, ti dice che sei un cane, che deve dismettere l’arroganza di chi pensa di essere il padrone della terra. Il paese è una creatura che sgretola qualunque narcisismo”. Qui resiste davvero un orizzonte debole ma vivissimo in cui aggirarci nelle rovine prodotte dall’approdo del modernismo più autistico su queste terre generose, per abbracciare ogni domanda circa ciò che verrà, ciò che saremo, perché tutto il nostro abbracciare è una domanda ed è “forse è il tempo di capire che ognuno di noi è l’unica cosa che non c’è in questo mondo gremito di tutto, la cosa che a nessuno manca” (Franco Arminio).

Oggi il mio paese è Spedaletto Pistoiese, sulla vecchia statale Porrettana che unisce Pistoia a Bologna, una nobile decaduta nella storia dei trasporti italiana a favore della parallela A1. Ci sono arrivato per caso, un passo alla volta e l’ultimo messo d’istinto, al buio, ascoltando solo l’irragionevolezza del mio respiro: scelsi di venire a vivere sulla montagna pistoiese durante un viaggio di cinque mesi in India, improvvisamente, un giorno che ricordo ancora perfettamente e con gratitudine, sbucando da una lunga galleria al cui al di là cambia l’aria, cambia la vegetazione, cambia il dialetto e che separa la collina morbida dai primi rilievi appenninici, queste vallate sconfinate e selvatiche da cui vi scrivo. E dopo quei cinque bellissimi mesi in Asia, non appena ci misi piede, ho subito saputo che questo sarebbe stato il luogo dove mi sarei fermato per un po’ e dove ho avuto poi la fortuna di trovare una casetta accogliente, che mi aspettava. Il paese è a mezz’ora a piedi dal luogo dove lavoro, un lavoro splendido che raggiungo camminando lungo la Via Francesca o Via Francigena che dir si dica e che attraversa il paese proseguendo oltre, nel bosco, in direzione nord e sud all’interno di un più vasto diverticolo detto della Sambuca, attivo a partire dal VI secolo d.C.. Non posso fare a meno di ripensare a come due anni fa per andare a fare un lavoro di merda mi toccava un’ora di bus nel traffico metropolitano dell’ora di punta. Non so come farei ancora, adesso, non so come fanno tutti quelli che lì sono restati. Non ne capisco più il senso, ne accetto appena la rievocazione strettamente memorialistica, l’amarcord innocuo. Ogni tanto penso agli “amici lontani che corrono in lode per strade affollate” (Stefano Testa) con nostalgia e con una smorfia d’amarezza perché quassù vengono poco, distrattamente, pensando che qui sia una pausa dalla “vita vera” e scambiando la frenesia delle città con una “presenza” umana che invero ne è sempre più aliena. Sui treni e sui bus urbani si abbassa lo sguardo, si mettono le cuffie per abitudine all’autismo corale; qui anche un un selciato, un sentiero, un albero ti guarda, ti parla.

Durante il Medioevo Spedaletto era un “hospitalis” per viandanti, pellegrini e mercanti, garantendo nei secoli a chi si fermava ospitalità, accoglienza e riparo. La tipologia più comune di hospitale comprendeva un locale adibito a magazzino per le scorte di viveri, vestiti e medicinali; accanto i locali adibiti a mensa e sul retro le stalle. A completamento la cucina con gran forni che riscaldava anche il piano superiore ed infine la cappella o chiesa che generalmente era sede della confraternita (in questo caso, monaci agostiniani) che ne gestiva l’amministrazione. Al piano superiore infermeria e dormitori atti a dare riposo già prima dell’anno mille secondo alcuni studiosi, ed io, oggi, dormi tra queste stesse pietre. L’hospitale svolgeva inoltre i lavori di manutenzione di strade ed attraversamenti per diversi chilomentri e viene descritto come adatto, allora, a soddisfare tutte le necessità dei viaggiatori. Come le mie quando sono arrivato qua, di ritorno da un lungo viaggio e, appunto, con una strada tutta nuova da intraprendere, simpatici segni coincidenti che ritornano tra la mia vita e questo angolo di appennino, avvicinando ulteriormente chi scrive a questo paese, facendomi davvero credere che Spedaletto fosse dall’inizio nel mio destino individuale e il mio essere qui adesso sia la certificazione di aver seguito adeguatamente i segni offerti dal caso, dall’anima o dal Dio. Senza ragione di esserlo, ne sono felice e da quando sono qua sto attento a non rompere quest’armonia intorno e dentro di me.

“Potessi un giorno
camminar da solo.
ma solo solo.
non come vado adesso.
solo.
ma solo solo.
senza me stesso”
Antonio Delfini

Durante il mio viaggio in India, come a tanti tra coloro che hanno fatto esperienza profonda di questo paese così controverso, mi è capitato spesso di sperimentare una inedita sensazione di pace, assenza e al contempo intensità della mia presenza nel qui ed ora: la condizione soggettiva di pienezza coincide sovente con una pari sensazione di assenza da se stessi, almeno questo è quello che dicono i grandi mistici di ogni religione, e quello a me più caro, San Giovanni della Croce quando invoca un “distacco interno da tutte le cose”.
Sulla montagna è più facile sentirsi staccati da tutte le cose, soli nella pienezza dell’essere. Ma la questione non è solo geografica e/o demografica. Certo, incide, ma la questione centrale è che l’uomo contemporaneo, più propenso alla distruzione (o all’inaugurazione perenne) che alla conservazione (o manutenzione), ha scelto le città come luoghi in cui sperimentare tutte le possibili derive tecnologiche lasciandone così altri a riposare, respirare, toccati solo marginalmente. Così quando sento qualcuno chiamare questi paesi – “abbandonati” – accompagnando il tutto con un velo di tristezza sugli occhi mi viene sempre un poco da sorridere. Laddove taluni immaginano una condanna a morte già eseguita, io vedo la fuga salvifica del prigioniero, la resistenza silenziosa di chi si finge morto ma è tutto tranne che esangue. I paesi sono come tante patate dimenticate chiuse da tempo dentro una cantina buia eppure non ancora morte: nonostante l’abbandono la patata germoglia ugualmente, cerca comunque di crescere tendendo verso la debole luce di una finestrella. È così che un paese resiste. Basta aprire una finestra e il paese intero canterà, perché esso è al contempo giardiniere e fiore.

“Lasciamoli pure morire di morte naturale. I paesi hanno fatto il loro tempo. Sono stati importanti e utili per secoli, sono venuti dalla terra, murati a terra e tornano alla terra”
Bill Homes

Quando cammino nel bosco sono solo, non so se solo solo o semplicemente solo. Cammino lungo la via Francigena che passa nel mezzo a olivi, castagni, querce, faggi, accanto il fiume che corre fra i sassi formando rapide e pozzi. Nel più grande di essi, detto il Bozzone al paese, si ricorda che i pastori portassero le pecore a lavarsi prima di tosarle. Oggi è diventata la mia piscina naturale e nell’arco di pochi decenni la natura selvaggia si è ripresa quei lotti di terreno usati come campi per l’agricoltura e la pastorizia. È incredibile come la natura si riprenda tutto ciò che l’uomo abbandona nel tempo, senza battere ciglio. Come questi boschi che fanno tornare indietro il paesaggio di un milennio quando solo pochi decenni or sono tutto questo era un grande manto erboso per il pascolo del bestiame. In questi boschi invero oggi cammino e mi perdo, mi lascio andare all’aria, alla terra, al niente, solo quando al ritorno si riaffaccia il paese tra gli alberi e i pendii mi pare di rientrare dentro di me, lasciandomi alle spalle lupi, volpi, vipere, cinghiali, cervi che nel bosco stanno bene sempre, anche al buio e col gelo.

“E questi alberi
che guardano
non crediate che siano in pace
è come un grido questo bosco
anche se tace”
Azzurra D’Agostino

C’è un pertugio che a un tratto si apre su una delle tante costole di bosco possibili una volta abbandonato il sentiero principale, ci si affaccia su una sponda affacciata sul torrente della Limentra Occidentale prima che questa si allarghi a fondovalle ed erompa in crespi flotti d’acqua. Giuliano Toccafondi descrive così questo corso d’acqua: “L’occidentale, che punta verso il tramontare del sole e poi anch’essa volge a poco a poco verso il nord, forse alla ricerca delle sorelle (Limentra Orientale e Limentrella, ndr), ma non riuscirà mai a raggiungerle, pur avvicinandosi al loro percorso. L’uomo ha provveduto, con la galleria di Pavana, a far sì che le tre sorelle trovassero pace e tranquillità nel lago di Suviana, dopo il loro corso impetuoso”. Scendendo tra le sterpaie si entra in una piccola passerella di sassi, a lato una poltrona naturale costituita da un enome sasso per giunta tappezzato di morbido muschio invita a sedere, respirare, e mi sorprende il gusto che la natura ha nell’offrire giacigli al viandante. Ma non mi accoglie il silenzio, né per questo i rumori provenienti dalla non distante Porrettana, ma il roboante fruscio della cascatella leggermente sulla destra, mentre davanti radici nude d’un faggio cresciuto a precipizio sul corso d’acqua creano un paesaggio orfico. La terra che ne stava alla base è franata nel fiume e scivolata a valle, ha mutato ordine e si è confusa con gli elementi circostanti. Fisso la pozza che si apre e non c’è dubbio, non c’è traccia dello smottamento del terreno, tutta sembra così da sempre. Così fisso l’albero seduto su questa deliziosa poltrona naturale e mi rispecchio in esso: prorompente, sradicato e serenamente solo nella propria sradicatezza benché immerso nel bosco sterminato. E sospiro, fisso qualcosa che gli occhi non sanno di fissare.

Me ne vado solo quando sento il colpo di qualche cacciatore, non mi per questioni etiche che lascio oggi ad altri discutere, ma semplicemente perché rompe il mio incanto e mi richiama all’uomo che mi ero dimenticato di essere. E forse è un bene, spesso quando accade già ombreggia fitto, rincaso nella notte fresca che avanza. Quando arrivo il paese è deserto. Non che sia una rarità, qui restano sempre poche decine di anime dopo il termine diurno delle azioni di ognuno. Il paese con la sua già citata tradizione d’ospitalità lungo i secoli nell’accogliere i pellegrini spicca un poderoso campanile, c’è questa campana detta la Smarrita che veniva suonata ininterrotamente dal tramonto fino a mezzanotte per indicare la giusta via ai viandanti in difficoltà. Io non sono venuto a vivere qui perché mi trovavo in difficoltà con me stesso, né per scappare da qualcosa anche se non ci sarebbe niente di male, eppure l’effetto che mi fa rivedere la Smarrita è al contempo ancora di rifugio e ristoro, come nei secoli. Tutto cambia e niente cambia davvero nei paesi, se si guardano bene, dritti in fondo all’anima. I paesi sono le sentinelle d’un “caro disegno intatto” (Osip Mandel’stam) che resta, Spedaletto Pistoiese non fa eccezione, anzi.

“Le montagne sono sempre generose. Mi regalano albe e tramonti irripetibili; il silenzio è rotto solo dai suoni della natura che lo rendono ancora più vivo”
Tiziano Terzani

Mi chiedo poi al ritorno qual’è il senso di studiare la qualità della vita dentro laboratori bui, in edifici osceni e attraverso ogni tipo di teoremi e teorie. Ho rischiato di finire a far ciò, per fortuna un colpo di coda, l’India forse, un sentore qualsiasi mi hanno salvato. E pensare che basterebbe uscire a fare due passi ogni giorno per smettere di porsi un problema indefinibile e iniziare ad abitare una soluzione possibile, riscoprendo l’importanza di essere piccoli. Qua posso perdermi dentro la parola aperta, divento le cose del mondo, quella parola che sta dietro l’aria. Qua benedico il dono raccolto nell’ala di ogni istante iluminato, e me ne sono capitati tanti nel bosco quest’anno. Qua un figlio potrà allenare la memoria con i nomi degli alberi e non con i modelli delle macchine, un mondo in cui non è necessario spiegare ai nipoti la bellezza del mondo in stanze ammobiliate, ma invitandoli a uscire di casa lasciando la porta sempre aperta. Sono cresciuto in una casa in cui tenere la porta, la finestra aperta ha un costo, quello dell’insicurezza rispetto alle incursioni esterne. Qua invece, da quando il sole è tornato a scaldare il paese, la montagna, posso lasciarla sempre aperta e non esser mai rivolto verso me e me solo, anche quando non vedo una singola persona per giorni, e nei paesi questo capita, capita eccome. Ecco cos’è questo paese per me, una casa da cui lasciar libero di andare e venire il fanciullo che è in me, perché la porta, la finestra è sempre aperta.

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“Essere solo un orlo da cui sempre
comincia ogni altra forza che consuma;
senza più adesso, senza più ancora,
esser solo del tempo una dimora”
Luigi Fallacara

Oggi al mio paese c’era la festa con tutti gli affezionati-parenti-vacanzieri accorsi qui per mangiare-bere-stare insieme. Il 24 agosto si festeggia il patrono del paese, San Bartolomeo che secondo la tradizione intraprese lunghi e numerosi viaggi e portò il Vangelo fra le popolazioni più remote d’Oriente, arrivando fino in India. Il paese e i paesani lo festeggiano da anni riempiendo la piazzetta di bancarella con lavori artigianali, prodotti tipici della montagna e dolciumi a simboleggiare un ritorno all’infanzia celebrato principalmente attraverso uno specifico rito ecclesiastico espletato nella funzione della mattina. Tornato alle sette da lavoro, sono andato speranzoso in piazza a vedere se c’era sempre qualcosa, salutare, farmi almeno vedere in giro da quelli che mi hanno voluto bene fin dal primo giorno, senza dovermi niente, risparmiandomi persino una diffidenza iniziale che avrei compreso, accettato. Sono così stato accolto da un gruppo di paesani sorridenti con un vassoio di leccornie preparato per me, perché sapevano fossi a lavorare (nessuno sa come, poi).
Commosso per un atto dove ho scorto più generosità che in tutta la beneficenza del mondo, sono tornato a casa con una sensazione di calore umano inspiegabile eppure equivalente, in umore, al motivo esatto per cui sono qui, adesso, ad ogni passo sprofondando nella fiera e severa dolcezza di queste persone così simili alle montagne che alte e generose le proteggono dalle luci della città distante.

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Egodistonia della pena di morte

Del ragazzo di 17 anni ucciso dal carabiniere e dai commenti che ne sono seguiti ho capito una cosa: ci sono ancora molti fan della pena di morte tra coloro che si oppongono alla pena di morte.

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Missing (Costa-Gavras, 1982)

“Ad un paese non dovrebbe essere permesso di diventare marxista soltanto perché il suo popolo è irresponsabile.
La questione è troppo importante perché gli elettori cileni possano essere lasciati a decidere da soli”

Henry Kissinger

Missing – Scomparso è l’ennesimo film dal forte impatto sociale del regista greco Costa-Gavras (Z – L’orgia del potere, La confessione) e il primo film di Hollywood che testimonia esplicitamente il coinvolgimento del governo americano e dei servizi segreti nel golpe cileno che portò al potere Pinochet e di fatto inaugurò una delle più violente e nefaste dittature della storia. Attraverso la storia vera del rapimento e l’assassinio di Charles Horman e delle ricerche disperate della moglie e del padre, potente ma lucido liberale e uomo d’affari, si mostra quel Cile in cui pur brevemente convissero il sogno di una democrazia vera e autonoma attraverso la figura di Salvador Allende, cui seguì il tragico destino mosso dalla CIA, Kissinger e Nixon attraverso un golpe che portò morte, povertà e una minaccia quotidiana estesa alle vite di tutti i cileni.
Il film americano di Costa-Gavras è un thriller politico mozzafiato, con una progressione emotiva magistrale e che attraverso temi pubblici e privati passa in rassegna tante delle sfumature psicologiche di un popolo sotto repressione e i metodi di repressione stessi. Qua e là perde perde il filo, rallenta, riprendendosi sempre con impressionanti impennate di ritmo e suspance che valsero alla pellicola la Palma d’Oro a Cannes e l’Oscar alla sceneggiatura basata sul libro The Execution of Charles Horman (1978) di Thomas Hauser che testimonia la denuncia civile del 1977 contro il segretario di Stato Henry Kissinger e altri da parte della moglie e dei genitori Horman.

CONTINUA A LEGGERE QUI – http://cinefatti.it/missing

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Krishnamurti – Discorso di scioglimento dell’Ordine della Stella d’Oriente

Krishnamurti è stato un filosofo di origine indiana, anche se si è sempre dichiarato apolide. Tra le tante personalità indiane che hanno dato impulsi fondamentali al dibattito filosofico e spirituale, insieme a Sri Aurobindo, B.R. Ambedkar, Satyajit Ray è una delle personalità indiane che più mi hanno incuriosito ed influenzato ad oggi. La sua storia personale è davvero unica, così come l’avventura della conoscenza che intraprese e che rese Huxley e Einstein suoi amici e ammiratori, e merita di essere qui introdotta. 
Da ragazzino fu notato da C.W. Leadbeater sulla spiaggia privata della sede della Società Teosofica a Chennai (allora Madras). Considerato l’ultimo Iniziato vivente in attesa della venuta del futuro Maitreya (ossia il prossimo Buddha), venne cresciuto come fosse suo figlio dalla filosofa, esoterista e allora presidente della Società Teosofica Annie Besant, che lo allevò con lo scopo di utilizzare le sue capacità come veicolo del pensiero teosofico. Così l’Ordine della Stella d’Oriente fu fondato nel 1911 per proclamare la venuta del Maestro del Mondo e Krishnamurti fu nominato Capo dell’Ordine. 
Ma le storia poi prese un altro corso, il più imprevedibile: Il giovane Krishnamurti fu sottoposto ad una serie di “iniziazioni” che gli causarono una grave crisi psicologica dalla quale riuscì a venir fuori nel 1922 a Ojai Valley, California, in seguito ad una straordinaria esperienza mistica che poi lui stesso raccontò. Da quel momento cominciò a mettere in discussione i metodi teosofici sviluppando un suo pensiero indipendente e sarà sempre più in contrasto con i “teosofi”, insistendo sull’inutilità dei riti liturgici per la crescita spirituale e rifiutando ogni autorità. 
Giunse così a sciogliere lo stesso Ordine che lo aveva eletto come spirito principe della propria epoca e cominciò a viaggiare per il mondo esprimendo il suo pensiero, basato su un’assoluta coerenza interiore e una indipendenza totale da qualunque tipo di organizzazione, insistendo sul rifiuto di ogni autorità spirituale o psicologica, compresa la propria e si interesso per tutta la vita alla comprensione della relazione tra individuo e società e all’emancipazione del primo dai meccanismi più abietti di quest’ultima.
Tre le centinaia di libri, conferenze, testimonianze varie questo contributo è forse il più rilevante: il 3 agosto 1929, a Ommen, in Olanda, all’apertura dell’Assemblea Annuale dell’Ordine, di fronte a 3000 seguaci, Krishnamurti sciolse l’Ordine della Stella con il discorso che segue e che ho ripreso da www.jkrishnamurti.org/it. L’inroduzione che avete letto è invece una mia sintesi riadattata di quanto potete leggere su Wikipedia o altrove.

Krishnamurti con Anne Besant nel 1926, due anni prima che l'Ordine venisse sciolto.

Krishnamurti con Anne Besant nel 1926, due anni prima che l’Ordine venisse sciolto (fonte: http://ojaihistory.com)

Questa mattina parleremo della dissoluzione dell’Ordine della Stella. Molti ne saranno felici e altri ne saranno rattristati. Ma non si tratta di gioirne nè di rattristarsene, perché è inevitabile, come vi spiegherò. Forse ricorderete la storiella del demonio che passeggia per la via con un amico; a un certo punto, davanti a loro, un uomo si china a raccogliere qualcosa per terra, lo guarda e se lo mette in tasca. L’amico chiede al demonio: “Che cosa può aver raccolto quell’uomo?” “Ha trovato un pezzo di verità”, risponde il demonio. “Ah, è un brutto affare per te, allora!” osserva l’amico. “Oh, niente affatto – replica il demonio – adesso farò in modo che la organizzi.

Io sostengo che la verità è una terra senza sentieri e non la si può avvicinare da nessun tipo di percorso, religione o setta.

Questo è il mio punto di vista, al quale aderisco in modo assoluto e incondizionato. Essendo la verità illimitata, incondizionata, non raggiungibile da nessun tipo di strada, non può essere organizzata né si dovrebbe formare nessuna organizzazione per guidare o forzare le persone a percorrere vie particolari.

Se innanzitutto comprendete questo, allora vedrete quanto sia impossibile organizzare un credo. La fede è una questione puramente individuale e voi non potete e non dovete organizzarla; se lo fate, diventa una cosa morta, cristallizzata, diventa un credo, una setta, una religione da imporre agli altri. E’ questo che tutti cercano di fare nel mondo.

La verità viene ridotta a qualcosa di ristretto, a una specie di trastullo per coloro che sono deboli, che si sentono momentaneamente insoddisfatti. La verità non può essere “portata giù” è piuttosto l’individuo che deve fare lo sforzo di innalzarsi fino ad essa. Non potete portare a valle la cima del monte, se volete conquistare quella cima dovete attraversare la valle e arrampicarvi su per la salita, senza temere i pericolosi precipizi.

Questo è il motivo principale, dal mio punto di vista, per il quale l’Ordine della Stella deve essere dissolto.

Ciononostante, voi probabilmente formerete altri ordini, continuerete ad appartenere a qualche organizzazione alla ricerca della verità.

Io non voglio appartenere a nessuna organizzazione di tipo spirituale, vi prego di comprenderlo. Potrei usufruire di un’organizzazione per andare a Londra, per esempio, ma questo è tutto un altro genere di organizzazione, puramente meccanico, come le poste o il telegrafo. Posso fare uso di una macchina o di una nave per viaggiare, si tratta soltanto di meccanismi fisici, che non hanno nulla a che fare con la spiritualità.

Sostengo, di nuovo, che nessuna organizzazione potrà mai guidare l’uomo alla spiritualità. Se si crea un’organizzazione a questo scopo, questa diventa una specie di stampella, un punto di debolezza, una schiavitù che paralizza l’individuo, che gli impedisce di crescere, di stabilire la sua unicità, che risiede nella scoperta per conto suo della verità assoluta, incondizionata. E questo è un altro motivo che mi ha fatto decidere di dissolvere l’Ordine della Stella di cui mi sono trovato ad essere il capo, nessuno mi ha spinto a prendere questa decisione. E non si tratta di un gesto grandioso, perché io non voglio seguaci, e lo dico sul serio. Nel momento in cui seguite qualcuno, cessate di seguire la verità.

A me non importa se siete attenti a quello che dico oppure no. Io voglio fare una certa cosa nel mondo e intendo farla con molta fermezza e concentrazione. C’è una sola cosa che mi preme: rendere l’uomo libero. Desidero che sia libero da tutte le gabbie e le paure, e che non fondi nuove religioni, nuove sette, e che neppure enunci nuove teorie o filosofie. E allora naturalmente mi chiederete perché vado continuamente in giro per il mondo a parlare. Ve lo dico subito: non certo perché desideri dei seguaci o voglia formare un gruppo di discepoli speciali. (Si sa quanto gli uomini amino essere diversi dai loro simili, per quanto la loro distinzione possa essere assurda e superficiale! Io non voglio incoraggiare questa assurdità.) Io non ho discepoli né apostoli, né sulla terra né nel regno della spiritualità. Non è la lusinga del denaro né il desiderio di una vita comoda ad attirarmi. Se fossi attratto da una vita comoda non sarei venuto a questo raduno, né vivrei in un paese così umido!

Vi sto parlando con franchezza perché voglio che le cose siano chiare una volta per tutte. Non voglio che si ripetano queste discussioni anno dopo anno.

Un giornalista che mi ha intervistato, ritiene che dissolvere un’organizzazione formata da migliaia e migliaia di membri sia un gesto eccezionale, e mi ha detto: “Che cosa farà dopo? Non avrà seguaci, la gente non l’ascolterà più.” Ma io dico che se ci fossero anche solo cinque persone che ascolteranno, che vivranno, che rivolgeranno il volto verso l’eternità, sarà sufficiente. A che serve avere intorno migliaia di persone che non comprendono, imbalsamate nei pregiudizi, che non vogliono sentire il nuovo ma che piuttosto traducono il nuovo per il proprio sterile stagnante sé?

Vi prego di non fraintendermi, se vi sto parlando in maniera dura non è per mancanza di compassione. Se andate da un chirurgo per un’operazione, non è forse bene che vi operi anche se può causarvi del dolore? E, allo stesso modo, se vi sto parlando in modo diretto, non è per mancanza di vero affetto, anzi, è il contrario!

Come vi dicevo, il mio scopo è soltanto uno: rendere l’uomo libero, sollecitarlo verso la libertà, aiutarlo a interrompere i suoi limiti, perché soltanto questo potrà dargli eterna felicità e un’incondizionata realizzazione del sè.

Poiché io sono libero, incondizionato, completo – non una parte, non il relativo, ma la completa verità che è eterna – desidero che coloro che cercano di comprendermi siano liberi; senza seguirmi, senza fare di me una gabbia che diventerà una religione, una setta. Costoro dovrebbero essere liberi da tutte le paure – dalla paura della religione, della salvezza, della spiritualità, dalla paura dell’amore, della morte e della vita stessa. Così come un artista dipinge un quadro per la gioia di farlo, esprimendo se stesso, la sua gloria, il suo benessere, io faccio questo senza volere nulla da nessuno.

Voi siete abituati all’autorità, a un’atmosfera autoritaria, che pensate vi possa condurre alla spiritualità. Voi pensate e sperate che qualcuno, dotato di straordinari poteri, possa operare il miracolo di trasportarvi nel regno di libertà eterna che è felicità. Tutto il vostro modo di vedere la vita è fondato su quell’autorità.

Mi avete ascoltato per tre anni ormai, senza che siano avvenuti cambiamenti, eccetto che in poche persone. Ora, analizzate quello che dico, siate critici, in modo da comprendere interamente, fondamentalmente.

Quando cercate un’autorità che vi conduca alla spiritualità, siete automaticamente costretti a costruirvi intorno un’organizzazione. E creando quell’organizzazione, che pensate vi possa aiutare spiritualmente, vi rinchiudete in una gabbia.

Se vi sto parlando con franchezza, vi prego di ricordare che non lo faccio per durezza o per cattiveria, e nemmeno sull’onda dell’entusiasmo del mio scopo, ma perché voglio che comprendiate quello che dico. Questo è il motivo per cui siete qui, e sarebbe uno spreco di tempo se non vi spiegassi in modo chiaro e deciso il mio punto di vista.

Per diciotto anni vi siete preparati all’evento della venuta del Maestro del Mondo. Per diciotto anni vi siete organizzati, avete cercato qualcuno che portasse nuova gioia ai vostri cuori e alle vostre menti, che trasformasse la vostra vita, portandovi una nuova comprensione; qualcuno che vi elevasse a un nuovo livello di vita, che vi incoraggiasse, che vi liberasse – e ora, guardate che cosa sta succedendo!

Pensateci, ragionate, e scoprite se e in che modo quel credo vi abbia resi diversi – non parlo della superficiale differenza di portare un distintivo, che è una cosa banale, assurda. In che modo quel credo ha spazzato via tutto ciò che non è essenziale per la vita? E’ questo il solo metro di giudizio: in che modo siete più liberi, più grandi, più pericolosi per qualsiasi società basata su cose false e non essenziali? In che modo i membri di questa Organizzazione della Stella sono diversi?

Come dicevo, vi siete preparati per diciotto anni a ricevermi. Non mi importa se credete che io sia il Maestro del Mondo o no, questo ha pochissima importanza. Appartenendo all’organizzazione dell’Ordine della Stella, avete dato la vostra solidarietà e la vostra energia al riconoscimento di Krishnamurti come il Maestro del Mondo – in modo parziale o totale: totalmente per coloro che seriamente cercano e solo parzialmente per quelli che si sentono soddisfatti con le loro mezze verità.

Vi siete preparati per diciotto anni e guardate quante difficoltà interferiscono nella vostra comprensione, quante complicazioni, quante banalità. I vostri pregiudizi, le vostre paure, le vostre autorità, le vostre chiese nuove e vecchie; io dico che tutto questo è un ostacolo alla comprensione. Non riesco a esprimerlo più chiaramente di così. Non voglio che siate d’accordo con me, non voglio che mi seguiate, voglio che comprendiate quello che dico. Questa comprensione è necessaria, perché i vostri credi non vi hanno trasformato, vi hanno soltanto creato complicazioni, perché non siete disposti ad affrontare le cose così come sono.

Voi volete soltanto i vostri dei – nuovi dei al posto di quelli vecchi, nuove religioni invece delle vecchie, nuove forme al posto delle vecchie, tutte cose ugualmente inutili, tutte barriere, limitazioni, stampelle. Al posto delle vecchie distinzioni spirituali e dei vecchi oggetti di venerazione ne avete di nuovi.

Per la vostra spiritualità dipendete tutti da qualcun altro, e così per la vostra felicità, per la vostra illuminazione. E, nonostante vi siate preparati a ricevermi per diciotto anni, quando dico che tutte queste cose non servono, quando dico che le dovete lasciare da parte e guardare dentro di voi per l’illuminazione, per la gloria, per la purificazione, per l’incorruttibilità del sé, nessuno di voi è disposto a farlo. Ce ne possono essere alcuni, ma veramente pochissimi.

E allora, perché avere un’organizzazione? Perché avere attorno gente falsa e ipocrita che mi segue come personificazione della verità? Non sto dicendo cose dure o scortesi, ma siamo arrivati a un punto in cui bisogna affrontare le cose come sono.

L’anno scorso vi dissi che non avrei accettato compromessi e pochissimi mi ascoltarono. Quest’anno lo sto dicendo in modo assolutamente chiaro. Non so quante migliaia di persone dell’Ordine, in tutto il mondo, si siano preparate a ricevermi per diciotto anni, eppure non sono disposte ad ascoltare incondizionatamente, completamente, quello che dico.

Come ho detto prima, il mio scopo è di rendere l’uomo incondizionatamente libero, perché sostengo che l’unica spiritualità è l’incorruttibilità del sè che è eterno, è l’armonia fra la ragione e l’amore. Questa è l’assoluta, incondizionata verità, che è la vita stessa.

Perciò voglio che l’uomo sia libero, esultante, come gli uccelli nel cielo limpido, leggeri, indipendenti, estatici nella libertà.

E a voi, che vi siete preparati per me per diciotto anni, ora io dico che dovete essere liberi da tutte queste cose, dalle vostre complicazioni, dai vostri legami.

Per questo non avete bisogno di avere un’organizzazione basata su credi spirituali.

Perché avere un’organizzazione per cinque o dieci persone nel mondo che comprendono, che lottano, che hanno messo da parte tutto ciò che è superficiale?

E per quelli che sono deboli, non ci può essere nessuna organizzazione che li aiuti a trovare la verità, perché la verità è in ciascuno di noi; non è lontana, non è vicina, è eternamente qui.

Le organizzazioni non possono rendervi liberi, nessuno dall’esterno può rendervi liberi; non lo potrà fare un culto organizzato nè l’immolarsi per una causa; non vi libererete creando voi stessi un’organizzazione, e nemmeno tuffandovi in opere varie. Per scrivere le vostre lettere usate una macchina, ma poi non la mettete su un altare per venerarla; eppure è questo che fate quando le organizzazioni diventano il vostro interesse principale.

“Quanti membri conta la sua organizzazione?” Questa è la prima domanda che mi fanno i giornalisti. “Quanti seguaci avete? Da questi numeri potremo giudicare se quello che dice è vero o falso”. Io non so quanti siano e non mi interessa. Come dicevo, se anche una sola persona si fosse liberata, basterebbe.

Ripeto, voi pensate che solo certe persone abbiano la chiave del regno della felicità. Nessuno ce l’ha, nessuno ha l’autorità di tenere quella chiave. Quella chiave siete voi stessi e soltanto nell’evoluzione, nella purificazione e nell’incorruttibilità di quel sé, c’è il regno dell’eternità.

Allora vedrete l’assurdità della struttura che avete costruito, alla ricerca di un eterno aiuto, dipendendo da altri per il vostro conforto, la vostra felicità, la vostra forza. Tutto questo si può trovare soltanto dentro di voi.

Siete abituati a sentirvi dire da qualcuno quali progressi avete fatto, quale sia la vostra condizione spirituale. Quanto siete infantili! Chi, se non voi stessi, potrebbe dirvi quanto siete belli o brutti interiormente? Chi, se non voi stessi, può dirvi se siete incorruttibili? Voi non siete seri in queste cose.

Ma coloro che realmente desiderano comprendere, che vogliono trovare ciò che è eterno, senza principio né fine, cammineranno insieme con maggior intensità e saranno un pericolo per tutto ciò che non è essenziale, che non è reale, per ciò che è in ombra.

E queste persone si concentreranno, diventeranno la fiamma, perché esse comprendono. Dobbiamo creare un nucleo così, è questo il mio scopo.

Perché da quella reale comprensione deriverà una vera amicizia. Perché quella vera amicizia – che a quanto pare voi non conoscete – comporterà una effettiva collaborazione gli uni con gli altri. E tutto questo non per via di un’autorità, né per la salvezza, né perché vi immolate per una causa, ma perché comprendete veramente e quindi siete in grado di vivere nell’eterno. Ed è qualcosa di più grande di qualsiasi piacere, di qualsiasi sacrificio.

Queste sono alcune delle ragioni per le quali, dopo due anni di attenta riflessione, ho preso questa decisione. Non si tratta di un impulso momentaneo. Non sono stato convinto da nessuno. Non mi faccio persuadere in queste cose; ci ho riflettuto sopra per due anni, con calma, con attenzione e pazienza e ora ho deciso di sciogliere l’Ordine, dato che ne sono il capo. Voi potrete formare altre organizzazioni e aspettare qualcun altro; a me questo non interessa, non voglio creare altre gabbie e nuove decorazioni per quelle gabbie. .

Il mio solo interesse è di rendere l’uomo assolutamente, incondizionatamente, libero.

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Angel Olsen – Burn Your Fire For No Withness

Diamo il benvenuto a questa nuova ninfa musicante. Con un baricentro estetico tra PJ Harvey e Sibylle Baier, il secondo album di Angel Olsen non ha difetti e ha tanti vertici. Uno dei migliori dischi dell’anno, anche se a volte sembra lo stesso disco di Marissa Nadler (con cui collabora; secondariamente, questo non sarà mai un difetto per chi scrive).

* Articolo pubblicato su i.OVO – http://www.iovo.it/2014/07/angel-olsen-burn-your-fire-for-withness/

 

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Nick Drake, tra retromania e immortalità

Oggi era una giornata triste, poi ho scoperto un inedito di Nick Drake.
Questa canzone, splendida, nasce nei suoi ultimi mesi di vita. Purtroppo è stata la sola Beverley a finirla e con grande fatica, per il dolore del ricordo di un amico scomparso. Beverley era infatti la moglie di John Martyn, che all’epoca era una delle poche persone che Nick stimava e a cui concedeva sguardo, parola e un qualche tipo di contatto emotivo, almeno da quello che emerge nella monumentale biografia di Patrick Humphries.

Speaking to The Independent, where the track is premiering, Martyn said: “I couldn’t even think about the song for so long because it brought up so much pain. It took a while to finish after that point. The song came out of a bit of fun. We tried to think of all the things we could rhyme with Jane, but ‘hear her laughing like a drain’ didn’t make the cut!” The ‘Jane’ in question is said to be partly based on Martyn and other female ‘muses’ – two of which were called Jane.”

Anche per oggi si vola.

PS: l’inedito annuncia una nuova importante iniziativa che riguarda Nick. Il 2014 è l’anno dei 40 anni dalla scomparsa di Nick Drake, che la sorella ricorda con una nuova biografia autorizzata dal titolo “Nick Drake: Remembered for a While” con foto, testi, gingillini inediti. Nella versione deluxe del libro viene allegato un 10″ contenente un’inedita sessione targata John Peel e BBC, datata 1969, con i brani “Time of No Reply”, “River Man”, “Three Hours”, “Bryter Layter” e “Cello Song”. Costa tantissimo e sa di operazione che sarebbe stata poco gradita a Nick stesso, ma lo comprerò lo stesso – perché si.

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“Parlare alle parole” – Luca Buonaguidi & Chris Yan @ Fortissimo!, Vinadio (CU), 22/08/14

Hola compañeros! Venerdì 22 sarò a Vinadio (CU) ospite del festival FORTISSIMO! per un reading inedito con la musica di Chris Yan (Christian Mastroianni, di cui ho recensito il disco qui, quando ancora una nostra collaborazione era solo una fantasia condivisa) dal titolo “Parlare alle parole”. Su quel palco anticiperemo di un’ora, rovinandolo, il reading del Wu Ming, e di un giorno i concerti dei Bud Spencer Blues Explosion, Mouse On Mars ecc.
Di seguito la descrizione del reading che ci apprestiamo a mettere in scena.
Siamo carichi da morire, portate ortaggi a volontà! 

 

PARLARE ALLE PAROLE

reading di Luca Buonaguidi con musiche di Chris Yan

FESTIVAL “FORTISSIMO!” – http://ballacoicinghiali.it/fortissimo

FORTE DI VINADIO (CN)
VENERDI 22 AGOSTO

Dalle 17-18 il set è nell’AREA LETTERATURA.
Franco Loi ha scritto “se io parlo non so chi è il parlare”. PARLARE ALLE PAROLE è un reading che si costituisce come un invito indefinito per le parole e gli umori opachi, sommersi eppure vivissimi che ci abitano, per incontrare quell’identità non necessariamente individuale responsabile del nostro “parlare”. Così, attraverso poesie e musiche che testimoniano un processo di de-individualizzazione dell’autore nei confronti della propria opera in un’epoca che nega il valore del rimosso, del disperso e del disunito, il reading di Luca Buonaguidi e Chris Yan invita a un momento di intenzionale smarrimento, necessario per un qui ed ora atto a trasformare, come in un processo alchemico, la fragilità tipica della poesia in risorsa individuale e collettiva, per poter parlare alle parole con la stessa confidenza con cui si parla al vento e incontrare quel fantasma che ci cammina accanto, perché l’inferno è non essere l’Altro.

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