Harold Bloom – Riflessioni sul sentiero

Cavalcando tre giorni e tre notti egli arrivò sul posto, ma stabilì che il posto non poteva essere raggiunto.
Si fermò dunque a pensarci su.
Questo dev’essere il posto. Se ci sono arrivato, allora non conto niente.
Oppure questo non può essere il posto. Allora la cosa non ha importanza, ma io non mi sento diminuito.
Oppure questo potrebbe essere il posto. Ma io potrei non esserci arrivato. Potrei essere sempre stato qui.
Oppure qui non c’è nessuno, e io sono semplicemente del e sul posto. E nessuno può arrivarci.
Questo potrebbe non essere il posto. Allora sono perspicace, conto qualcosa, ma non ci sono arrivato.
Ma questo dev’essere il posto. E siccome non posso arrivarci, io non sono io, io non sono qui, qui non è qui.
Dopo aver cavalcato tre giorni e tre notti egli non riuscì ad arrivare al posto, e ripartì di nuovo.
Forse che il posto non conosceva lui, o non riuscì a trovare lui? Forse che lui non ne era capace?
Nella storia si dice soltanto che si deve arrivare sul posto.
Cavalcando tre giorni e tre notti egli arrivò sul posto, ma stabilì che il posto non poteva essere raggiunto.

[L’angoscia dell’influenza. Una teoria della poesia, traduzione di Mario Diacono, Abscondita, 2015]

"Betroffen Ort", Paul Klee, 1922

“Betroffen Ort”, Paul Klee, 1922

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Approdi. Avanguardie musicali a Napoli – Voume 1 (KonSequenz, 2015)

GIOIE: è uscito “APPRODI. Avanguardie musicali a Napoli – Volume 1″ (KonSequenz, 2015), un disco che ha coinvolto tredici compositori e numerosi altri artisti provenienti da segmenti eterogenei delle arti visive napoletane, e il sottoscritto a rovinare tutto con la poesia recitata che apre il disco. Lo presentiamo a Napoli al Teatro Galleria Toledo il 14 maggio, anche con un reading con il sottoscritto e le musiche di Christian Mastroianni (Chris Yan). Per informazioni rimando al link – http://www.masseriadeisuoni.org -, per acquistarlo sulla sfiducia inviare una mail a – info@konsequenz.it -.

Da La masseria dei suoni:

“Approdi è un’operazione culturale che ha coinvolto tredici compositori e numerosi altri artisti provenienti da segmenti eterogenei delle arti visive napoletane.
I compositori ospiti del primo volume sono, in ordine di ‘comparizione': Carlo Vignaturo, Enzo Amato, Max Fuschetto, Girolamo De Simone, Giusto Pappacena, Piero Viti, Vito Ranucci, Gabriele Montagano, Patrizio Marrone, Enrico Iannaccone, Alessandro Petrosino, Carlo Mormile e Gaetano Panariello. Al disco hanno poi aderito il poeta Luca Buonaguidi, con una lirica per il compositore scomparso Luciano CIlio, al quale il cd è dedicato, e gli artisti Fabio Donato e Vincenzo Maiello.
Si tratta, pertanto, di autori eterogenei, e che, tuttavia, riescono a fornire un’idea unitaria di quello che è il ricco panorama campano e partenopeo dell’offerta musicale compositiva. Ciò che ha reso possibile il progetto, che prevederà diversi altri cd nei prossimi anni, è l’idea della funzionalità della musica contemporanea, assecondando una semplice massima: ‘ad ogni istante della giornata, e a ciascuna esigenza di lavoro, svago, riposo, rilassamento, corrisponde una determinata musica’.”

Se vuoi sostenere il progetto acquistando copie: info@konsequenz.it

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Il sale della terra (Wim Wenders, Juliano Ribeiro Salgado, 2014)


Quando Wim Wenders decide di fare un documentario su qualcuno che ammira non sbaglia mai un colpo. Così era stato con Tokyo – Ga, Buena Vista Social Club, The Blues – The Soul Of A Man e infine per Pina e così è ancora per questo, magnifico, Il sale della terra, ritratto agiografico di un fotografo monumentale, il brasiliano Sebastião Salgado, di cui è co-regista il figlio del fotografo Juliano Ribeiro. Il regista tedesco, innamoratosi di Salgado comprando due sue fotografie, ha poi deciso di fare un film su di lui per capire qual è il mistero profondo della sua fotografia così lirica senza eppure mai fare sconti alla asprezza del reale su cui posa l’obiettivo. In particolare si raccontano le fasi di cambiamento nella sua carriera di fotografo (e idea di fotografia e del genere umano), e dunque nella sua stessa vita: dall’abbandono scriteriato della carriera come economista a viaggi che lo tenevano lontano mesi e anni dall’adorata famiglia per fotografare l’America Latina, dall’orrore del genocidio nel Sahel al disagio delle migrazioni, dal lavoro dei pompieri accorsi in Kuwait per lo scoppio dei pozzi di petrolio al suo ultimo lavoro, Genesis, omaggio alla Terra e ad ogni forma di vita con cui l’autore ha avuto un risarcimento dallo stesso pianeta che gli aveva concesso la orrenda anteprima del genocidio in Rwanda e il compito di rilanciarlo nel mondo. Un’epopea sempre in procinto di rimettersi in discussione, muovere una nuova pedina nel segno della passione per la fotografia e nel solco tra Eros e Thanatos, amore e morte che sono le forze che muovono il mondo e lo stesso Salgado attraverso il pianeta, in oltre cento paesi tra catastrofi, genocidi, migrazioni, paradisi naturali, gli ultimi del pianeta.

CONTINUA A LEGGERE QUI – http://www.cinefatti.it/il-sale-della-terra/

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Antonio Bux – 26/03/2015

La tristezza dell’albero che vedo non combacia
mai con la mia. Eppure sento che la solitudine
è una, questa malattia fondamentale, una la paura
come se essere soli non basti mai a dirsi soli
veramente. Perché essere soli non è più essere
se stessi solamente. Forse il contrario, è dirsi
del mondo, e con la stessa solitudine di quello,
sentirsi a casa. Nell’amicizia solitaria del vento solo
affrontarsi, scegliere lo scioglimento dei sensi in
volo; com’è difficile dirsi soli pensando a questo.
Ma è un attimo, staccare da terra il vero significato,
osservare la cruna dello spazio pendere verso il vuoto,
con tutto concentrato nell’unità, per sola forza che si
autogoverna. Col niente perso nella moltitudine eterna.

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Spain – Sala Vanni, Firenze, 15/02/2015

Gli Spain a Firenze, la fotodimerda è mia.

Gli Spain a Firenze, la fotodimerda è mia.

È stata una benedizione quando una delle tante mail che affollano la casella di posta elettronica di un musicofilo come tanti riportava a pochi giorni dall’evento l’annuncio del concerto degli Spain – una delle band più sottovalutate del sottobosco della musica alternativa tutta – alla Sala Vanni – in un salone affrescato che si apre nel cortile seicentesco del convento di Santa Maria del Carmine. È un incontro perfetto quello tra la band capitanata da Josh Haden, figlio d’arte (suo padre è il celebre contrabbassista Charlie Haden) e una sala concerti così insolita per una band che, tutto sommato, fa musica rock. Si, perché se la band americana suona uno slowcore ibrido che ricorda band accostate generalmente ad altri generi musicali quali American Music Club, Lambchop, Smog, recupera un’estetica tipicamente jazz ed è influenzata da un afflato spirituale, la sala fiorentina è il luogo migliore per conferire un’aura di sacralità al ritorno di una band di culto che ha centellinato negli anni uscite, concerti e interviste.
Le premesse, come le attese, sono dunque delle migliori. Gli Spain si presentano in trio (basso e voce, chitarra e batteria). E l’incipit coglie nel segno: le atmosfere licenziose di “Love At First Sight”, classico navigato dal basso noir di Haden e chiuso in crescendo con le distorsioni chitarristiche di Daniel Brummel. In questo pezzo c’è tutta l’estetica degli Spain: un cocktail elegante che ha come ingredienti principali blues e soul, irrorati da venature jazzy e con la forza d’attrito di isolati scatti di psichedelia dolcemente indolente. La sala, che non registra il tutto esaurito ma una audience decisamente “calda”, inizia quell’opera di plauso che dopo quasi due ore di concerto e due bis assomiglierà al cosiddetto spellarsi le mani.

CONTINUA A LEGGERE QUI – http://www.impattosonoro.it/2015/02/19/reportage/spain

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STAY TUNED #2 – 5 dischi del 2015 da non perdere

2° puntata per la minirubrica di lapidarie selezioni musicali dell’anno in corso: 3 righe x 5 dischi usciti nel 2015 + link a una canzone per disco, per dar spazio alla musica e non al catechismo del recensore di turno. Stavolta tocca a: Father John Misty, Elephant Micah, Bob Dylan, Tobias Jesso Jr e Matthew E. White.

Bob Dylan – Shadows In The Night

L’ultimo Bob Dylan, un omaggio a Sinatra attraverso dieci standard americani, è di una tenerezza tale che qualsiasi critica può esser mossa solo da dei cuori di pietra che giudicano un’opera a prescindere dal sentimento che veicola, sentimento che dagli albori del pensiero è considerato alla base del processo creativo e che qui esplode in ogni direzione possibile. E impossibile.

Father John Misty – I Love You, Honeybear

Tra Calexico e Fleet Foxes (di cui J.Tillman aka FJM è il batterista), con i Love di Arthur Lee come stella polare. Cosa gli vuoi dire a un disco così? Puoi solo prenotarlo per la tua classifica di fine anno con 11 mesi di anticipo sulla scia di ciò che fu per Hot Dreams di Timber Timbre nel 2014, canzone al cui genuino sentimentalismo Father John Misty riporta qui, così.

Elephant Micah – Where In Our Woods

Elephant Micah è uno dei migliori cantautori in giro, ma non è mai andato sulle copertine più hype nonostante abbia un sound definito, ma anche molto vicino a grandi nomi come Bonnie Prince Billy eccetera. Non so cosa non abbia funzionato nella sua carriera, so solo che non riguarda la sua musica e canzoni come queste, degne del migliore slow-core (Spain, per dirne uno non a caso).

Tobias Jesso Jr. – Goon

Chitarrista fallito nel suo sogno di gloria in California, torna a testa bassa a casa dei genitori inizia e lì scopre il pianoforte della sorella e una voce da contraltare della west coast di Billy Joel. Questa è la breve storia di Tobias, accomunabile a tutte le star del pop di qualità del dopoguerra: Randy Newman, Harry Nilsson, John Lennon. E sprazzi di Daniel Johnston lo rendono unico.

Matthew E. White – Fresh Blood

Musicista e compositore di un altro livello rispetto al 99% dei colleghi e già autore di uno dei migliori dischi degli anni ’10, Big Inner, torna con il suo soul vagamente psichedelico e pieno di sfumature jazzy, musica e musicista del terzo millennio. L’attitudine da loner ironico ne fanno un personaggio unico, come questo suo nuovo e splendido album tra Shuggie Otis e Van Morrison.

* Articolo pubblicato su Memecult – http://www.memecult.it/stay-tuned-5-dischi-del-2015-da-non-perdere/

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Giuseppe Rosato – Tre poesie da “Le cose dell’assenza”

Il mare che ti tiene non può farsi
parola, solo può sfiorarlo
il respiro che non se ne fa corpo
ma dolore, e il dolore non si dice.

Nella parola che lo tace il mare
si rassegna e si chiude,
non la dirla la parola è per salvarti
perché di te nulla si perda.

***

Lasciare queste stanze sarà come
lasciare le tue braccia, dall’abbraccio
uscire d’una vita ch’era parsa
non dovessero gli anni mai toccare,
immune come se per sempre immune
dalla morte, alla morte inaccessibile.
Lasciare queste stanze sia la sola
grazie residua, se dal mare un vento
venga già fatte polvere a raccoglierle
le dispolpate braccia, che così,
così, aria nell’aria,
alle tue si riportino.

***

Tu che avevi creduto a un aldilà
Ora perché non te ne trai, perché
Non vieni a dirmi: sono qui, ti vedo,
Insieme proseguiamo il nuovo viaggio…
Amore ti guidava, ed era un sogno.

(Giuseppe Rosato, Le cose dell’assenza, Book Editore, 2012)

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Marta Lentati – Paesaje de Rostros. La vita nelle grotte di Granada

L’aspetto più deprimente dell’Università italiana è la degradazione della tesi finale a lasciapassare per la laurea. Una questione burocratica e non più morale, figurarsi se estetica. Non capita spesso quindi di conoscere qualcuno che abbia scritto una tesi di laurea degna di nota, figurasi se illuminante come quella che ho la fortuna di pubblicare su carusopascoski oggi. Marta, come ogni ricercatore che si rispetti, ha vissuto per mesi e mesi con l’oggetto del suo studio, la vita tra le grotte di Granada che da anni ospitano persone con origini etniche e sociali tra le più diverse, accomunate dal desiderio di una vita diversa ed al cui fine hanno trasformato queste grotte nella loro casa. Così, armata di macchina fotografica e curiosità sincera, ha realizzato il reportage di cui si presenta qui un estratto composto da tre capitoli, Arminda, Adrian e Lisa, tre abitanti delle grotte che qui raccontano la loro esperienza con delle poesie splendide, in cui attraverso la descrizione degli aspetti sia quotidiani che emozionali della vita nelle grotte si accenna a quel centro pulsionale che li trattiene lì e che resta qualcosa che non ha nome, un elemento percettibile eppure indicibile che caratterizza una comunità di esseri umani che vivono con invidiabile armonia, lontani dalle luci della città distante, “umani in cerca dell’umano” che seguono le ragioni comuni di una vita degnamente vissuta e diversamente libera nel ventre della montagna. Accompagnano i testi le fotografie delle tre grotte, anch’esse opera di Marta, che ringrazio per la sua ricerca e per aver accettato di pubblicarla qui e di introdurla brevemente (ahhh, il culo di avere amici che fanno cose bellissime).


Paesaje de Rostros è un lavoro che parla della vita nelle grotte di Granada attraverso l’esperienza e il punto di vista dei suoi abitanti. Ho conosciuto questi luoghi due anni fa durante un viaggio durato un anno e mezzo, nel corso del quale ho avuto l’occasione di conoscere questa realtà da vicino, vivendoci e diventando io stessa un abitante delle grotte. Durante la mia permanenza ho conosciuto i delicati equilibri che sostengono il particolare rapporto che c’è tra le grotte e chi le abita, equilibri che sono poi diventati il soggetto del mio lavoro. La domanda che mi sono posta è stata: Cosa cercano queste persone? Cosa le ha spinte a vivere qui? Cosa offre questo posto? Le risposte a queste domande possono essere date per scontate se ci si ferma ad una osservazione più superficiale, diventano invece complesse se si osserva ogni singola esperienza, ponendo l’attenzione su quelle che sono le necessità recondite in ognuno di noi.
Per realizzare la mia ricerca ho deciso che il mio punto di vista da fotografa e da abitante passeggera non sarebbe bastato. Ho quindi chiesto ai miei vicini di scrivermi qualcosa, dei testi che secondo loro avrebbero potuto descrivere al meglio quei luoghi. Il risultato è stato sorprendente. Le risposte alle mie domande arrivarono ma non nel modo in cui mi aspettavo. Ogni testo racconta un’esperienza attraverso le parole ma anche attraverso la forma in cui vengono presentate. La tipologia di narrazione cambia in relazione al rapporto che il soggetto ha con questi luoghi. Poesie, descrizioni dettagliate, frasi brevi, singole parole affiancate agli scatti delle grotte, tutte raffigurate dallo stesso punto di vista, il mio e il loro.

ARMINDA

Fuori, ombre allargate si posano nell’orizzonte, sussurrando
gli stessi silenzi di questa montagna.
Parlano la lingua delle sorelle. Fluiscono, maestre, le acque del fiume;
Cresce il fico, il mandorlo, il fico d’india, la mora selvatica, l’aloe,
il melograno.
Si frammenta in un ciclo millenario la pietra.
Colpiscono in fondo, le campane della cattedrale, mentre ascende per il versante degli Aranci il gemito di
un gitano che si accende per la buleria.
Ci sono notti di luna piena sulla Sierra Nevada e colori di fuoco nel vento, che porta la persistenza
ossessiva della città, che mai riposa.
Dentro la montagna, scricchiola la roccia, si rinfresca nei giorni
d’estate, caldi e afflitti dai turisti; Si intiepidisce nelle nuvole e
nell’umidità dell’inverno.
La comunità delle grotte non è comune né ospita la smania di unità.
é temporanea (come la vita), bio diversa (come il mondo)
e complessa (come l’essere), difficile, la maggior parte delle volte.
Le ragioni di vivere qui sono le stesse che sostengono ogni vita:
Interiore richiesta di silenzio, fuga, resistenza, necessità, rischio,
libertà, comodità, desiderio, pazzia, eccesso, serenità, tradizione,
autonomia, movimento incerto.
Così che ogni male costruisce il suo frammento del bio sistema come vuole o può, o si lascia, nelle mani
dell’incoscienza, altre volte dell’esperienza sacra del Buon Vivere.
Si esige virilità, e che lo spirito sia chiamato in qualche modo a uscire da sé, senza che però smetta di
camminare del tutto:
vicino, ma sufficientemente lontano.
Per questo vivo qui, per la pertinente distanza che mi permette
a volte il silenzio e a volte di accedere alle differenti manifestazioni della cultura urbana.
Posso sedermi accanto al nonno fuoco, camminare scalza sulla terra,
prendere acqua dalla fonte, scendere dopo in città sapendo che un
angolino mi aspetta nel punto più alto, alieno all’atmosfera viziata delle carceri d’asfalto.
Non scappo, come tutti e tutte.
Sono io stessa il sistema.
Decido di seguire come voglio o posso o mi si lascia, il cammino della
coscienza, di chi guarda dentro per poter vedere fuori.


ADRIAN

La grotta è il mio rifugio nel ventre della montagna.
Senza acqua, luce, né gas.
Il versante è il mio quartiere, due precipizi che si incontrano
formando un anfiteatro.
Il vicinato riempie di spettacolo il soffocante calore di questo agosto, con musica, grida, giuramenti e
lamenti.
Abbondano i cani. Protettori, guardiani, vociferano senza riposo.
Dall’alto del colle, seduta nella poltrona del poeta, si offre la luna,
la luce stellata e la rossa Alahambra.
In mezzo al monte. Tra cardi, fichi d’india, agave
e steppa di erba secca.
Verdi versanti che nascondono segreti. Il Darro con un filo di voce nella valle e le sacre montagne che si
alzano giganti dietro all’aria, quasi palpabili da lontano, si offrono come conforto, una risposta, una
promessa.
Sempre lontani. Lontani dalla città e dalle sue cose.
Lontani dallo sguardo onnipresente del potere.
Utopie pirata, dove ancora è possibile nascondersi.
Ghetti, periferie, sobborghi, geografie brutali.
Lontani da mercanti e templi.
Si sentono i tamburi delle grotte dalla città.
Dalle grotte come un manto di cemento, la città sulla Vega, esalando luce, fumo e rumore.
Scendere in città. Salire nelle grotte.
Dormire con la luna. Svegliarsi con il sole.
Fermarsi, perdersi e pensarsi.
Emarginati, pirati, banditi, bambini perduti, viaggiatori, perseguitati,
rifugiati, fuorviati, fuorilegge, disillusi, resistenti.
Umani in cerca dell’umano.
Accendere un falò e condividere la mistica comunione del fuoco,
guardarsi negli occhi, ballando una danza di risate e coltelli,
di amicizie e dubbi.
Finzione scottante e vita scritta sulla pelle.
Politeismo anarchico.
Fermarsi, perdersi e pensarsi. Ripararsi dalle intemperie.
Umani in cerca dell’umano.
Compagnia, cibo e acqua. Rifugiarsi lontani, in una grotta,
per dormire nel ventre, il sogno della montagna.

LISA

Per i monti di Granada vagano i fantasmi di San Miguel.
Sono intense solitudini che muoiono in incontri casuali.
Cuori vagabondi, zaini fuggitivi, pazzie rampanti, anime senza ruolo
e corpi in fuga… per rifugiarsi nel ventre delle montagne di Granada.
Così selvaggi e così liberi,
così strani e così belli sono i miei vicini di San Miguel.

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Declinare Juve Merda – Seminario intensivo di Mohamed Salah

Il sogno della vita di qualsiasi antijuventino: come in preda a una visione di purezza, un mondo pacificato in cui la Juve perde sempre, correre per tutto il campo dei gobbi mosso dalla forza impareggiabile di Bellezza e Giustizia per calciare infine il pallone in porta come se stessi urlando un liberatorio juvemerdaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaa.

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Stefano Bollani – Teatro Manzoni, Pistoia, 27/01/2015

“Nessuno sa cosa farà Stefano Bollani nel suo concerto .(…) Piano Solo è un grande gioco”. Così recitava la presentazione dell’improvviso concerto di uno dei pianisti italiani del momento (da anni, ormai) e così è stato. Bollani è un mostro di bravura che si permette di tutto sul palco, dall’assolo sublime allo scherzo imperfetto riesce a guadagnare quasi lo stesso volume di applausi. Bollani è uno dei pochi musicisti che viene dal conservatorio e desta accoglienza da pop star senza per questo offendere i propri studi come colleghi di mainstream per pianoforte. Una fama, con la relativa accondiscendenza del suo pubblico trasversale, guadagnata a suon di canzoni e rivisitazioni memorabili e assestata definitivamente con il suo discusso “Sostiene Bollani” andato in onda su Rai 3. E con questa dovuta premessa con cui gran parte del pubblico ha riempito “il più bel teatro che ho visto stasera” (come lo definirà Bollani stesso), l’elegante Teatro Manzoni di Pistoia.
Bollani dà l’impressione di essere una persona frizzante e genuina, eppure strattonato internamente da un’ansia compulsiva di compiacere un pubblico sempre meno interessato a un concerto di piano solo come si dovrebbe, e soprattutto come lui potrebbe come pochi altri, oggi, in Italia. Si prova sovente una malinconia feroce nel percepire forzature nel suo incedere grottesco, poi si è portati a chiudere un occhio perché la risata provocata è ancora più urgente. Resta parzialmente insoddisfatta una richiesta di musica pura solo accennata, quasi fosse un intermezzo tra una gag e l’altra e non l’opposto, un ospite sconveniente, come un vestito tropo bello per recarsi a una serata tra amici (il concerto è stato preceduto da un incontro aperto col pubblico nel tardo pomeriggio) e non il motivo per cui si trova solo, su un palco, con un pianoforte. Un piano solo che dunque ben si accorda alla sua immagine pubblica e meno a un talento sempre più dilazionato tra i più diversi atti della sua carriera eppure ancora decisivo per perdonargli ogni eccesso guascone, una cornice di rara bravura a una serata in libertà concessagli da un pubblico sinceramente amico a cui è stato riservato un concerto facile (per uno come Bollani) ma mai grossolano. Finché riesce a stare su questa sottile linea di confine tra musica e cabaret avanti tutta. Senz’altro stasera ci è riuscito e bene ed è un piacere insolito scriverne.

CONTINUA A LEGGERE QUI – http://www.impattosonoro.it/2015/01/29/reportage/stefano-bollani

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Viaggio al nord (Aaron Katz, Martha Stephens, 2014)

“L’avvenire fu un bolide arrogante.
Sollevò un muro d’acqua al suo passaggio,
neppure per scansarci sufficiente
fu il tempo di mostrargli pari pari
il medio in direzione del lunotto.
Non trovammo un motivo convincente.”
Marco Bini, La conoscenza del vento

“Viaggio al Nord” è un mix tra una commedia “on the road” e uno stralunato documentario recitato da due turisti per caso, in cui si racconta il viaggio in Islanda di una coppia di arzilli neo-vecchietti che non vogliono arrendersi agli anni che passano. Una riflessione ora delicata ora sfacciata sulla vecchiaia, la solitudine, l’amicizia attraverso un viaggio da ventenni: jeep a noleggio, campeggio, litri di birra e quegli imprevisti che diventano la parte più memorabile di una vera avventura nell’imperturbabile Islanda, sottratta alle contingenze del tempo e in cui tutto ciò che è intorno ai protagonisti sembra dir loro che “più nulla qui è rimasto che sia un qui”. E allora tanto vale giocare alla vita, l’unico qui ed ora presente fino alla fine, e godere di questo film.

CONTINUA A LEGGERE QUI – http://www.cinefatti.it/viaggio-al-nord

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Nancy Fraser – Come il femminismo divenne ancella del capitalismo

Come ogni nuovo ismo del XX secolo, il femminismo è un target commerciale e al contempo un contenitore di istanze. Indubbiamente ha però giovato tanto al capitale che all’emancipazione della donna, dato che il miglioramento parziale della condizione della donna è da attribuire pressoché esclusivamente al lavoro delle prime femministe (tra cui Virginia Woolf, Simone De Beauvoir, donne che fa orrore accostare ai dibattiti dei movimenti femministi contemporanei) mentre ciò che avvenne dopo, a partire da quello che viene chiamato “femminismo radicale” (il femminismo dagli anni ’60 in poi) fu, come gran parte del ’68 stesso, ridurre ideologie complesse a un movimento dell’ego amplificato (ed equivocato) su scala di comunità, una etichetta usa e getta, appunto, da indossare come un accessorio identitario – in questo senso: un target commerciale tra i più remunerativi di sempre – e non da ripensare nel tempo.
Per questo copio&incollo qui la traduzione da quaderni.sanprecario.info di un articolo di una nota femminista, Nancy Fraser, che a differenza di troppe colleghe di movimento continua a ripensare a questo e non lesina critiche a un’ideologia che sta arrecando un danno su scala sociale e non secondariamente alle donne stesse. Perché oggi il femminismo è una spalla cieca del neoliberismo più aggressivo e non più una piattaforma di diritti con una forte ascendenza rivoluzionaria quale fu il femminismo delle origini, così lontano dall’oggi che sembra la sorella idealista dell’arrogante individualista che le è sopravvissuta.

 

Come femminista ho sempre pensato che, combattendo per l’emancipazione delle donne, stavo anche costruendo un mondo migliore – più egualitario, più giusto, più libero. Ultimamente ho cominciato a temere che gli ideali ai quali le femministe hanno aperto la strada vengano utilizzati per scopi molto diversi. Mi preoccupa, in particolare, che la nostra critica del sessismo fornisca oggi giustificazione a nuove forme di disuguaglianza e di sfruttamento.

Quasi fosse un crudele scherzo del destino, il movimento per la liberazione delle donne sembra essersi avviluppato in una relazione pericolosa con gli sforzi neoliberisti nel costruire la società del libero mercato. Questo potrebbe spiegare perché una serie di idee femministe, che un tempo facevano parte di una visione del mondo radicale, oggi vengono utilizzate a fini individualistici. In passato, le femministe criticavano una società dove si promuoveva il carrierismo, adesso viene consigliato alle donne di “affidarsi”. Il movimento delle donne una volta aveva come priorità la solidarietà sociale, oggi festeggia le imprenditrici. La prospettiva di allora valorizzava la “cura” e l’interdipendenza umana, ora incoraggia il progresso individuale e la meritocrazia.

Ciò che si nasconde dietro tutto questo è un cambiamento di rotta del paradigma capitalista. Il capitalismo stato-assistito del dopoguerra ha lasciato il posto a una forma innovativa di capitalismo, “disorganizzato”, globalizzato, neoliberista. La seconda ondata del femminismo è emersa come critica al capitalismo di prima maniera, ma infine è diventata ancella del capitalismo contemporaneo.

Con il senno di poi, possiamo sostenere che il movimento di liberazione delle donne ha contemporaneamente puntato a due diversi futuri possibili. In un primo scenario, esso ha disegnato un mondo in cui l’emancipazione di genere andava di pari passo con la democrazia partecipativa e la solidarietà sociale; nel secondo , ha promesso nuove forme di liberalismo, in grado di garantire alle donne, così come agli uomini, i “beni” dell’autonomia individuale, un ampliamento delle scelte , l’avanzamento meritocratico. Il femminismo di “seconda generazione” è stato, insomma, ambiguo in questo senso. Compatibile con entrambe le rappresentazioni della società, dunque suscettibile di due diverse concezioni della storia.

A mio parere, questa ambivalenza del femminismo in questi ultimi anni si è risolta a favore della seconda impostazione, quella liberista-individualista. Ma non perché noi donne siamo state vittime passive di seduzioni neoliberiste. Al contrario, noi stesse abbiamo direttamente contribuito a far raggiungere al capitalismo questo stadio di sviluppo attraverso tre blocchi di idee importanti.

Il primo contributo è rappresentato dalla nostra critica al “salario familiare”: il modello del maschio breadwinner e della femmina casalinga è stato centrale per il capitalismo stato-assistito, così per come esso era organizzato. La critica femminista a quel modello ora aiuta a legittimare il “capitalismo flessibile”. Questa nuova forma organizzativa del capitale contemporaneo si basa molto sul lavoro femminile salariato, soprattutto a basso costo, nei servizi e nella manifattura , garantito non solo da giovani donne single, ma anche da donne sposate e donne con figli; non solo da donne razzializzate, ma da donne di tutte le nazionalità ed etnie. Le donne si sono riversate nel mercato del lavoro globalizzato e il modello del capitalismo stato-assistito basato sul “salario familiare” è stato sostituito da una nuova e più moderna “norma” – apparentemente approvata dal femminismo: quella di una famiglia con due percettori di reddito.

Non importa che la realtà che sta alla base di questo nuovo paradigma sia il basso livello dei salariali, la riduzione della sicurezza del lavoro, il peggioramento degli standard di vita, un forte aumento del numero delle ore lavorate per garantire un reddito al ménage, l’allargamento di doppi – quando non tripli o quadrupli – ruoli e un aumento della povertà , sempre più concentrata sulle donne capofamiglia. Il neoliberismo trasforma un orecchio di scrofa in una borsa di seta, raccontandoci una storia di empowerment femminile. Si appella alla critica femminista del “salario familiare” per giustificare lo sfruttamento: sfrutta il sogno dell’emancipazione femminile come motore dell’accumulazione capitalistica.

Il femminismo ha anche fornito un secondo contributo all’ethos neoliberale. Nell’era del capitalismo di stato organizzato, abbiamo giustamente criticato una visione politica ristretta, così intensamente centrata sulla disuguaglianza di classe che non vi trovavano posto le ingiustizie “non economiche”, come per esempio la violenza domestica, la violenza sessuale e l’oppressione riproduttiva. Rifiutando l’economicismo e politicizzando “il personale”, le femministe hanno ampliato l’agenda politica generale, aggiungendo a essa il tema della costruzione gerarchica della differenza di genere. Il risultato avrebbe dovuto essere quello di espandere la lotta per la giustizia sociale, comprendendo sia gli elementi culturali che economici. Il risultato effettivo è stato invece una concentrazione estrema del femminismo sul tema dell’“identità di genere”, a scapito delle questioni che hanno a che vedere con il pane e con il burro. Vediamola peggio ancora: la svolta femminista verso una politica identitaria si è alleata fin troppo strettamente con un neoliberismo in crescita che non desiderava altro che reprimere ogni ricordo delle battaglie per l’uguaglianza sociale. In effetti, abbiamo assolutizzato la critica del sessismo culturale proprio nel momento in cui le circostanze avrebbero richiesto di raddoppiare l’attenzione intorno alla critica dell’economia politica.

Infine, il femminismo ha contribuito al neoliberismo con un terzo filone di pensiero: la critica al paternalismo dello stato sociale. Innegabilmente progressista nell’epoca del capitalismo di stato fordista, il giudizio negativo del femminismo è coinciso con la guerra del neoliberismo contro “lo stato balia” e i suoi più recenti cinici abbracci con le Ong. Un esempio significativo è rappresentato dal “microcredito”, il programma di piccoli prestiti bancari per le donne povere nel sud del mondo. Propagandato come un processo di potenziamento dal basso verso l’alto, alternativo a decisioni di vertice e alla burocrazia dei progetti statali, il microcredito è stato presentato come uno degli antidoti femministi alla povertà e alla sottomissione delle donne. In questo, ciò che è mancato è la consapevolezza di un’ulteriore coincidenza inquietante: il microcredito è fiorito proprio nel momento in cui gli stati abbandonavano gli impegni macro-strutturali per combattere la povertà, impegni che i prestiti su piccola scala non possono assolutamente sostituire. Anche in questo caso, quindi, l’ideale femminista è stato ripreso dal neoliberismo. Una prospettiva originariamente finalizzata a democratizzare lo stato, responsabilizzando i cittadini, viene impiegata ora per legittimare la mercificazione e il disgregarsi dello stato sociale.

In tutti questi casi, l’ambivalenza del femminismo si è risolta a favore di un (neo)individualismo liberista. Ma certamente l’altro lato di noi, cioè le prospettive rappresentate dal femminismo solidale, potrebbe essere ancora in vita. La crisi attuale offre la possibilità di ampliare ancora di più quell’impostazione, ricollegando il sogno di liberazione della donna con la visione di una società solidale. A tal fine, le femministe hanno bisogno di rompere la relazione pericolosa con il neoliberismo, recuperando ai propri fini i tre “contributi” di cui abbiamo parlato.

In primo luogo, si dovrebbe rompere il falso legame tra la nostra critica al “salario familiare” e ciò che sono diventati gli attuali approdi del capitalismo del lavoro precario, combattendo per una forma di vita che non metta al centro il lavoro di scambio ma valorizzi le attività che producono valore d’uso, tra cui – ma non solo – il lavoro di cura. In secondo luogo, dovremmo fermare lo scivolamento della critica all’economicismo verso una politica identitaria, implementando la lotta per trasformare l’ordine del discorso fondato su valori culturali patriarcali con la lotta per la giustizia economica. Infine, sarebbe necessario recidere il legame tra la critica alla statalizzazione e al fondamentalismo del libero mercato, recuperando il concetto di democrazia partecipativa come un mezzo per rafforzare i poteri pubblici necessari a vincolare il capitale a finalità di giustizia.

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Marco Bini – Tre poesie da “Conoscenza del vento”

“più nulla qui
è rimasto che sia un qui.”

 

Stavo nel mezzo, tra invenzione ed ansia
di nominare, inseguendo corsivi
e stampatelli lungo continenti,
chino per imparare a menadito
vocali e consonanti, nomi e strane
corrispondenze; poi cambio di pagina
e rotta verso casa. Lì, al suo posto
una certezza, sempre: inamovibile.

***

Darei qualsiasi cosa – se non
tutto parecchio almeno – per prendere forma
di pulviscolo, microbo, o tarlo
dell’immaginazione, farmi strada
poi chiudere le vie di fuga.
Allora avrei buon gioco
A scambiare gli allacci tra i neuroni,
a dissodare un pò il terreno;
potrei tracciare segni per tutti
Identici ed al borbottio ridare senso
e grinta di parola.

Averla questa forza di accorciare
le distanze, indicare gli orizzonti,
nuovamente raccogliere le facce
disparate in un’unica medaglia,
di opposti fare sintesi efficace:
assomigliare quindi un poco a dio.

***

Ripiegavo sul fiume: era la spanna
il nuoto della lontra per il tempo
e lo stupore mai veniva meno
per un nome sospinto senza sosta
oltre i recinti, intatto ai dialetti.
Stupore per l’inizio e per la fine,
per l’esserci di un limite alla corsa
dell’energia che nasce tra gli estremi.

(Conoscenza del vento, Ladolfi, 2011)

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STAY TUNED #1 – 5 dischi del 2015 da non perdere

Riparte su Memecult, la nuova rivista online nata dalle ceneri dell’ei fu i.OVO (su cui già segnalavo un disco a settimana da un anno) la mia minirubrica di lapidarie selezioni musicali dell’anno in scorso: 3 righe x 5 dischi usciti nel 2015 + link a una canzone per disco, per dar spazio alla musica e non al catechismo del recensore di turno. Stavolta è il turno di Africa Express, Jessica Pratt, Viet Cong, Ryley Walker e Benjamin Clementine. 

Africa Express Presents… Terry Riley’s In C Mali

Dal Mali allo Spazio. Per ora e tra decine di bei dischi già usciti, questa rilettura del capolavoro di Terry Riley è uno degli ascolti più incredibili del 2015. Un viaggio in tutto il mondo e allo stesso tempo. Un atlante musicale illustrato: raramente l’aggettivo “caleidoscopico” è stato più adatto. 40 minuti di uno dei viaggi migliori che potrete fare da qui alla fine dell’anno, gratis.

Jessica Pratt – On Your Own Love Again

Nel nome di Karen Dalton, Sybille Baier e Vashti Bunyan, ecco un altro disco del 2015 a cui vale la pena di dare più di un ascolto incantato. Nel solco della migliore tradizione folk al femminile, ecco questa nuova ninfa suadente e ambigua che canta d’amore e disillusione con maestria rara e con pathos di altri decenni musicanti. Non tutto il futuro viene per nuocere.

Viet Cong – Viet Cong

Tra Wire e Oneida, questa collezione di furiose cavalcate sono tra gli esempi migliori della rinascita kraut-wave che tanto deve al Julian Cope di Krautrocksampler e altrettanto a Post-Punk di Simon Reynolds. Due libri, non due dischi, perché queste nuove band hanno studiato eccome i suoni deflagranti del passato prossimo. Semplicemente devastanti, ascoltare “The Death” per credere.

Ryley Walker – Primrose Green

Ascoltando Ryley Walker ho pensato a Tim Buckley, David Crosby e Van Morrison (confrontare la copertina del suo disco con quella di His Band and the Street Choir). Toccato dal sacro fuoco dei grandi, sembra calato nel presente come un prodigio. In pochi possono vantare un talento del genere, vediamo come saprà usarlo. Ha potenzialità da leggenda. Per ora è già da urlo.

Benjamin Clementine – At Least For Now

Soul del XXI secolo, qualcosa per cui sparisce ogni nostalgia nei confronti dei grandi progenitori del genere: laddove nei sixties c’era il sentimentalismo più genuino, oggi c’è l’emotività più palpabile, che esplode alla Jacques Brel. Dalle banlieu londinesi a condividere il palco con Paul McCartney che ne disse:”Se solo Nina Simone fosse stato un uomo…”.

* Articolo pubblicato su Memecult – http://www.memecult.it/stay-tuned-5-dischi-del-2015-da-non-perdere/

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Contro il ’68 del 2015

Joan Baez, “la voce del ’68”, in concerto a 68 euro nel 2015.
La consistenza del movimento hippy (o della demenza senile) è tutta qui.

PS: il post è una scusa per pubblicare questa canzone + testo degli Squallor, un trattato di storia del Novecento.

 

“Domani compio quarant’anni
e la cambiale dei ricordi mi riporta al ’68
quando ero amico di Capanna
e avevo dato quattro esami con la media del 18.
Il mio paese era lontano in un pezzetto di provincia
e non me lo ricordo mica
la nostra meta era Milano
spinti da una fame antica
di notti luci e un po’ di fica.
Era l’autunno del ’68
quasi vent’anni a cazzo dritto.

Quante illusioni occupazioni e cortei
e lacrimogeni e botte per star con lei
finché una notte al fuoco dei falò
sorrise e con un altro se andò.
Del ’68 siamo stati gli eroi
ed era tutto più grande, più grande di noi
quanti bulloni in testa mi beccai
perché, per chi non so e non lo saprò mai.

Quanti ingegneri ed architetti,
parrucchieri e cantautori
ha partorito il ’68
alcuni santi e qualche dio
stilisti, uomini d’affari
l’unico stronzo sono io
e non mi pento del mio passato
ma il ’68 mi ha rovinato.

E ora mio figlio mi fa il culo perché
a scuola gli altri hanno tutti le timberland
ed io ripenso con tenerezza ormai
al sacco a pelo dove la chiavai.
Il ’68 lo passammo in trincea
gridando forte giù le mani dal Vietnam
era la storia che apriva strade nuove
e finalmente fu il ’69.
e non mi pento del mio passato
ma il ’68 mi ha rovinato.

Generazione maledetta la mia
noi siamo ancora l’Italia che scia
verso il domani, verso il non si sà
perché fa rima con la libertà.

Quante illusioni occupazioni e cortei
e lacrimogeni e botte per star con lei
finché una notte al fuoco dei falò
mi disse scusa… e un altro si chiavò
del ’68 siamo stati gli eroi
ed era tutto più grande, più grande di noi
quanti bulloni in testa mi beccai
perché, per chi non so e non lo saprò mai
e ora mio figlio mi fa il culo perché
a scuola gli altri hanno tutti le timberland
ed io ripenso con tenerezza ormai
al sacco a pelo dove la chiavai.
Il ’68 lo passammo in trincea
gridando forte giù le mani dal Vietnam
era la storia che apriva strade nuove
e finalmente fu il ’69.”

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