Matthew E. White – El Barrio, Torino, 29/04/2015

Matthew E. White è uno degli astri più luminosi della rinascita musicale degli anni ’10, tra i migliori esponenti di quella onda di musicisti ispirati da un culto nostalgico e revivalista per il passato, dai ’60 ai ‘70, da Memphis alla West Coast. Il suo disco del 2012, Big Inner, era stato uno dei dischi dell’anno per molti musicofili, sospeso tra la vena autoriale ora di un Van Morrison ora di un Curtis Mayfield e immerso nello spirito della grande tradizione americana nonostante un piglio affine a tutto il meglio della cultura indie. Con orchestrazioni degne di un Van Dyke Parks e complice anche la curiosa storia della comunità di musicisti di cui fa parte (che operano convivialmente e lontano dalle luci della città), il disco è stato un successo totale di critica. Il nuovo disco Fresh Blood non ha l’immediatezza e l’urgenza espressiva del precedente, ma matura uno standard compositivo di classe e grazia assoluta e rara, virando verso Marvin Gaye e Shuggie Otis (che già cinquant’anni fa unì musica bianca e musica nera, musica colta e musica pop) ed elargendo tributi che vanno da Philip Seymour Hoffman (Tranquillity) a quelli messi in mostra al concerto di Torino con magia totale di Sail Away di Randy Newman e una Are You Ready For The Country di Neil Young letteralmente trascinante. Musicista e compositore di un altro livello rispetto al 99% dei colleghi, nel concerto di Torino si presenta in un inedito duo con la strepitosa spalla, alla chitarra, di Alan Parker. Non c’è quindi traccia della big band e dunque del soul vagamente psichedelico e pieno di sfumature jazzy; il barbuto ragazzo di provincia sfoggia un’attitudine da loner canadese (ogni riferimento a Neil Young non è casuale) che pur sfuma nell’ironia sorniona che offre di se stesso in qualità di icona. Non il concerto dell’anno, ma l’esperienza della sua persona e un saggio della sua discografia, il tesoro che ognuno porta a casa questa notte:

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Matteo Rimi presenta “Lo Stato Sonoro della Poesia II”, Fiesole, 21/05/2015

Le parole hanno bisogno di aiuto. Non le parole enfatizzate ad ogni piè sospinto per convincere che sia verità qualsiasi comoda versione, né le tante imprigionate in flussi senza fine e che senti accavallarsi una sopra l’altra, a comprimersi, a rubarsi di significato, ma quelle parole dense, pronunciate con gravità e cognizione, che conservano la loro forza primigenia, il loro significato scalzante. Sono timide, fragili, queste parole, palloncini attaccati con un fil di seta a mani troppo distratte e si rattrappiscano facilmente se nelle bocche mai secche degli sfrontati imbonitori sulle nostre platee.
Le parole hanno bisogno di custodi. Che le preservino dagli abusi, ne difendino il senso etimologico, ne accompagnino la portata. Ed i poeti, i poeti sono quei custodi. Tra le loro amorevoli cure, ovattate dal bianco della pagina, le parole si inanellano come capi al gregge verso la rigenerazione di un pascolo benevolo. E’ difficile capire se siano stati prima loro a subirne il fascino e caricarsi dell’investitura, oppure le parole e ronzare loro intorno, a presenziare il loro giorno e perseguitarne la notte, costringendoli ad infondere, infine, la pagina.
Ho parlato alle parole”, afferma Luca Buonaguidi dal titolo della sua ultima silloge datata 2014, come si fa a sfuggenti amici, o alle piante perché ritrovino colore e robustezza, e loro gli hanno risposto. Gli hanno raccontato dei custodi che prima di lui hanno presieduto al loro capezzale, lo hanno confortato nel silenzio dei pensieri, supportato nel suo dichiararsi poeta.
E Luca le ha amate tutte, portate in giro per condividere con gli altri la loro luce e accompagnate con i suoni perché riconoscessero la loro comune origine e si sentissero meno sole. Dà loro spessore, invece, Alfredo Vestrini, in un “Ballo ad alta quota” che è continuo dialogo con l’amore, il proprio tempo, l’amicizia e che sa di mare e di vino, dopo che le parole stesse hanno riconosciuto in lui uno tra i custodi, per la sua profonda scrittura e per quella voce, rotonda e vibrante, che ne fa eco difficilmente spengibile, degna controparte della voce di Irene Grandi (per la quale ha scritto canzoni) nell’EP che accompagna il libro.
Ambedue saranno alla Casa del Popolo di Caldine il prossimo giovedì 21 maggio dalle 21, per il secondo appuntamento de lo Stato SONORO della Poesia, il primo accompagnato dalle architetture sonore dei Collective Nimêl ed il secondo insieme alla sua chitarra classica, al piano, fisarmonica e flicorno di Nicola Genovese, al contrabbasso di Leonardo Baggiani, alla batteria e percussioni di Alessandro Suggelli, alla chitarra elettrica di Maurizio Bargoni.
E la sala dovrà diventare abbastanza grande a contenere il loro amore per le parole, i nostri occhi aperti quanto basta a raccogliere il tutto, i nostri orecchi sufficientemente in sintono con i loro suoni.
Le parole hanno bisogno di impegno perché non restino solo brusio e chiamano ogni volta nuovi custodi con un appello che è dichiarazione della parte in cui ci troverete.

21/05/2015, ore 21.00
Casa Del Popolo Caldine
via Faentina 183, 50010 Fiesole

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Un giorno al Porretta Cinema

Quando racconto agli amici che i paesi dell’Appennino in certi momenti sono più vivi di tante città di pianura è facile incontrare sguardi che non riescono a mascherare il perturbare d’uno scetticismo atavico, dato dal pregiudizio modernista che solo nella città al vita si compia e che quassù siano solo boschi ancestrali, silenzi lunghissimi e nostalgia d’un tempo andato per sempre. Eppure il Festival del cinema di Porretta è una delle più autorevoli iniziative che rendono l’Appennino tosco-emiliano non soltanto un luogo bellissimo e lontano dalle luci della città, ma anche un centro pulsante di cultura.
Il Porretta Cinema nasce dalle ceneri dellla Mostra internazione del cinema libero attiva dal 1960 al 1982 che vantava nell’organizzazione anche un nome non a caso come Cesare Zavattini e ha portato per due decenni sull’Appennino i migliori cineasti, scrittori e intellettuali d’Italia (Pasolini, Ungaretti, De Sica, Fellini…) e del mondo. Dal 2002 all’edizione di quest’anno da Porretta sono tornati poi alcuni dei migliori registi in circolazione, nomi altisonanti o ugualmente stimolanti come Bellocchio, Rosi, Loach, Mikhalkov,  Avati, Parker, Monicelli, Gitai, Costa Gravas, Tavernier, Mazzacurati, Tornatore, Ozpetek e quest’anno Francesca Archibugi, a cui di anno in anno vengono dedicate retrospettive e conferiti premi alla carriera.
Il cinema di Porretta si distingue inoltre e soprattutto anche fuori da simili celebrazioni, per un clima informale, sottolineato da un ricco cineclub infrasettimanale e al contempo da proiezioni annunciate talvolta a pennarello su dei fogli A4, quasi a suggerire all’avventore che un cinema è un luogo di passioni svincolate dall’onnipresente compulsione a vendere il biglietto, infine non trattando un film come una merce qualsiasi. Un’atmosfera rilassata e generosa da taverna appenninica fa il resto (e che online ha fatto sorgere uno dei network più vari e partecipati che si vedano in giro, BAR DIAVOLO, cercare per credere su facebook), tanto che al termine del film di turno è facile e sempre lieto confrontare visioni e umori legati al cinema e non con i gestori Stefano Testa e Giulio Riccioni, e la ciurma di amici e appassionati che il cinema ha saputo trattenere oltre l’orario di proiezione nella  sua saletta informale e accogliente, come avveniva un tempo sovente e adesso solo in luoghi in cui cultura significa ancora incontro.
La giornata di sabato, l’unica a cui riesco a partecipare e integralmente, è di quelle da non perdere e per giunta completamente gratuita. Nonostante conosca ancora poco Francesca Archibugi, ci sono alcuni elementi del suo cinema che concorrono nel creare attesa per la giornata. Vedrò Parole povere, un documentario insolito per tema e delicatezza, dedicata al poeta Pierluigi Cappello, maestro di parole e tenerezza sul verso; Lo stagionale di Alvaro Bizzarri, docu-film girato con mezzi di fortuna (e all’epoca proiettato personalmente dal regista per vari festival, tra cui quello di Porretta) sulla difficile condizione degli immigrati italiani in Svizzera alla fine degli anni Sessanta; E infine una delle migliori commedie drammatiche uscite negli ultimi anni in Italia, un film molto sopra la media delle produzioni contemporanee, ancora a cura della Archibugi, Questioni di cuore, che prescinde dalla banalità del disgraziato titolo scelto, facilmente equivocabile per una commediola sentimentale facile facile ed anzi è una storia originale, girata con maestria superlativa e in cui tutti gli attori sono in stato di grazia.

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STAY TUNED #4 | 5 dischi del 2015 da non perdere

4° puntata della mia rubrica di lapidari consigli per gli ascolti dell’anno in corso su Memecult: 3 righe x 5 dischi usciti nel 2015 + link a 1 canzone per disco, per dar spazio alla musica e non al catechismo del recensore di turno. Stavolta tocca a: Faith Healer, Amazing, Courtney Barnett, Hayden, Jack Name. Enjoy!

Faith Healer – Cosmic Troubles

Da chi si dichiara un fan sfegatato di Tommy James & The Shondells è lecito aspettarsi di tutto. Scontato il mood 70’s , meno un tappeto di melodie da sogno. iaceranno a tutti coloro che amano i Beatles del White Album e i Velvet Underground di Loaded. Pop psichedelico allo stato dell’arte, occhio: questo disco è uno di quelli che si tolgono sempre malvolentieri dallo stereo.

Amazing – Picture You

Un disco che eleva la malinconia allo stato dell’arte e in cui si affonda senza alcun ritegno. Come se i Fleetwood Mac avessero fatto un disco di cover di Elliott Smith, con lunghe code strumentali floydiane che giungono dal leader dell’ei fu Dungen, gruppo psichedelico svedese che ha poi virato dagli allucinogeni al caramello su una solida impostazione rock americana.

Courtney Barnett – Sometimes I Sit And Think, And Sometimes I Just Sit

Come se Michele di Eccebombo si fosse dato al punk. Tra Talking Heads, Patti Smith e Lemonheads, questo disco è una bomba totale: ironico, lunatico e spigoloso, da accompagnare a una scarica di sigarette scagliate con insolenza nel portacenere perché a un giorno storto non ne segue mai uno diritto, quindi tanto vale mettersi di traverso rispetto al mondo e se stessi

Hayden – Hey Love

Se siete in cerca di dischi vulnerabili quanto poetici (Barzin e i National di Boxer, per intendersi), segnatevi questo nome. Dichiaratamente lirico sin dal titolo, è un disco di sentimenti e grandi melodie sull’amore infelice e l’amore per l’infelicità. “These sure are troubled times”, premette Hayden e “What else can we do but love?” è la risposta dentro a questo disco.

Jack Name – Weird Moons

Un Ariel Pink lascivo, che omaggia Low di David Bowie e ammicca agli spettri mietendo suoni elettronici e ugolati nell’eco di John Maus e Connan Mockasin. Un disco ora disturbante ora seducente, per un autore che ha suonato con Ty Segall e Tim Presley e sa come distorcere ogni visione al servizio di una musica che non smette di integrare e variare tono ma non umore.

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Lalli – “Preferisco il rumore del mare”, poesie inedite

“Il cigno è balzato nel cielo desolato;
L’immagine può farmi infuriare, darmi una frenesia
Di porre fine a tutto, di finirla con ciò che la mia vita
Travagliata ha immaginato, perfino
Con la pagina mezzo immaginata, mezzo scritta;
Oh, ma noi sognavamo di trovare un rimedio
Per ogni male che sembrasse
Affliggere l’umanità, ma ora
Che soffiano i venti dell’inverno impariamo
Che eravamo dei matti a sognarlo”

William Butler Yeats, La torre

Ho conosciuto Lalli per la prima volta un anno fa a San Vincenzo, vicino Livorno. Ci recammo lì con alcuni membri dei Cani Bastardi, collettivo di Castelfranco di Sotto che un anno fa mi contattò offrendomi l’opportunità curare l’edizione di un libro intorno a Franti, una delle più importanti band dell’underground italiano, che abbiamo poi effettivamente scritto ed uscirà a breve, pubblicato da Nautilus Autoproduzioni e di cui su questo blog potete leggere alcune anticipazioni (quiquie qui). 
Lalli di quei Franti era la voce. Ma per coloro che hanno frequentato l’area punk-antagonista degli anni Ottanta Lalli è La Voce e insieme a Miro Sassolini dei Diaframma e pochi altri la voce emergente più intensa dell’intero decennio, letteralmente: storia del decennio 1980-1990. Lalli è stata poi tante altre cose: cantautrice, attrice, interprete, sempre per esser vento agli ultimi e alla lotta per qualcosa di più umano in ogni direzione possibile. E per il nostro libro infine, Lalli è stata la bocca di fuoco che abbiamo consultato per iniziare a scrivere una storia tra le tante, ma diversa da tutte le altre: appunto, quella dei Franti e di Franti.
Per me fu un sogno: trovarmi a casa di Lalli, tra i suoi libri, i suoi dischi e la sua voce interrogata da me e da Stefano Giaccone, altra grande anima dei Franti ed ennesima incarnazione del Franti di Edmondo De Amicis, l’insolente, generoso e libertario battito autentico dentro il libro Cuore – che avrebbe formato la classe dirigente del ventennio fascista portando sul palmo della mano chi, Franti, l’aveva cacciato dalla scuola – colui che a un certo punto ha capito fosse il momento giusto per dare testimonianza di quella band, di quella storia e dei suoi sogni irreversibili. La voce di Lalli è audace e fragile al contempo, tiene uniti dentro cento sentimenti diversi che insieme non potrebbero stare che dentro a delle canzoni. O dentro a un mondo diverso, da cui oggi siamo ben distanti ma non meno tentati di rivendicare.

“Persone in fondo agli occhi.
Parole in fondo al mare.
Ho cantato molte canzoni.
Per fortuna,
qualcuna si è liberata da me”

Dei Franti sono totalmente, perdutamente innamorato. Sono stati un cazzotto in faccia di quelli che ti fanno rendere conto che non hai una mascella solo per masticare, ma anche per lottare e rispondere all’urto delle cose intorno a te. Franti è libertà, pura libertà, punk che fluisce nel free-jazz e sbatte su un muro rovente di hardcore per poi svelare la sua natura folk. Le canzoni di Franti però hanno un elemento sfuggito a molti: dei testi completamente poetici, in cui le immagini sono pure e libere dai vincoli del senso comune, con un carico evocativo dirompente e indimenticabile. E Lalli e Giaccone solisti non sono da meno.

“Passo le sere a cucire
qualcosa di antico,
affinché torni a vivere
un tempo fermo”

Potete immaginarvi con quale gioia possa aver aperto una mail con un allegato tra i migliori mai giunti nella mia casella mail, una raccolta di poesie, folgorazioni e scritture scritte da Lalli negli ultimi anni, proprio nella sua casa di San Vincenzo – non a caso Lalli canta Preferisco il rumore del mare – che a quello che ho capito sono tra i primi a leggere e di cui Lalli mi chiede persino un parere, una impressione, io che non riesco che ad amare profondamente tutto quello che si fa poesia autentica – e quella di Lalli la è eccome – e che non ho gli strumenti – né il vezzo – del critico letterario. Ma sono pur sempre un sentimentale e credo che qualche sentimento intorno a queste poesie possa esser degno di testimonianza, di far loro da introduzione e pubblicarle per la prima volta, naturalmente col permesso di Lalli stessa.

“Pallido mistero.
L’onda ci rapisce
Non è terra dove andiamo”

Le poesie di Lalli sono dolenti – “sono amara di parole”, scrive – esattamente come le sue canzoni, e segnate da un presentimento intangibile e cangiante di precarietà dell’esistente, verso cui le parole hanno la stessa intenzione di quei fiori che annunciano la fine dell’inverno; e altrove di pioggia torrenziale, fuori stagione, che dura il tempo di esaurire un improvviso rovescio, come quei finali ora scure che talvolta pone sulle fantasie nostalgiche, ora autentiche rivelazioni scolpite con abilità da poeta consumato eppure dirompenti come una bocca che torna a parlare dopo un lungo silenzio: “è una canzone che manca”, scrive ancora Lalli. Una dialettica che rivela il passato alla luce di un futuro che non si compie mai ma in cui si riversa tutto l’immaginario, che instancabile percorre quelle tappe che all’esperienza tangibile sono vietate per vincolo di realtà e di una libertà che non è mai abbastanza, che non si smette mai di inseguire neppure quando si è già raggiunta, finendo per superarla ed incarnarla a nostra insaputa. Perché Lalli ha una libertà invidiabile di temi, umori e immagini e soprattutto la libertà più importante per un poeta: quella di scrivere per amare, e non per farsi amare, distinzione indicata entro un bellissimo scritto di David Foster Wallace che ora Lalli mi fa tornare alla mente da quell’altrove in cui si era cacciata. Altrove da cui, poi, sembra venire la sua voce e a cui le sue poesie sembrano voler approdare, mancandolo infine, come due amanti complici che si desiderano a lungo ma a cui il fato ha tolto la fortuna dell’incontro, qui tra Lalli e il sogno, un sogno che non sogna più se stesso ma la capacità stessa del sognare, un sogno che non si libera mai nell’astratto autistico ma resta palpabile, legato all’esperienza e teso all’Altro indefinito cui ogni poesia si rivolge.

“A volte mi scopro guardare il tempo,
sentirne il gusto,
e mi sorprendo nel desiderare null’altro
che questo profondo stare”

E Lalli tende la mano a te, che la stai leggendo in quel preciso momento, perché se è vero che non si sa mai prima quello che si scrive, è altrettanto vero che non si mai prima quello che si legge, specialmente se sulla pagina bianca si è posato il fantasma latente dell’autore, da cui neppure egli stesso può salvarsi. Ma il grado con cui riesce a indicarcelo ci dice la forza della sua poesia, e quella di Lalli è autentica, luminosa, compiuta. Per questo e tanti altri motivi che qui non so dire, vi invito a leggerla.

Ieri è caduta neve sul dolore
e il rumore non si è rialzato.
Sulla piazza, le bandiere
hanno chiamato venti di frontiera.
Ho aperto gli occhi,
li ho richiusi sulle tue palpebre,
e i miei capelli, di nuovo lunghi,
chiamavano il vento
dei panni stesi alla ringhiera.

***

Tornerò in mezzo a queste strade,
queste stanze.
Scruterò i libri e i fiori.
Riconoscerò ogni angolo, odore, colore.
Lascerò le risposte.
Poserò le valigie.
Riderò,
guardando gli indici delle tue mani
tenere il tempo.
Avrò il mio posto, il mio regalo.
Non ci saranno amori perduti
e saremo a casa per la cena.

***

Non cercare fortuna,
nella mischia,
oppure fra le pieghe,
ma tempo,
largo, di una nebulosa,
stretto, dell’argento
del riso di un bambino,
rondine spersa,
o gatto addormentato.
No, non fortuna,
ma tempo.

***

Mi conosci,
senza luci e rumori.
Mi manca sempre la neve,
sotto il cielo di Torino.
Cammino sul ciglio,
da tanto.
Le foglie mi cadono addosso.
Imparo, ogni giorno,
piccole cose.

***

Ho mille anime,
la mia rete per pescare,
il rumore delle pietre spostate dall’onda,
sempre sulla soglia
del passo indietro della memoria.
Sono la strada, le braccia, le scarpe,
un’attesa improvvisa,
un segno indelebile, appena distante,
un graffio sul muro,
la fabbrica vuota e, dappertutto,
ancora, e ancora, colori,
il mare dei sogni,
tanti ancora da rovesciare,
un’ombra appena, da tenere per mano,
l’aquilone più leggero che si poteva trovare.

***

Centinaia, migliaia,
milioni di nomi,
scritti con una matita piccola,
sparsi ovunque.
Centinaia, migliaia,
milioni di parole,
scritte con una matita piccola,
sparse ovunque.
Eppure, c’è il mio tempo,
dalle federe consumate lo capisco.

***

Quasi nessun peccato è abbastanza pesante e scuro
da non poter essere perdonato dalla propria voce.
Nessuna voce può parlare senza peccato,
senza gli errori accumulati,
divenuti grumi di suoni indimenticabili.
La tua voce sola può perdonarti
e cantarti, muta,
la pietra buona, la tua vita.

***

a Marino Soffietti e Giuseppe Marrone

Alghe, ciottoli,
campi di sterpi, granturco,
montagne di automobili,
qualcosa che sempre manca,
schegge di ricordi.
Gli occhi più buoni del mondo,
di due miei compagni di scuola.
Che bella strada guardavamo.
Che bella fiera ci appariva dal buco della chiave,
mentre ci spiava il tempo cattivo.

***

Quando non trovi il solco,
le parole restano vuote,
ma quando succede,
il mondo vibra e lo senti,
e quel sogno ritorna.
Quante risa ho visto sfuggire
dal vaso della fatica.
Quanto ho adorato il temporale
sfuggito anche all’estate più ingrata,
giustizia insperata sulla città assediata.
Quanti saluti ci sono al mondo.
I fiori sul tavolo, al rientro dal lavoro.
I fiori sul letto, l’ombra del tuo passo.

***

a Germinale, Èmile Zola

È il sole d’aprile che sale.
Piccoli grani si aprono al cielo.
Il rumore nell’aria
è un lungo bacio rovente,
il risveglio di primavera.
Ma è una luna di uomini nuovi
che scalda il sonno di un secolo scuro,
e il germe del cuore
è il lungo bacio rovente,
ché la terra ci svegli presto,
più presto.

***

a Vincent Van Gogh

Linee celesti che legano i cuori.
Ponti sottili,
appoggiati su visioni di inimmaginabili futuri compiuti.
Un fazzoletto acceso dal dorso
di donne in ginocchio
che lavano i panni al torrente gelato.
Per favore, signor sorvegliante,
mi lasci stare ancora un minuto.
Starò tranquillo, qui sulla panchina,
in questo giardino che sta per tramontare.
Per lei, non è niente,
ma io devo poter ricordare.
I lampi, la sedia, i corvi sul grano,
polvere in cenere fino a farla cantare.
Fosse stato soldato,
sarebbe stato una fuga, un ritorno,
una corsa giù dalla riva,
il berretto che vola,
e, ancora, giù, seduto nel sole,
a consolare la terra.

***

Ci hanno sfidati sul ponte delle parole,
con verità scagliate come lo sputo
da lingue pronte allo spergiuro.
Andiamo,
prendi il tuo viso,
che non può ricordare,
porta il sorriso,
che, tuo malgrado, saprà ricordare,
e i tuoi occhi,
che specchieranno il mio giardino,
così antico
da sembrare mai fiorito.

***

a Carlo Giuliani, Genova, 20 luglio 2001

Guardo il buio della città.
A volte è viola, altre arancio,
altre ancora è proprio bianco,
non so capire perché amarlo così tanto.
A casa, il buio è diverso,
ti guarda, ti parla.
Dolente, di un dolore puro,
senza possibilità di spiegazioni, né ragioni,
non è vero che in questi giorni
mi sono sentita come tanti anni fa,
quando masticavamo chilometri e speranze,
in mezzo al fumo che inondava le strade,
e parole furenti che riempivano le stanze.
Da molti l’ho sentito dire,
ma non è stato così per me.
Tutti insieme, e tutti in un angolo.
Soli, stretti ad altre solitudini.
Nel mondo, a mia insaputa,
altre vite respirano anche per me
e, quando si fermano,
è proprio me che lasciano sola,
proprio me.

***

Quando torno a casa,
conosco a memoria le curve,
riconosco ogni petalo sul quale salivo,
per intraprendere il mare di sempre
e la terra di domani.
Sono ancora campi, scarpe,
rive, fossi, capelli sudati,
zappe, bottiglie di vino,
che sovrastano donne e uomini,
chini,
nelle vigne,
sull’affanno dei soldi per comprarsi la vita,
sul riposo che la sera viene a riempire le case,
e non basta mai.
E ancora, da sempre,
nel buio, canto.

 

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Tiziano Matteucci – Su “Ho parlato alle parole” e la poesia

Di Tiziano Matteucci so poco o niente. Ma potrei dire contemporaneamente che so ciò che basta: vive in Asia da anni, ha una vecchia passione per la poesia ed è una persona talmente curiosa da aver letto online del mio libro Ho parlato alle parole, averlo comprato online ed esserselo fatto spedire fino in Thailandia. Potete immaginare che gioia ha procurato all’autore del libro. Ma non finisce qui. Tiziano ha pubblicato una mia poesia sul bellissimo blog sulla società e la cultura orientale Asia Blog e poi mi ha scritto una lettera appassionata con l’occasione di commentare il mio libro e raccontare, di riflesso, quella che è stata la sua esperienza della poesia. Onorato di cotanta attenzione, gli ho chiesto il permesso di pubblicarla online ed eccola qui, questa lettera che improvvisamente mi sono visto recapitare nella mia casella di posta, da un lettore sparso nel globo a cui è arrivata la pur flebile voce del mio libro. Si scrive anche e soprattutto per questo. Grazie a Tiziano e buona lettura a tutti voi.

La lettrice, Jaen Jacques Henner , 1883.

La lettrice, Jaen Jacques Henner , 1883.

La parola perfetta non esiste,
è l’etereo canto dentro
al silenzio notturno,
lo scoglio che contempla
l’assalto bianco della marea,
il Dio sorridente richiamato
dall’antica domanda:

di tutto questo amore
qualcuno prende nota?

I poeti muoiono,
i musicisti invecchiano,
i filosofi incespicano,
l’alba ha il suo costante termine
e la sua costante rinascita
e questa mia notte del cuore
sarà eterna?

Vorrei danzare
come una nuvola
per infrangermi nella tua luce
all’aurora coprirti
di un onirico velo, crepuscolo,
infine baciarti
nell’abbandono notturno.

Luca Buonaguidi, Ho parlato alle parole (Oèdipus, 2014)

Caro Luca, con fatica ma è arrivato ed io l’ho letto, devo dire iniziando dalla fine, vecchia abitudine, e saltando da poesia a poesia non nell’ordine proposto.
Premessa: segue la mia inutile opinione, e l’inutilità vale per tutte le mie obiezioni.
Non sono un critico ne un venditore d’arte (poetica o pittorica che sia), questo per dire che io giudico in base alla mia visione, in base all’emozione o all’indifferenza che provo nel leggere un libro od osservare un quadro.
Sono solo un vecchio lettore di libri, anche di poesia ed ogni tanto mi servo di questa vecchia abitudine per scrivere post in Asiablog e, anche se devo ammettere che la cosa mi diverte e mi appassiona, trovo difficoltà nel considerarmi un soggetto affidabile, mi auto definirei un millantatore (ma solo perché “ladro di pensieri” l’ha già usato Bob Dylan).
Ma questo vuol essere un commento tra un giovanotto che scrive ed un maturo lettore.
Oggi nel campo dell’arte (libri, poesia, pittura, scultura ecc.) esiste, alle spalle, un mercato che riguardo alle valutazioni / recensioni attua spesso un compromesso per cui l’arte/artista è autoreferenziale e quindi, genericamente da premiare.
Nulla di male se si pensa che anche il mercato dell’arte ha bisogno di pubblicità (le stroncature vengono solo ad artista affermato e quindi con un mercato già stabile e redditizio – o restano implicite nella mancata vendita del prodotto reclamizzato).
In effetti a me pare che se nell’opera c’è onestà intellettuale, tutti siano da premiare e nessuno da escludere.
Ma anche se tutti, per il “mercato”, sono da premiare, poi viene il momento della scelta da parte dell’acquirente.
Ora, la mia scarsa conoscenza di molti campi dell’arte limita i miei commenti.
Sono un lettore ed ho letto anche tanta poesia (come ho letto tanti romanzi e visto tanti film) e trovo difficile non confrontare il lavoro con quello di “altri” artigiani.
Ho alcuni conoscenti che scrivono poesie ed anche cari amici, che conosco da sempre, scrivono poesie. Molti di quelli che conosco, come te, pubblicano e diffondono le proprie opere. Tanti di coloro che conosco (ma direi anche: molti di quelli che mi capita di leggere) vogliono scrivere poesie a qualsiasi costo (tra me e me i meno “portati” li chiamo i Giovanni Pascoli senza drammi e senza rima), nulla di male ma spesso fanno solo insipidi compiti scolastici.
Un mio caro amico scrive poesie solo per se stesso e per leggerlo ho dovuto pregare di farmele avere. Scrive per scaricare le sue visioni o i pesi dell’anima sulla carta, roba solo sua (si dice che tutti abbiano una poesia in un cassetto, o una tela su di un cavalletto, aggiungo io).
Un altro mio amico non è un poeta o meglio, è un poeta inconsapevole, lui è sempre stato quel che è. Gli chiedi: Come stai? E lui, se non è uno di quei giorni in cui rilascia solo sorrisi/facce assenti o gesti/grugniti, ti risponde: “Erba alta, sottovento. Buona visuale”.
Ti dirò, credo che tu sia in buona fede e metti nella poesia la tua passione e, a me pare, tu stia cercando il giusto baricentro.
Scrivi poesia ma credo tu non ti senta solo poeta e questo mi piace.
E si vede che ti guardi “attorno” (oltre il giardino), letto, soppesato ed amato.
Oddio, ripeto: non sono né critico né recensore.
Non sempre ma abbandoni i temi  più comuni alla poesia (Scrivo poesie solo per portarmi a letto le ragazze cit. Charles Bukowski) ma spesso canti anche altre cose, forse mancano le cose banalissime (da cantare non banalmente), una poesia può anche cantare un ingorgo in autostrada o la vecchia auto di tuo padre ma credo ci arriverai col tempo e istintivamente.
L’unica cosa che mi si appiccica come una cicca alla suola delle scarpe, a volte, forse il lessico non tanto desueto ma spesso troncato, che trovo inutile in poesia a versi sciolti.
A volte usi termini che a me sembrano pescati “dopo” più per costruire che per creare … ho aspettato il libro, per verificare se – l’etereo canto dentro – per caso non fosse un refuso di internet …forse speravo di leggere – l’eterno canto dentro – a me bastava.
In fondo etereo è “del cielo” e cosa conosciamo noi di più infinito, eterno e stimolo spirituale del cielo notturno?
E mi aspettavo di vederla finire con un ironico cambio di passo …“qualcuno prende nota? …ma devo dire che prosegui in bellezza.
Altri termini (tipo: eburnea – mi ricorda la novena di maggio) mi destabilizzano, ma ci sono immagini che mi piacciono assai, dei lampi di luce che mi spostano la mente verso altri lidi conosciuti, a volte mi ritrovo con pezzetti semplicemente istantanei che sbucano tra (a me pare) ripensate traduzioni poetiche.
Dopo 40 anni scoprii che il mio amato Majakowskji non aveva scritto: come un fiume d’argento la via lattea traversa la notte …nell’originale diceva: come una grande Oka, la via lattea traversa la notte (Oka un affluente del Volga), questo per dire che a volte pare sembrare meglio il “falso” dell’originale ma non sempre è vero …cioè, parlo di una “traduzione” dal russo all’italiano (un’ottima traduzione) per dire che questo non sempre vale per la “traduzione” del proprio pensiero originale.
Il pensiero originale alla fine credo vinca sempre rispetto all’originale “tradotto” ma non spontaneo …a te obiettare che sbaglio lettura o che la cosa è voluta.
Il Dio sorridente mi ha fatto venire in mente Quando Dio ride (un racconto di London) finisce con queste parole: “Non vinciamo mai. Qualche volta crediamo di aver vinto. Ma è solo una burla degli dèi”.
Evita comunque i millantatori come me anche se alla fine e dato che c’è sempre un altro colpevole, tutto quel che ho scritto, oltre a non aver alcun valore,  è colpa tua …scrivi poesie. Buona fortuna e scusami.

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Luca Buonaguidi + Collective Nimêl & Daniele Gaudiano @ Tesla Science Bar, Montelupo Fiorentino, 12/04/2015

Ritornano i reading di Ho parlato alle parole (Oèdipus, 2014): stavolta è questa domenica, quando alle 18 e 30 sarò col Collective Nimêl e Daniele Gaudiano a Montelupo Fiorentino dai tipi del Tesla Science Bar a leggere il mio libro con un mix di percussioni, tappeti di note ed effetti, un basso, una chitarra e con la videoart di Daniele Gaudiano, per un linguaggio dato dalla fusione di tre arti e l’improvvisazione del momento, tra cui forse qualche ruttino endecasillabo se sarò ben ispirato.

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STAY TUNED #3 | 5 dischi del 2015 da non perdere

3° puntata per la mia minirubrica di lapidari consigli musicali per l’anno in corso che esce su Memecult: 3 righe su 5 dischi usciti nel 2015 più il link a una canzone per disco, per dar spazio alla musica e non al catechismo del recensore di turno. Stavolta tocca a Jib Kidder, Panda Bear, Liam Hayes, Sufjan Steven e Pond. Enjoy!

Jib Kidder – Teaspoon To The Ocean

Disco di grande freschezza, un connubio eccentrico tra folkotronica (Books) e psych-pop (Byrds) per un polistrumentista col santino di Brian Wilson nel portafogli che si diverte a seminare ogni tipo di suoni nelle sue canzoni. C’è chi l’ha chiamato indie-sun, chi toy-psych eccetera: se Animal Collective e Real Estate facessero un disco insieme suonerebbe così.


Panda Bear – Panda Bear Meets The Grim Reaper

Parli degli Animal Collective e spunta il nuovo disco di Noah Lennox, che è, prevedibilmente, bellissimo. Squarci di cantato hippie lanciati nell’etere elettronico che sospende ogni contingenza: la formula è ritoccata e si discosta dal free folk delle origini (e del capolavoro “Person Pitch”) per ritoccare lo standard dello psych-pop che suonano nel paradiso dei sintetizzatori.


Liam Hayes – Slurrup

Già Plush, nel nome di Alex Chilton e con echi dei più felici che vanno da Todd Rundgren ai Kinks fino ai Teenage Funclub, il disco di Liam Hayes ha una personalità spiccata e recuperando sonorità 70’s ne aggiorna il canzoniere con “rock’n’roll and pranks and magic”. Probabilmente non sarà per nessuno il disco dell’anno, ma meriterebbe di stare nelle cuffie di tutti a lungo.


Sufjan Stevens – Carrie & Lowell

Riuscirà mai Sufjan Stevens a fare un disco non dico brutto, ma anche soltanto non bellissimo? La risposta è no e questo basterebbe a recensire qualsiasi nuovo episodio della sua discografia. Gli ingredienti sono gli stessi, primule folk fragilissime e minimaliste, l’impatto emotivo resta devastante, su soglie toccate solo dai migliori cantautori del pianeta quale lui è.


Pond – Man It Feels Like Space Again

Sulla scia dei primi Flaming Lips e psichedelicamente oltre i Tame Impala, in cui suonano(hanno suonato 3/5 dei Pond, che non sono più il passatempo parallelo dei preziosi aiutanti del cappellaio magico Kevin Parker, ma sono una band matura che attraverso i viaggi mentali di un collettivo eclettico e ispirato innesta la musica del cosmo nello scenario del deserto australiano.

* Articolo pubblicato su MeMeCult – http://www.memecult.it/stay-tuned-5-dischi-del-2015-da-non-perdere-2/

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Evan Dando – Tender, Firenze, 13/03/2015

Evan Dando, il ragazzino della Boston Bene cresciuto a pane e Rock’n’Roll, tra Husker Du e James Taylor, ma anche Replacements e Gram Parsons, è ora un uomo maturo, molto trasandato ed ancora irrimediabilmente insicuro, che caratterizzato da doppiezza imperterrita – punk e cantore della fragilità, playboy e timidone, golden boy e tossicomane – non smette di affascinare e trascinare. Il leader dei Lemonheads è forse l’unica persona al mondo che all’apice del successo come rockstar, eletto l’uomo più bello del pianeta e andando a letto con Wynona Rider riesce a sentirsi comunque così fuori posto da affondare nell’eroina. Un campione assoluto di inadeguatezza al mondo e tenerezza e uno dei grandi idoli della adolescenza musicale di tanti ex ragazzi cresciuti a pane e primi anni Novanta.
Evan Dando è un portento di carisma e fragilità e nessuno sa bene come possa tenere insieme anche questo binomio tra i più improbabili, eppure ci riesce e in questo sta la sua magia e quella delle sue canzoni assaltate dagli applausi incondizionati del pubblico, tali a quelli che si rivolgerebbero alla propria squadra del cuore in una partite di fine stagione, a storia già fatta (e quella dei Lemonheads è grandiosa), eppure ancora importante per tutti quelli che sono rimasti dentro lo stadio, in questo caso Evan Dando e la sua tribù riunita per celebrare l’Insicurezza Universale, la certezza di sbagliare sempre qualcosa. E a fine concerto sono tutti sollevati, come se avessero ricevuto una carezza da un amico atteso a lungo, mentre lui concede il bis più veloce della storia della musica live e infila subito l’uscita del locale a testa bassa e lontano da tutti, con le stesse probabilità di ubriacarsi di qualsiasi altro viandante della notte fiorentina, unica persona al mondo che non vorrebbe essere Evan Dando e l’unico ad esserlo, sarà per questo che sembra l’applicazione umana più concreta del concetto astratto di “libertà”: sembra che non gliene importi niente di niente ed è per questo che a tutti i suoi fan, di lui, ne importa così tanto.

CONTINUA A LEGGERE QUI – http://www.impattosonoro.it/2015/03/24/reportage/evan-dando

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Harold Bloom – Riflessioni sul sentiero

Cavalcando tre giorni e tre notti egli arrivò sul posto, ma stabilì che il posto non poteva essere raggiunto.
Si fermò dunque a pensarci su.
Questo dev’essere il posto. Se ci sono arrivato, allora non conto niente.
Oppure questo non può essere il posto. Allora la cosa non ha importanza, ma io non mi sento diminuito.
Oppure questo potrebbe essere il posto. Ma io potrei non esserci arrivato. Potrei essere sempre stato qui.
Oppure qui non c’è nessuno, e io sono semplicemente del e sul posto. E nessuno può arrivarci.
Questo potrebbe non essere il posto. Allora sono perspicace, conto qualcosa, ma non ci sono arrivato.
Ma questo dev’essere il posto. E siccome non posso arrivarci, io non sono io, io non sono qui, qui non è qui.
Dopo aver cavalcato tre giorni e tre notti egli non riuscì ad arrivare al posto, e ripartì di nuovo.
Forse che il posto non conosceva lui, o non riuscì a trovare lui? Forse che lui non ne era capace?
Nella storia si dice soltanto che si deve arrivare sul posto.
Cavalcando tre giorni e tre notti egli arrivò sul posto, ma stabilì che il posto non poteva essere raggiunto.

[L’angoscia dell’influenza. Una teoria della poesia, traduzione di Mario Diacono, Abscondita, 2015]

"Betroffen Ort", Paul Klee, 1922

“Betroffen Ort”, Paul Klee, 1922

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Approdi. Avanguardie musicali a Napoli – Voume 1 (KonSequenz, 2015)

GIOIE: è uscito “APPRODI. Avanguardie musicali a Napoli – Volume 1″ (KonSequenz, 2015), un disco che ha coinvolto tredici compositori e numerosi altri artisti provenienti da segmenti eterogenei delle arti visive napoletane, e il sottoscritto a rovinare tutto con la poesia recitata che apre il disco. Lo presentiamo a Napoli al Teatro Galleria Toledo il 14 maggio, anche con un reading con il sottoscritto e le musiche di Christian Mastroianni (Chris Yan). Per informazioni rimando al link – http://www.masseriadeisuoni.org -, per acquistarlo sulla sfiducia inviare una mail a – info@konsequenz.it -.

Da La masseria dei suoni:

“Approdi è un’operazione culturale che ha coinvolto tredici compositori e numerosi altri artisti provenienti da segmenti eterogenei delle arti visive napoletane.
I compositori ospiti del primo volume sono, in ordine di ‘comparizione': Carlo Vignaturo, Enzo Amato, Max Fuschetto, Girolamo De Simone, Giusto Pappacena, Piero Viti, Vito Ranucci, Gabriele Montagano, Patrizio Marrone, Enrico Iannaccone, Alessandro Petrosino, Carlo Mormile e Gaetano Panariello. Al disco hanno poi aderito il poeta Luca Buonaguidi, con una lirica per il compositore scomparso Luciano CIlio, al quale il cd è dedicato, e gli artisti Fabio Donato e Vincenzo Maiello.
Si tratta, pertanto, di autori eterogenei, e che, tuttavia, riescono a fornire un’idea unitaria di quello che è il ricco panorama campano e partenopeo dell’offerta musicale compositiva. Ciò che ha reso possibile il progetto, che prevederà diversi altri cd nei prossimi anni, è l’idea della funzionalità della musica contemporanea, assecondando una semplice massima: ‘ad ogni istante della giornata, e a ciascuna esigenza di lavoro, svago, riposo, rilassamento, corrisponde una determinata musica’.”

Se vuoi sostenere il progetto acquistando copie: info@konsequenz.it

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Il sale della terra (Wim Wenders, Juliano Ribeiro Salgado, 2014)


Quando Wim Wenders decide di fare un documentario su qualcuno che ammira non sbaglia mai un colpo. Così era stato con Tokyo – Ga, Buena Vista Social Club, The Blues – The Soul Of A Man e infine per Pina e così è ancora per questo, magnifico, Il sale della terra, ritratto agiografico di un fotografo monumentale, il brasiliano Sebastião Salgado, di cui è co-regista il figlio del fotografo Juliano Ribeiro. Il regista tedesco, innamoratosi di Salgado comprando due sue fotografie, ha poi deciso di fare un film su di lui per capire qual è il mistero profondo della sua fotografia così lirica senza eppure mai fare sconti alla asprezza del reale su cui posa l’obiettivo. In particolare si raccontano le fasi di cambiamento nella sua carriera di fotografo (e idea di fotografia e del genere umano), e dunque nella sua stessa vita: dall’abbandono scriteriato della carriera come economista a viaggi che lo tenevano lontano mesi e anni dall’adorata famiglia per fotografare l’America Latina, dall’orrore del genocidio nel Sahel al disagio delle migrazioni, dal lavoro dei pompieri accorsi in Kuwait per lo scoppio dei pozzi di petrolio al suo ultimo lavoro, Genesis, omaggio alla Terra e ad ogni forma di vita con cui l’autore ha avuto un risarcimento dallo stesso pianeta che gli aveva concesso la orrenda anteprima del genocidio in Rwanda e il compito di rilanciarlo nel mondo. Un’epopea sempre in procinto di rimettersi in discussione, muovere una nuova pedina nel segno della passione per la fotografia e nel solco tra Eros e Thanatos, amore e morte che sono le forze che muovono il mondo e lo stesso Salgado attraverso il pianeta, in oltre cento paesi tra catastrofi, genocidi, migrazioni, paradisi naturali, gli ultimi del pianeta.

CONTINUA A LEGGERE QUI – http://www.cinefatti.it/il-sale-della-terra/

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Antonio Bux – 26/03/2015

La tristezza dell’albero che vedo non combacia
mai con la mia. Eppure sento che la solitudine
è una, questa malattia fondamentale, una la paura
come se essere soli non basti mai a dirsi soli
veramente. Perché essere soli non è più essere
se stessi solamente. Forse il contrario, è dirsi
del mondo, e con la stessa solitudine di quello,
sentirsi a casa. Nell’amicizia solitaria del vento solo
affrontarsi, scegliere lo scioglimento dei sensi in
volo; com’è difficile dirsi soli pensando a questo.
Ma è un attimo, staccare da terra il vero significato,
osservare la cruna dello spazio pendere verso il vuoto,
con tutto concentrato nell’unità, per sola forza che si
autogoverna. Col niente perso nella moltitudine eterna.

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Spain – Sala Vanni, Firenze, 15/02/2015

Gli Spain a Firenze, la fotodimerda è mia.

Gli Spain a Firenze, la fotodimerda è mia.

È stata una benedizione quando una delle tante mail che affollano la casella di posta elettronica di un musicofilo come tanti riportava a pochi giorni dall’evento l’annuncio del concerto degli Spain – una delle band più sottovalutate del sottobosco della musica alternativa tutta – alla Sala Vanni – in un salone affrescato che si apre nel cortile seicentesco del convento di Santa Maria del Carmine. È un incontro perfetto quello tra la band capitanata da Josh Haden, figlio d’arte (suo padre è il celebre contrabbassista Charlie Haden) e una sala concerti così insolita per una band che, tutto sommato, fa musica rock. Si, perché se la band americana suona uno slowcore ibrido che ricorda band accostate generalmente ad altri generi musicali quali American Music Club, Lambchop, Smog, recupera un’estetica tipicamente jazz ed è influenzata da un afflato spirituale, la sala fiorentina è il luogo migliore per conferire un’aura di sacralità al ritorno di una band di culto che ha centellinato negli anni uscite, concerti e interviste.
Le premesse, come le attese, sono dunque delle migliori. Gli Spain si presentano in trio (basso e voce, chitarra e batteria). E l’incipit coglie nel segno: le atmosfere licenziose di “Love At First Sight”, classico navigato dal basso noir di Haden e chiuso in crescendo con le distorsioni chitarristiche di Daniel Brummel. In questo pezzo c’è tutta l’estetica degli Spain: un cocktail elegante che ha come ingredienti principali blues e soul, irrorati da venature jazzy e con la forza d’attrito di isolati scatti di psichedelia dolcemente indolente. La sala, che non registra il tutto esaurito ma una audience decisamente “calda”, inizia quell’opera di plauso che dopo quasi due ore di concerto e due bis assomiglierà al cosiddetto spellarsi le mani.

CONTINUA A LEGGERE QUI – http://www.impattosonoro.it/2015/02/19/reportage/spain

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STAY TUNED #2 – 5 dischi del 2015 da non perdere

2° puntata per la minirubrica di lapidarie selezioni musicali dell’anno in corso: 3 righe x 5 dischi usciti nel 2015 + link a una canzone per disco, per dar spazio alla musica e non al catechismo del recensore di turno. Stavolta tocca a: Father John Misty, Elephant Micah, Bob Dylan, Tobias Jesso Jr e Matthew E. White.

Bob Dylan – Shadows In The Night

L’ultimo Bob Dylan, un omaggio a Sinatra attraverso dieci standard americani, è di una tenerezza tale che qualsiasi critica può esser mossa solo da dei cuori di pietra che giudicano un’opera a prescindere dal sentimento che veicola, sentimento che dagli albori del pensiero è considerato alla base del processo creativo e che qui esplode in ogni direzione possibile. E impossibile.

Father John Misty – I Love You, Honeybear

Tra Calexico e Fleet Foxes (di cui J.Tillman aka FJM è il batterista), con i Love di Arthur Lee come stella polare. Cosa gli vuoi dire a un disco così? Puoi solo prenotarlo per la tua classifica di fine anno con 11 mesi di anticipo sulla scia di ciò che fu per Hot Dreams di Timber Timbre nel 2014, canzone al cui genuino sentimentalismo Father John Misty riporta qui, così.

Elephant Micah – Where In Our Woods

Elephant Micah è uno dei migliori cantautori in giro, ma non è mai andato sulle copertine più hype nonostante abbia un sound definito, ma anche molto vicino a grandi nomi come Bonnie Prince Billy eccetera. Non so cosa non abbia funzionato nella sua carriera, so solo che non riguarda la sua musica e canzoni come queste, degne del migliore slow-core (Spain, per dirne uno non a caso).

Tobias Jesso Jr. – Goon

Chitarrista fallito nel suo sogno di gloria in California, torna a testa bassa a casa dei genitori inizia e lì scopre il pianoforte della sorella e una voce da contraltare della west coast di Billy Joel. Questa è la breve storia di Tobias, accomunabile a tutte le star del pop di qualità del dopoguerra: Randy Newman, Harry Nilsson, John Lennon. E sprazzi di Daniel Johnston lo rendono unico.

Matthew E. White – Fresh Blood

Musicista e compositore di un altro livello rispetto al 99% dei colleghi e già autore di uno dei migliori dischi degli anni ’10, Big Inner, torna con il suo soul vagamente psichedelico e pieno di sfumature jazzy, musica e musicista del terzo millennio. L’attitudine da loner ironico ne fanno un personaggio unico, come questo suo nuovo e splendido album tra Shuggie Otis e Van Morrison.

* Articolo pubblicato su Memecult – http://www.memecult.it/stay-tuned-5-dischi-del-2015-da-non-perdere/

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