Tunng – Tender Club, Firenze, 17/04/14

Quando ho visto che i Tunng avrebbero suonato a Firenze mi sono energicamente strofinato le palpebre. Il loro primo disco “Mother’s Daughters and Other Songs” (2005) è un gioiello di folktronica o elettrofolk che dir si voglia, sulla scia degli immensi The Books, seppur con meno sperimentalismi e un approccio più melodico e genuinamente pop (specialmente nei loro ultimi due dischi). I Tunng entrano in scena con la classica formazione visibile in ogni loro live online, che appaiono subito per ciò che sono: un insieme eterogeneo di personalità che trova nella musica una sinergia fresca e volubile, grazie a un repertorio di cinque ottimi dischi e qualche singolo/EP. E appaiono subito in forma, sparando canzoni in rapida sequenza prima di affondare nel loro repertorio, recuperando canzoni in cui la band si descrive così: “we were miserable and nasty people”. E via di risate e applausi. E musica, soprattutto, con la band che spara in sequenza micidiale l’incalzante The Roadside, i loro classici Tale From Black e soprattutto Bullets, una abbagliante e tropicale So Far From Here, che si scioglie in Bricks, per poi ripartire a stretto giro con la multicolour The Village con cui sfogano tutto il loro animo pop, recuperano poi in delicatezza con Embers e in particolare With Whiskey. Il tripudio avviene con la trascinante By Dusk They Were In The City, squarciata da un solo chitarristico travolgente, vertice emozionale della serata come dimostrano gli applausi mai così prolungati del pubblico. Il concerto si chiude con la bellissima (e loro classico) Jenny Again e con un bis composta dalla piacevolmente frivola Hustle e la conclusiva Woodcat.

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Mattia Mariuccini – Il sacrificio della carne (fotoreportage)

Tutto quello che è rappresentato in queste foto, dall’ambientazione alle luci, fino alla dinamica dei gesti fissati su pellicola, mi suggerisce sequenze oniriche. E il mio tempismo nel pubblicarle non è casuale, reduci come siamo dagli abbondanti pranzi festivi.
Non ho ancora capito come recepire il lavoro di Mattia, di cui qui vi presento il risultato del backstage, mentre potete vedere le foto a colori cliccando qui (presentate in mostra ad Umbria Grida Terra, Mercato Coperto di Perugia, 7-8-9 marzo 2014). Mattia è un’altra delle persone visceralmente dedite a “la vita della mente” (come la chiama Coetzee) che ho avuto la fortuna di incrociare a Firenze. La sua lettera, che doveva essere una presentazione informale delle sue opere e qui diviene invece loro testamento efficace perché non univoco, mi conforta in questo senso. Nelle sue foto non c’è una direzione, un senso a cui appigliarsi, non sono foto contro né a favore di qualcosa, sono sulla cosa e per questo disorientano il mio senso del giudizio. Eppure una direzione, seppure accennata, seppure non pratica, ce l’ho.
Nei miei mesi in Asia per oltre tre mesi non ho mangiato carne, per una questione igienica che poi ha trovato una sua giustificazione spirituale ineccepibile, che mi ha finalmente fatto comprendere quanto sia importante che un altro dei miei cinque sensi non fosse più eterodiretto dal principio di piacere (mi piace/non mi piace), ma anche collegato al cervello, per non dire all’anima (cosa sto mangiando?, e ti si apre un mondo). Poi in Bhutan (il più buddista, e quindi teoricamente il più vegetariano dei paesi asiatici) sono stato invitato a cena in casa da gente del luogo, ho mangiato del pollo perchè non potevo fare lo stitico e rifiutare e mi son sentito male. I vegetariani sanno cosa intendo, credo. Poi al ritorno sono ripartito da capo, perché in Toscana, così come in Umbria, la carne è sacra, e gli umbri e i toscani che non rinneghino opportunisticamente la loro tradizione sanno quanto questa affermazione sia corretta, benché non giustifichi un fico secco circa il consumo di carne smodato dei nostri giorni, soprattutto quando proviene ormai quasi interamente dall’industrialismo più bieco. Ma d’altra parte non mi affascina né convince neanche l’estremo opposto, perché poi per questioni naturalistiche si sostiene l’industrialismo più artificioso alimentandosi con prodotti che riproducono il gusto e la consistenza della carne ormai tabù, come il latte di soia e come ricorda un cantautore e amico “la soia non muggisce”.
Tutto questo gran giro per dirvi che le foto di Mattia mi hanno smosso dentro, perché testimoniando una modalità ormai in minoranza ma ancora viva di allevare e preparare la carne animale come avviene nei piccoli macelli locali, hanno innescato un meccanismo che nessuno tra i video beceri sull’uccisione industriale degli animali ha prodotto in me, forse perché postati a ripetizione da vegetariani/vegani che evidentemente non conoscono la letteratura disponibile sull’impatto negativo o nullo degli “appelli alla paura”.
Poiché riconoscere la dimensione sacrale di una tradizione e riconoscermici/astenersene è forse l’unico passo che possa soddisfare la mia voglia di far convivere poetica ed etica,
io rilancio queste foto impietose e bellissime affinché ognungo di voi possa esserne colpito secondo la propria poetica ed etica, rinforzando o minando la vostra condotta alimentare e le convinzioni da voi edificate su essa. Senz’altro è difficile rimanere impassibili come avviene con quei video su YouTube, perché la bellezza è il viatico migliore per veicolare una topica, e quella contenuta nelle foto di Mattia è enigmatica, soggettiva e ancestrale, come al termine di essere sarà lui stesso a spiegare in alcuni suoi appunti a tema che avevano originariamente carattere privato che non avevano nessuno scopo programmatico/critico, ma che io ho insistito per rendere pubblici. Il perché lo capirete leggendoli.

“Il Sacrificio (dal latino sacer facere: “rendere sacro”) è quel gesto rituale con il quale dei beni vengono tolti dalla sfera del profano e consegnati a quella del sacro”

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Appunti su “Il sacrificio della carne”

La fotografia non è tanto una caccia all’istante da catturare, quanto l’individuazione di una realtà soggettiva. Questa realtà è geometrica, cromatica, ritmica… ma scaturisce necessariamente da un’esperienza sinestetica, mai totalmente visiva. “Il sacrificio della carne” è il titolo pensato per un foto-reportage a colori sull’autoproduzione di una fattoria della provincia perugina. Nato come progetto fotografico sulla gestualità e sulla sapienza della tradizione, in fase di produzione si è trasformato in uno sguardo aperto sul rituale contadino della morte. Perché? Quella che ho vissuto, assistendo all’uccisione e alla preparazione del maiale, è stata nient’altro che la visione, cosciente e reale, di quello che intrinsecamente si nasconde nella storia senza tempo di una semplice salsiccia, come in quella dell’umanità intera: il mistero del sacrificio. Fortissima, fin dalla preparazione dello scannatoio all’alba, è la presenza della morte, l’atmosfera che crea nella foschia mattutina della campagna nel mese di febbraio, il mese della purificazione (“di passaggio” intercalare, nel calendario romano).Il clima è ancestrale. Nel silenzio, impossibile da fotografare, rotto soltanto dalle urla dell’animale e dal rumore delle lame, si consuma un atto che porta in sé, se non tutta, gran parte della storia culturale e cultuale dell’umanità. Il dolore, la morte, lo smembramento, ergono il prodotto finale ed il suo consumo su di un piano superiore, trascendente, mediato dalla tragedia del contadino, che vive la sublimazione misterica, tra compassione e necessità. Il rapporto fisico, corporale, che s’instaura tra il carnefice e la vittima (vedi la foto in cui il macellaio sventra l’animale con il pugnale tra i denti), è quell’identità rurale, d’imposizione animale della specie sulla natura, di cui la società post-industriale non conserva che un flebile ricordo, stuprato dalla massificazione coatta dei consumi. La grande distribuzione industriale ha completamente dissacrato il rapporto del consumatore col prodotto finale, naturalmente oggettivando a merce di largo consumo quello che nell’immaginario delle campagne era ed è tuttora un bene da conservare con un’aura di sacralità indiscutibile. Vivendo la morte dell’animale domestico, da carnefice (chi fa carne), il contadino celebra il valore di un “prodotto” che porta con sé il grande mistero della morte. Esemplare è il momento, che è una vera e propria apoteosi all’interno del rituale, in cui si bagnano le interiora appese con del vino bianco d’annata. Questo passaggio è forse il più alto tra quelli tramandati fin dalla notte dei tempi: è parte del repertorio mitico contadino, nelle sue varianti. Dietro questa prassi -apparentemente insignificante- nel momento finale della giornata, in cui la carcassa si lascia riposare per i tre giorni successivi, c’è un mondo, secoli e secoli di storia antropologica, che vanno dal dionisismo nelle campagne etrusche alla liturgia pasquale del cristianesimo. Spiritualità contadina: potremmo chiamarla così. Il sacro sancisce (quasi un’endiadi sacro-sancire, trattandosi della stessa radice *sac) un’alterità, un essere “altro” e “diverso” rispetto all’ordinario, al comune, al profano. Sono convinto che il sacro si trovi in ogni gesto che racchiude in sé l’eterna contraddizione dell’esistenza, tra necessità e dolore. Portare lo sguardo dell’osservatore sul “sacro” è un modo per diffondere la coscienza del tragico, motore della conoscenza. Nella fotografia tutto è racchiuso nell’immediatezza della rappresentazione, non esiste una logica definita: è un’esperienza totale ed immediata, e per questo poetica. Le foto sono state esposte all’interno di una mostra per la riqualificazione del mercato coperto di Perugia, lasciato al degrado dell’abbandono da parte delle istituzioni per far posto agli squali delle multinazionali alimentari. In questo contesto il lavoro si fa carico di messaggi anche politici (in senso lato). L’esposizione è stata allestita fornendo semplicemente la spiegazione etimologica di “sacrificio”, circondando le fotografie con volantini pubblicitari di fast-food, come McDonald’s e Burger King. C’è chi ci ha visto una campagna pro-vegan, chi un’ostentazione d’oscenità carnivoriste. C’è chi dice che le buone fotografie sono un po’ come le barzellette: se devi spiegarle significa che non sono riuscite bene! Non lo so. Ho semplicemente voluto fornire una chiave di lettura linguistica, perché credo che la lingua sia il più grande deposito del patrimonio culturale di un popolo. “Il sacrificio (latino: sacer facere, rendere sacro) è quel gesto rituale con il quale dei beni vengono tolti dalla sfera del profano e consegnati a quella del sacro.” Il concetto di “sacrificio” così per me acquista, nella pura rappresentazione del reale, una molteplicità di accezioni. E’ il reportage che rende sacra la carne, come testimone di morte. E’ il sacrificio rurale del contadino che immola, con la coscienza del tragico, una vita animale: un rituale d’iniziazione misterica, per ogni bambino o adulto che vi assista per la prima volta. Non escluderei altre chiavi di lettura, semplicemente perché non ho l’interesse di ingabbiare le mie fotografie entro il cerchio chiuso della logica. Mi muovo dal bisogno di far luce sul mistero, e il mistero (dal greco “muo”, che significa “tacere”) non va mai svelato, ma semmai rivelato. E’ il metodo più antico di diffusione della conoscenza: innescare il dubbio per scoprire se stessi.

Mattia Mariuccini

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Luca Buonaguidi – Ho parlato alle parole (Oèdipus 2014)

“La rosa è senza perché; fiorisce poiché fiorisce,
a se stessa non bada, che tu la guardi non chiede”
Angelus Silesius

E’ finalmente uscito Ho parlato alle parole (Oèdipus 2014), mia seconda raccolta poetica ultimata quasi due anni fa e che che nasce da un verso di Vittorio Reta: “So che al mio silenzio non ho avuto risposta perché non miravo mai al centro”. Con copertina e edizione d’autore a cura del pittore belga Pol Bonduelle, nel mio nuovo libro in versi seguo il solco del dubbio di Franco Loi – “se io parlo non so chi è il parlare” – inaugurando un dialogo irriflesso con quel fantasma che ci cammina accanto, in una cronaca generosa di un avvicinamento al silenzio e al canto dentro il silenzio. Così, se la mia intera attività poetica ad oggi fosse un albero, questo mio testo è il fusto che mancava e che sosterrà ogni fronda, ramo e foglia della mia futura esperienza della poesia. Il libro è appena nato e andrà presto in distribuzione per librerie online e non, mentre qui ne aggiornerò la rassegna stampa e gli eventi che lo coinvolgono attraverso letture, sonorizzazioni ed altro. Intanto, potete leggere l’introduzione che ne ho scritto per il periodico culturale L’Estroverso.

Intanto se non volete aspettare che vada in distribuzione, per ordinarlo scrivi a info@oedipus.it o a lucabuonaguidi@hotmail.it. Di seguito segnalo le prima letture, sonorizzazioni e presentazioni ufficializzate:

Prato 29/04/2014 @ Controsenso ore 22:00
Luca Buonaguidi + Collective Nimel & Daniele Gaudiano
Sonorizzazione di Ho parlato alle parole di Luca Buonaguidi (Oèdipus 2014) a cura del Collective Nimel con il contributo immaginale di Daniele Gaudiano, una performance audiovisiva basata sulla poesia e l’improvvisazione. A seguire DJ set fino a tarda notte.
Link dell’evento –
http://www.facebook.com/events/619086361503292/?ref=5

Firenze 23/05/2014 @ La Cité
Luca Buonaguidi + Trucupas (Spagna)
ore 19 – Presentazioni di Ho parlato alle parole di Luca Buonaguidi (Oèdipus 2014) e reading con accompagnamento musicale dei Trucupas
ore 22 – Concerto dei Trucupas, che presentano il loro EP omonimo.

Pistoia 07/06/2014 @ Lo Spazio ore 18:00
Luca Buonaguidi + Elias Nardi, conduce Lorenzo Mei
Presentazione di Ho parlato alle parole di Luca Buonaguidi (Oèdipus 2014) e dell’attività dell’Elias Nardi Quartet con reading e accompagnamento musicale di Elias Nardi. Conduce l’incontro Lorenzo Mei.

più altre ed eventuali in allestimento, che verrano segnalate qui nelle prossime settimane.

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Edmond (Stuart Gordon, 2005)

“Ogni paura nasconde in realtà un desiderio”

Edmond, tratto da una pièce teatrale di David Mamet, è l’inquietante “giorno di follia” descritto dal regista di culto Stuart Gordon, autore di horror squilibrati e geniali come il classico occulto degli anni ’80 Re-Animator. Ad attuare una vertiginoso discesa agli inferi è il tipico WASP  americano (White Anglo-Saxon Protestant), agente di scambio che dopo aver incontrato casualmente al bar un uomo sinistro ed eminente che lo mette davanti alla realtà delle cose, abbandona la propria sicura posizione e passiva moglie per darsi alla ricerca di quella libertà istintuale che non si era mai concesso prima. Il problema è che ad attenderlo non c’è una società capace di comprenderne e contenere gli eccessi, ma anzi una metropoli infernale fatta di strade dove si può comprare ed essere, seppur per pochi illusori istanti, tutto. Gordon realizza così un film politicamente scorretto e a basso costo, in cui il comico, il thriller e il terribile, l’osceno, si alternano in un un ritratto spietato della banalità della solitudine umana, in cui ciò che si tiene distante da sé è solo che in realtà si desidera, in un impianto compulsivo di istinti repressi da una società condannata da se stessa alla nevrosi lenta o alla grande e rapida follia. Edmond abbandona la prima per la seconda, in un epopea non dissimile da quella che fu del grande Fuori Orario di Scorsese.

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Luigi Fallacara – Tempo fermo

Sentirai dentro te fermarsi il tempo,
come lo sentono i fiori nei petali,
il cui crescere in curve di conchiglia
a nessun altro crescere somiglia.

Gli anni del tuo passato, le vertigini
saranno senza forza, solo origini;
i gridi disperati e le stagioni
saranno pietra, immota dimensione.

Essere solo un orlo da cui sempre
comincia ogni altra forza che consuma;
senza più adesso, senza più ancora,
esser solo del tempo una dimora.

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Antisemitismo e libertà d’espressione – Satira a confronto: Beppe Grillo e Vauro

La vignetta di Vauro, con Marchionne nei panni della guardia nazista.

È curioso che il pubblico che più si indigna per la vignetta provocatoria (mavà!) di Beppe Grillo sia lo stesso che apprezzò e difese Vauro nel processo che gli venne intentato per la vignetta a Fiamma Nirenstein e quando anticipò Grillo non solo manipolando a uso e consumo del suo intento satirico la scritta “Arbeit macht frei”, ma anche tratteggiando Marchionne nei panni di una guardia nazista.
Io, che continuo a non vedere antisemitismo tanto nell’una che nell’altra vignetta ma solo la mano pesante di entrambi (e che fa parte del gioco), penso che delle barzellette su Hitler e gli ebrei abbiamo riso tutti in vita nostra con tanta o pochissima vergogna, e nessuno è diventato nazista per questo.
Anzi, io credo che si diventi nazisti per l’esatto contrario.

La vignetta di Grillo, che neppure si permette di inserire un piduista nei panni di Kapò.

La vignetta di Grillo, che neppure si permette di inserire un piduista nei panni di Kapò.

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JOMMELLI GRANULAR, di Girolamo De Simone – Napoli, 19/04/2014

Se Domenico Scarlatti può considerarsi “nel segno della dissonanza”, Niccolò Jommelli può, forse, essere riletto come un geniale innovatore della scansione metrica anche laddove usa semplici consonanze…Studiando la storia dell’evoluzione ‘armonica’ della scrittura musicale, ci si rende conto che esiste una evoluzione della dissonanza e che l’armonia non è scritta in natura. Allora, la consonanza non sarebbe affatto… genetica!
Girolamo De Simone, che in un precedente lavoro (ScarlAct) aveva esplorato la ‘dissonanza’ partendo da centinaia di frammenti pianistici mutuati dalle Sonate di Scarlatti, propone in questo nuovo progetto, un aggiornamento della ‘consonanza’ di Jommelli, attraverso la sintesi additiva granulare. Il risultato è una musica d’atmosfera, contrappuntata da inserimenti del clavicordo, unico strumento a tastiera capace di riprodurre un vibrato delle corde percosse, il cosidetto ‘Bebung’, che diventa nel lavoro di De Simone una sublimazione della vibrazione, metafonia che rallenta il tempo in sintonia con la proiezioni delle spettacolari immagini di Antonio Coppola. L’omaggio a Jommelli continuerà poi attraverso una prima assoluta firmata dal compositore e multistrumentista Max Fuschetto, in performance live con oboe, sax e l’apporto dell’elettronica. Il concerto, però, si aprirà con la prima assoluta delle “Laudes del tempo nuovo” di Girolamo De Simone, per baritono e pianoforte: una attualizzazione, nell’ottica della musica di frontiera, di antiche melodie medievali, grazie all’apporto del baritono Vincenzo Maiello.
Come è noto, la Lauda nacque in seno alle Confraternite mariane, ed è intimamente legata al momento della Passione di Cristo e alla figura di Maria ai piedi della Croce. Altri brani che si rivolgono alla Settimana Santa completeranno il contrappunto col moderno. Tra questi Coenae tuae mirabili, canto siriaco anteriore al V secolo, aggiornato e riproposto da De Simone nelle due versioni per canto e pianoforte solo. “Per realizzare JOMMELLI GRANULAR – dichiara Girolamo De Simone – ho centrifugato con il computer centinaia di frammenti registrati con uno strumento antichissimo, il clavicordo. Ho poi realizzato tre movimenti, come nelle più classiche delle Sinfonie, usando il mio MAC. Dalla forma d’onda ho tratto una partitura ‘visiva’, sulla quale innesto nuovamente, dal vivo, il suono del clavicordo, reso tuttavia ‘elettrico’ con l’uso di filtri. Il brano si conclude con l’innesto di un altro strumento a me caro, un piccolo MOOG a due oscillatori.
Il risultato finale, che per la prima volta presenterò a Napoli, è poetico e straniante: una variazione sulle consonanze usate dal grande compositore Niccolò Jommelli, nel trecentesimo anniversario dalla nascita”.

Girolamo De Simone è nato a Napoli nel 1964, vive e lavora alla periferia della metropoli partenopea, alle pendici del Monte Somma, a ridosso del Vesuvio. Musicista e agitatore culturale, è considerato tra i principali esponenti delle avanguardie italiane legate alla musica di frontiera.

Sabato 19 aprile 2014, ore 20,30 Napoli, Complesso Monumentale di San Francesco delle Monache – Domus Ars. Ingresso libero fino ad esaurimento posti.
Contatti : 3387907394

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Fantastic Mr. Fox (Wes Anderson, 2009)

Nell’antica Islanda il Waldgänger (letteralmente, colui che passa al bosco), è il proscritto che si dà alla macchia e conduce una vita solitaria, libera e rischiosa. Lo scrittore tedesco si rifà a questa tradizione nordica per tracciare la figura del Ribelle, un tipo d’uomo che sceglie di resistere al nichilismo desertificante del nostro tempo. Jünger individua nelle “teorie che tendono ad una spiegazione logica e razionale del mondo”, e nel “progredire della tecnica”, l’origine dell’assedio all’uomo moderno. Com’è possibile salvarsi da questa realtà che annienta l’essere, o perlomeno lo nasconde sotto identità artificiali? La risposta che Junger dà è: Incamminandosi lungo la Via del Bosco… “
Parados, Dagli antichi ai moderni

fantastic_mr_foxL’intera filmografia di Wes Anderson, recentemente arricchitasi con Grand Budapest Hotel, filtra esplicitamente col mondo dei cartoni, con le stramberie dei fumetti e con la comunicazione immediata e poetica dei bambini, a volta a partire dagli stessi soggetti come in Moonrise Kingdom. Nel suo film più vicino alla fantasia sfrenata de Le avventure acquatiche di Steve Zissou, Fantastic Mr. Fox, delizia lo spettatore con lo stop motion e la solita invasione di colori, spassose burle e avventure semiserie. Come altrove, è qui sempre capace di comunicare a livello emozionale qualcosa di ben più tangibile dell’insieme delle singole scene, quella nostalgia fabulistica di una bellezza leggerissima e alla portata di ogni nostro gesto quotidiano in cui risiede il talento totale di Anderson, qui nel suo film più politico, la summa stilistica più esplicita e coerente della sua anarchia minimale. “Restare animali” (parafrasando Vittorio Arrigoni) è l’esortazione più vitale di questo film stupefacente.

“Il Waldgänger è una rappresentazione contemporanea dell’archetipo dell’Uomo Selvatico, colui che si salva grazie al suo sapere naturale. La Via del Bosco è dunque il percorso che ogni uomo deve compiere per recuperare la sua “selvatichezza”, e per riscoprire quelle forze ed energie maschili, anche violente ma necessarie alla trasformazione della realtà, che la società grandematerna ha sacrificato sull’altare delle buone maniere”

Claudio Risé, L’ombra del potere

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Francesco Tognozzi – La trilogia NEU! di Michael Rother e Klaus Dinger

“Alle porte del cosmo, che stanno su in Germania”
Eugenio Finardi, La musica ribelle

I Neu! sono tra i gruppi più rivoluzionari del novecento ed è giunta l’ora di parlarne anche su carusopascoski grazie alla penna vividissima del mio amico Francesco. Pura avanguardia d’ispirazione kraut-rock, la band di Michael Rother e Kalus Dinger fece dei miei precedenti ascolti d’adolescente una poltiglia che sarebbe stata felicemente risucchiata via anche grazie al contemporaneo aiuto dei conterranei Faust e Tangerine Dream, che scoprii e ascoltai nello stesso momento garantendo un ingente apporto  di disturbo creativo alle associazioni mnenotiche al livello dell’amigdala, definitivamente sputttanate dal duo più lisergico di sempre.
Tutto questo era successo all’alba di quegli anni ’70 in cui, dalle parole di Jim Morrison, vi fu “un’intensa visitazione di energia”; non era il periodo migliore per avere vent’anni in Germania, con l’agghiaccente memoriale post nazista che il mondo continuava a rimproverar loro, che risposero con una fuga abissale dalla realtà. La Germania infatti in quegli anni diventa la patria della sperimentazione musicale, con locali storici per lo sviluppo musicale del novecento dove si concentravano happening lisergici e nascevano gruppi come Amon Duul, Can, Cluster, Ash Ra Tempel, Popol Vuh, Kraftwerk, Harmonia ed altri, oltre a quelli già citati. La chiave, secondo l’ex manager degli Amon Duul II Werner Peper era che “la nostra ingenuità e la nostra fede non avevano confini, l’anno era il 1969. I nostri padri erano stati i fanti di Hitler, e noi avevamo tutti un desiderio comune: qualcosa di diverso”. Nell’era del mondialismo forzoso in cui si riscoprono i legami tra la musica balinese e la psichedelia della west coast, il carattere ancestrale della Germania più cosmica, questa, si scontra con la nuova immagine di una Germania iperrealista, che continua oggi a produrre epifenomeni paralleli come una delle scene elettroniche più stimolanti al mondo e in definitiva sprofonda sempre più nella dissonanza cognitiva che l’ha segnata dai tempi dei tempi, quel conflitto sospeso tra spirito e materia di cui tutti i suoi figli eccellenti si sono fatti acuti interpreti e vibranti testimoni.
Tra tutti questi gruppi i Neu! sono senz’altro tra coloro che più hanno ispirato le sperimentazioni dei decenni a venire nel campo del rock e dell’elettronica, attraverso una fusione mai vista prima di linguaggi musicali ed in particolare l’invenzione del “motorik beat, quel battito propulsivo, costante, incalzante, che trasformava l’angoscia in trance”, che produce come ultimo esito “una musica che fa del proprio carattere teutonico una qualità, anzichè un ostacolo”, come ne ha scritto Julian Cope. Il loro è un nuovo futurismo romantico e tribale, in loro risuona l’indomito trasporto wagneriano, di loro si continuano ad ascoltare in ogni lato del mondo suoni con inesausta curiosità acustica e speculativa.
I Neu!, se ancora non si fosse capito, sono uno di gruppi senza cui adesso nè io nè il mondo saremmo ciò che effettivamente siamo. Rivoluzionari in ogni ambito in cui vengono ascoltati e riproposti, vengono qui sapientemente raccontanti disco per disco, nei loro tre capolavori assoluti, da Francesco Tognozzi, amico musicofilo già autore di una Top 50 del 2013 qui pubblicata, che prometteva bene ed è stata lasciata incompiuta con grande rammarico di chi scrive, ma che potete comunque consultare qui, ma proprio qui. Le tre recensioni sono state pubblicate singolarmente da Rockline.it, a cui vanno i miei più sinceri ringraziamenti per la concessione di poter riprodurre interamente i brani di Francesco.
So, enjoy it and be kraut.

 NEU! – NEU!

Michael Rother e Klaus Dinger si conobbero nei pressi del 1970, nelle file dei Kraftwerk del periodo embrionale, il primo giovane e raffinato polistrumentista di indiscusse doti, capace di mostrare qualche anno in più con una sei corde in braccio; il secondo percussionista dal drumming marziale e scheletrico, perfetto per incarnare lo spirito pulsante della fresca creatura della coppia Schneider-Hutter, destinata poi a far fortune solo qualche tempo più in là, e senza di lui. Due persone giuste nello stesso posto, al momento giusto, che salutarono la compagine – frattanto divorata da contrasti interni – per dare vita al combo più geniale e produttivo nella storia della nostra musica. Due soggetti predisposti dalla natura a formare un unicum, metà complementari destinate a suggellare un incastro perfetto, come Stan Laurel e Oliver Hardy, o Ginger Rogers e Fred Astaire, o se preferite, per rimanere a stretto contatto con la materia, Alan Vega e Martin Rev.
Con pochi soldi nelle tasche e due menti cariche di propositi e inventiva, Rother e Dinger vollero creare un sound assolutamente anticonvenzionale, una ventata di rivoluzione in un momento in cui il rock da certe parti cominciava già a stagnare – non evidentemente il caso della Germania. Assemblando l’esperienza della psichedelia inglese e gli spunti dell’allora nascente canterbury, la kosmische musik dei Tangerine Dream e il verbo androide dei Kraftwerk, le escursioni nelle viscere del suono (e del silenzio) di John Cage, Karleinz Stockhausen e dei Minimalisti americani, il duo di Dusseldorf partorì in rapida successione tre dischi immortali, di una portata gigantesca, e gettò le fondamenta per intere generazioni a venire ponendo il proprio verbo a fulcro di un’enorme rifondazione che qualcuno definì simpaticamente krautrock. Neu! è il minaccioso monicker che i due scelsero per sé, convogliato puntualmente in un’estetica suprematista (mitologiche le tre copertine dominate dal solo nome della band) capace di rivelarne con immediatezza l’essenza più pura: quella di una tracotante sfida al passato, al presente, e financo al futuro.
Quella che si va a narrare è pura emozione, che esula dalla materia di cui è composta. Un flusso senza soluzione di continuità di droni, sibili, pulsazioni, scosse elettriche, bagliori quasi impercettibili, residui sintetici di vita amena e metropolitana, condensati a forgiare una musica totale, ultraterrena, seducente e inafferrabile. Una musica senza tempo né memoria, priva di qualsiasi connotazione profana, una nuda esperienza sensoriale.

Il cammino artistico dei Neu! parte dall’esordio omonimo datato 1972, considerato dai più il loro eterno e indiscutibile capolavoro. La prima uscita del combo teutonico, frutto di poche ore di registrazione effettiva (quasi esclusivamente sotto forma di improvvisazione free-form) negli Windrose-Dumont-Time Studios di Amburgo sotto la magistrale direzione di Conny Plank, rappresenta effettivamente già un’esaustiva sintesi dell’intera carriera della coppia Rother-Dinger, un’oasi di perfezione che racchiude in nuce tutti gli elementi fondamentali per inquadrare, di lì in poi, il sound iconoclasta di marca Neu!. Dal motorik, la leggendaria battuta àtona e ripetitiva che ha incarnato per decenni il fenomeno kraut nell’immaginario collettivo, alle evoluzioni oniriche e sconfinate del chitarrismo di Michael Rother; dall’uso ponderato (e mai fine a sé stesso) dell’elettronica seminale di derivazione Kraftwerk, al recupero dei rumori della nuova realtà urbana, dell’operosità umana e della macchina, a costituire a tratti autentici vagiti del culto musicale industrial. Il primo album della premiata ditta di Germania è tutto questo e molto di più. E’ la sintesi perfetta di tutto ciò che oggi chiamiamo krautrock, una delle esperienze artistiche più eversive e seminali di sempre ed è, in ultima analisi, il disco da cui sorprendentemente il punk prende le mosse in maniera più netta rispetto a qualsiasi altro lavoro prodotto entro il 1974 – Velvet Underground esclusi.
Già, proto-punk, assolutamente, e bastano i primi rintocchi di Hallogallo per rendersi conto che la storia della musica, nel 1972, prende una nuova piega, si impone una deviazione sostanziale. Mentre Bowie, Lou Reed e Iggy Pop stendono il tappeto alla stirpe di successione a suon di make-up, ironia e ambiguità, ai Tedeschi tocca il lavoro sporco: la progettazione delle meccaniche della nuova fondazione. Ed ecco che per la prima volta fa la comparsa, sotto le testine dei giradischi, il mitizzato motorik, nel più mitizzato degli episodi firmati Neu!: Rother e Dinger colgono tutti in anticipo nel riprodurre la vera colonna sonora del mondo che oggi conosciamo, la strada, l’automobile, il viaggio, la frenesia e il moto perpetuo dell’uomo moderno. Prima ancora del colossale Autobahn dei Kraftwerk, sono proprio due germogli staccatisi da una costola di essi a cogliere l’essenza concreta della nostra civiltà e del suo avvenire, con un approccio terreno e già assai distante dalla filosofia asimoviana dell’uomo-macchina, proclamata dai padri Schneider e Hutter. Il battito incessante che Klaus Dinger brevetta apre le porte all’avvento di una musica veloce, diretta, minimale: esattamente ciò che il punk sarà; l’anima del genio Neu! è tutta qui, in questa ragnatela di pulsazioni che si fa sempre più intricata nel corso dei dieci minuti di suite ed accoglie magicamente i fendenti della sei corde effettata di Rother, calda e passionale, a contrafforte del glaciale scheletro percussivo.
Sonderangebot è invece ancor più concettuale che strumentale: un sinistro susseguirsi di scie chimiche, fragori lontani e micidiali scariche di tensione, immerse in un silenzio tutt’altro che confortante. Abbandonati subito il motorik e lo wah, la seconda traccia del disco, la più breve delle sei, si nutre del synth e del sibilo ipnotizzante di un theremin, a mostrare stavolta vertiginose aperture alla fantascienza, all’infinità dello spazio e nella fattispecie ai canoni riconosciuti della kosmische di Tangerine Dream e Klaus Schulze. Una parentesi inquietante (ma ben più di un mero interludio) che sembra voler destabilizzare l’ascoltatore dopo l’appassionante cavalcata dell’opening track.
E se Sonderangebot è l’eccezione che conferma la regola, Weißensee serve per ripristinare l’ordine ma lo fa rallentando il passo, imponendo al beat di Dinger una posa più riflessiva, una cadenza più misurata. Scelta che paga, e regala dosi indefinibili di emozione: è forse nei quasi sette minuti di questo naufragio sonoro su lidi desolati, che incontriamo le note più belle, nell’accezione più classica del termine, dell’intera opera. Una melodia liquida ed eterea, su cui Rother indugia tracciando pennellate di sogno mentre il suo collega, cuore pulsante nell’alchimia della band, si limita ad accompagnare con un drumming compassato e tipicamente monocromo, come da marchio di fabbrica.
Quando il battito muore e voci campionate si sovrappongono al gorgoglio di un rivolo d’acqua, siamo già dalle parti di Im Glück: come portato in immersione, il tema della track precedente gode di una nuova vita, subacquea e ancestrale, che intorpidisce e al contempo incanta i sensi. Una litania lontana, dai contorni sfocati, defraudata della ritmica e resa quasi impercettibile, domata solo nel finale dagli squilli della pedal steel che sembra stavolta evocare il canto dei gabbiani, in un quadro che possiede già inequivocabilmente un sapore pelagico.
La quarta traccia si conclude con un intero minuto di tributo al potere del silenzio, potere reso ancor più forte dal boato che sconquassa la scena in apertura della successiva: nientemeno che un martello pneumatico, la macchina più assordante e temuta del cantiere stradale, un originale campione di caos contemporaneo deputato all’introduzione del pezzo più significativo dell’esordio in questione. La concitazione di una folla, un prolungato fruscìo metallico, e poi via con il micidiale motorik di Negativland, gommoso e roboante, che imperversa per dieci minuti di claustrofobia metropolitana rimbalzando tra i muri di distorsione eretti sempre più alti da Rother, in un crescendo di tensione costruito su ripetute accelerazioni e frenate. A tratti la logica del punk sembra già cosa compiuta, quando in realtà siamo ancora più vicini, cronologicamente parlando, a Woodstock piuttosto che alla Londra dei Sex Pistols: questo è il miracolo dei Neu!, e ascoltare il modo in cui i due aggrediscono gli strumenti (ma mai senza perdere il controllo) nell’epopea della Terra Negativa, provoca ancora oggi un brivido sulla schiena – non una cosa da poco per un disco prossimo a compiere i quaranta anni di età.
Degna conclusione di un sogno di questa portata, la lentissima ninna-nanna di Lieber Honig cala il sipario sull’opera con un carico di sorprendente dolcezza. Ancora un’ultima volta i Neu! giocano d’antitesi e scelgono di traghettare mitemente lo spirito fino alla fine del viaggio: dalle macerie di Negativland così non emergono altro che sommesse e sparute note di banjo giapponese (!) e il canto, o per meglio dire il sussurro soffocato di Rother, quasi un lamento, al limite della sperimentazione vocale. E poi di nuovo lande sconfinate, scrosci d’acqua, e infine silenzio. Un epilogo catartico, per purificarsi prima del saluto a queste sponde, alle quali però si cerca sempre di riapprodare quanto prima.

Neu! è un punto di riferimento assoluto, un crocevia stilistico dopo il quale il rock inevitabilmente non sarà più lo stesso. Lo sa John Lydon, portavoce massimo della furia nichilista del punk, pur paradossalmente lontano anni luce da qui; lo sanno David Bowie e Brian Eno, illustri adepti della scuola germanica e del genio kraut in primis; lo sa chi, circa un decennio dopo, farà tesoro – quando non uso sfrontato – delle sonorità spigolose di Negativland e del motorik, vedi il ramo più crudo e abissale della corrente post-punk, di cui saranno portabandiera Joy Division, A Certain Ratio, P.I.L. (ancora Lydon), Cabaret Voltaire e via dicendo. Uno specchio generazionale di immenso valore, eppure ancora oggi misconosciuto; ma non perchè freddo, distaccato o inumano, come verrebbe magari da pensare. Si tratta anzi per lo più di un’opera calda e intrigante, densa di mistero perchè racchiusa nel suo amorfo guscio di estetica minimalista, ma accessibile e pronta a rivelarsi a chiunque per la sua natura innovativa e poetica. La sintesi ideale della Germania che fu, capace di valicare montagne con una buona padronanza degli strumenti, una fucina di idee in continuo sviluppo e una grande dose di coraggio.
Neu! significa voltare pagina, e questo è solo il primo passo di un duo che ha riscritto le sorti della musica; ripercorreremo le sue evoluzioni in tre puntate successive, per rendere merito a chi ha veramente tracciato la strada per il futuro, con eleganza, semplicità e tanta necessità di sognare con lo sguardo rivolto al cielo, e all’orizzonte.

***

NEU! – NEU! 2

Dopo che l’omonimo debutto aveva catalizzato su di sé una certa attenzione da parte del pubblico più avanguardista, per lo meno entro i confini tedeschi, i due Neu!, al secolo Michael Rother e Klaus Dinger, si ritrovarono impazienti davanti al compimento del secondo passo, carichi di fresca linfa da riversare in musica e con un nuovo e più esteso set di strumenti a disposizione, l’acquisto dei quali, tuttavia, li aveva lasciati pressoché al verde. Si trasferirono nuovamente negli studi di registrazione poco dopo esserne usciti, con una manciata di pezzi da incidere, sfidando ogni fattore avverso sotto la guida cieca e smaniosa dell’ispirazione, pronti a regalare al krautrock quella che nel 1973 avrebbe dovuto essere una consacrazione definitiva. Ma fecero molto di più. Ciò che il duo partorì alla seconda sortita, di nuovo con la preziosa complicità del guru Conny Plank, fu un’opera ancor più estrema e lungimirante della precedente, uno tsunami di spunti brillanti che avrebbe macerato gli standard certificati di produzione di un album ‘pop’; un manifesto artistico progressista, talmente innovativo da non lasciare dubbio alcuno (anche per chi avesse guardato con scetticismo alle proposte del primo lp) sull’azzeccata scelta del monicker da parte del combo di Düsseldorf – tutt’altro che un discorso meramente arty.

C’è più storia che leggenda nelle aneddotiche recording sessions di Neu! 2, e la storia volle che fosse la miserabile situazione finanzaria della band e del suo entourage a sancire il destino del più tormentato episodio nella carriera dei due pionieri kraut. Le sconsiderate urgenze produttive risultarono eccessive davanti alla magrezza del salvadanaio già al termine delle registrazioni di quello che sarebbe stato il lato A del long-playing: l’esordio non aveva garantito entrate sufficienti, confinato com’era stato fin dalla primissima accoglienza in una cerchia ristretta di luminari dell’alternativa musicale; d’altro canto il temperamento encomiabile della coppia Rother-Dinger imponeva di portare il lavoro a termine a tutti i costi, seguendo un’attitudine filosofica, scendendo a compromessi pur di compiere quella che era sentita dai due come una vera e propria missione. Così, la decisione del duo per ovviare alle deprimenti condizioni che avrebbero costretto il progetto ad arenarsi fu quella di impastare, frammentare, manipolare l’esiguo materiale a disposizione per il secondo lato – appena due tracce – in modo da coprire adeguatamente lo spazio riservato al B-side. Una trovata sconcertante all’epoca dei fatti, da veri drittoni, ‘una soluzione pop’ – come avrebbe dichiarato in seguito lo stesso Dinger nei panni di uno Warhol di Germania – destinata a costituire un precedente isolato: il primo caso documentato di utilizzo su larga scala delle tecniche di remix. Semplice pensare una cosa del genere oggi, assolutamente geniale intuirlo allora. Quello dei Neu! fu un colpo di testa nel momento in cui si trovavano con le mani legate, che li portò a battezzare il disco più straordinario della propria carriera, in una profetica analogia con i Velvet Underground che qualche anno prima avevano dato alla luce il loro epico White Light/White Heat partendo da presupposti simili.
E non è certo questo l’unico parallelismo che si può scorgere nell’ascolto dell’album, che anzi sin dall’incipit del primo lato offre spunti per accostare i nostri a conterranee eminenze del rango dei Faust. Questi ultimi si impegnavano nel medesimo anno a pubblicare l’altrettanto seminale IV, inaugurandolo con una sontuosa cavalcata rumorista eloquentemente titolata ‘Krautrock’; i Neu! operano la stessa scelta in termini di misura affidando all’estesa e diluita Für Immer il primo posto nel platter, ma con connotati completamente diversi: il marchio di fabbrica c’è, perfettamente riconoscibile come un inarrestabile motorik capace di protrarsi indenne per oltre undici minuti, ora in primo piano, limpido e sferzante, ora dietro le quinte, a tessere le fila in sordina fino a divenire quasi inafferrabile in un mare di effetti sonori, mentre la chitarra di Michael Rother fa il resto con la consueta maestria. Caos e orizzonti visionari nell’estetica dei Faust, geometria, ordine e minimalismo in quella dei Neu!, che rimangono d’altro canto tutto fuorché freddi maneggiatori di strumenti. Certo è che Spitzenqualität suona come un iceberg, glaciale e spigolosa, con la pulsazione canonica dell’automa Dinger che stavolta prende più velocità ma resta sepolta sotto una patina che le dona un’eco abissale, prima di sprofondare impietosamente chilometri sotto terra. Un sogno che pende in maniera decisa verso l’incubo, a tal punto che Gedenkminute non è che il corredo funebre della traccia precedente: solo il soffio del vento e sinistri, lontanissimi rintocchi di campana a dominare i due minuti più cupi dell’intera produzione Neu!, solo un manto di tenebre, come se in quel momento, qualcosa fosse andato storto. Ma il motorik è ancora vivo e non tarda a riemergere dalle nebbie, sotto la guida del Lila Engel che declama una litania ubriaca; è un angelo terreno questo, che non possiede ali e non ci conduce verso traguardi celesti bensì a celebrare il trionfo della tecnologia e della macchina, in una marcia tribale che, quando i polsi di Klaus Dinger lo decidono, assume i brutali contorni di un oscuro rituale pagano. Si chiude quindi in dissolvenza la prima facciata del disco, concedendo brevi istanti di quiete dopo la tempesta di fragori, e prima di sconvolgere ancora, definitivamente.
L’assetto del secondo lato di Neu! 2 è confezionato appositamente per confondere le idee e far sparire le tracce. Due registrazioni ‘ancestrali’ e cinque derivate, sparse in maniera del tutto casuale tra le righe, compongono questo sonoro schiaffo ai principi costitutivi della produzione discografica, in una realtà non ancora matura all’alba dei ’70 per affrontare un simile compendio di acuta mistificazione. Un’avveniristica attitudine ready-made con materia prima fatta in casa, ovvero i soli stralci di registrazione già pronti per occupare il lato B: l’onirica Neuschnee, perfettamente in tono con le sonorità del primo lavoro, morbida e meccanica al contempo come solo i Neu! sanno fare; la velenosa Super, lucida sintesi di proto-punk marziale e dirompente, stralunata danza moderna dal passo irresistibile. Il resto lo fanno i detriti dell’astuta opera di remix: le due tracce diventano carne da sminuzzare e masticare nelle bocche affamate dei loro stessi compositori, e i risultati di questo processo famelico sono tanto distanti e denaturati dai precursori che sembrano vivere di vita propria, acquistare ciascuno un’identità intima del tutto peculiare. Così la sghemba Hallo Excentrico! arriva a perdere ogni forma di contatto con il tema di ‘Neuschnee’, che viene rallentato fino alla morte, si contorce e traballa come una radio alla quale si stanno scaricando inesorabilmente le batterie, mentre Neuschnee 78 diventa una versione monstre della stessa, troppo, troppo veloce per non destare alcun sospetto sull’intervento di artifici diabolici. Ancor più indecifrabile è Cassetto, massa informe e roboante di suono che si crogiola per quasi due minuti nella sua mancanza di grazia e coerenza, si inceppa senza preavviso, poi riparte sullo stesso tracciato dalle flebili coordinate come un rullo compressore impazzito. Super 78, che accelera l’omonimo tema a migliaia di giri al minuto, è puro divertimento: i chiassosi schianti che Dinger produce nel suo drumming ipnotico si moltiplicano fino a divenire una pioggia di battiti a cadenza supersonica, impossibili da riprodurre per le facoltà umane, e quelle che nella traccia madre sono minacciose grida di battaglia si trasformano in fischi di pipistrello che finiscono per creare un’atmosfera vagamente demenziale. Ma l’Oscar per lo stravolgimento di sé stessi i Neu! lo vincono con Super 16, l’episodio più morboso e conturbante della saga, un’epopea di tensione repressa e nervi a fior di pelle di sconcertante intensità, dotata di un fascino thrilling assolutamente magnetico (se n’è accorto in tempi più recenti persino il regista Quentin Tarantino, che ne ha inserito un frammento – poco più che un cameo – in uno dei momenti chiave del suo truculento cult Kill Bill Vol. 1). Immenso è il potere immaginifico di questo stralcio pericolante di non-musica, merito dell’ennesima intuizione targata Rother-Dinger: una menzogna costruita ad hoc da due abili tricksters, capaci di trasformare qualcosa di simile ad una melodia nella marcia implacabile di un cingolato privo di freni, soprasseduta da lamenti spettrali, inquietante, violenta. Forse l’esempio più fulgido dello sconfinato genio del combo tedesco, mirabile capolavoro di destrutturazione, prova di coraggio superata la quale diventa uno scherzo addentrarsi nello sconfinato ed eclettico universo Neu!.

Tutto questo è il racconto della fatica più grande affrontata da Michael Rother e Klaus Dinger in carriera, non solo per quel che riguarda la tutto sommato breve esperienza insieme come Neu!, bensì nell’intera carriera di ciascuno dei due come artista. Un progetto che fu vicinissimo ad un prematuro aborto – e sarebbe stata una perdita colossale per chiunque ami la musica – le cui sorti furono risollevate dalla voglia di stupire ad ogni prezzo da parte di due menti straordinariamente creative, come ce ne vorrebbero in ogni epoca. Nell’opinione dei più, nonostante i meriti universalmente riconosciuti all’opera in questione, l’esordio sarebbe rimasto l’insuperabile capolavoro della band; in quella di chi oggi vi scrive, con un brivido che si insinua tra le dita a pensare che questa è storia di trentasette primavere fa, Neu! 2 supera il predecessore, tanto in termini di audacia della proposta quanto per ciò che concerne gli stupefacenti risultati ottenuti una volta in più dai due professori del krautrock.
Il disco ottenne all’epoca, com’era prevedibile, un riscontro commerciale quasi nullo, fattore che avrebbe concorso tra gli altri alla prima, breve separazione della coppia che ne seguì. I Neu! sarebbero tornati in studio insieme solo due anni dopo, con l’intento di farlo per l’ultima volta. Ma il completamento della loro leggendaria trilogia, è materia del prossimo, conclusivo capitolo.

 

***

NEU! – NEU! 75

Il terzo capitolo della saga Neu! giunge dopo un bienno travagliato per i due membri esclusivi dell’ormai collaudato progetto, due anni di sostanziale allontanamento, ricchi per ciascuno di esperienze collaterali e stimoli estranei alla causa intrapresa in combutta. Rother ha infatti nel frattempo aperto i lavori del convegno Harmonia, affiancato da due eminenze del movimento kraut celate sotto l’arcano monicker Cluster – all’anagrafe Hans-Joachim Roedelius e Dieter Moebius – sancendo così un sodalizio destinato ad estendersi qualche anno più tardi al ben più noto Brian Eno e a perdurare sostanzialmente fino ai giorni nostri; Dinger si è invece dato da fare in proprio, con la sempre crescente complicità del fratello minore Thomas, per dare libero sfogo alle ruggenti inclinazioni proto-punk che lo mettono definitivamente in antitesi con le le velleità dream-ambient del suo stretto collaboratore. Una messa al bando reciproca quella che si viene a configurare e che si tramuta, nuovamente sotto le direttive dello scaltro Konrad Plank, in una scelta alquanto insolita.
Viste le premesse non c’è infatti da stupirsi se quello che prende forma durante le registrazioni del dicembre 1974 – già annunciato come ultima produzione della band – si rivela un disco dai due volti, e meno metaforicamente di quanto si possa pensare: Neu! ’75 (abbandonata la numerazione sequenziale, passa in rilievo la data di release) è a tutti gli effetti il risultato dell’ormai insanabile divergenza tra i due numi tutelari del krautrock, i quali intelligentemente e con un’enorme dose di rispetto reciproco, agiscono da autentici separati in casa e decidono di spartirsi quasi totalmente i compiti per questo episodio conclusivo della triade. Sfondo nero per la copertina del terzo full-length, che esala un mesto alito di epitaffio, ma in primo piano sempre i caratteri suprematici che delineano la scritta NEU!, con la solita, identica e inconfondibile grafia. E’ come avvicinarsi a qualcosa di apparentemente ben conosciuto, ma col timore di quello che potrebbe nascondersi dietro il buio: non mostri né delusioni è la risposta, ma semplicemente la più degna conclusione del cammino di una band che ha sempre marciato con almeno due piedi nel futuro.

Molte idee nelle iperproduttive menti dei titolari del combo, pochissime da condividere: persi i punti di contatto che fanno da presupposto alla prosecuzione del progetto dietro un intento comune, l’unica soluzione, si dicono Rother e Dinger, è quella di stipare all’interno di un singolo platter le peculiari tendenze sposate da ciascuno dei due. Così, da quella che in prima analisi potrebbe apparire un’imprudente forzatura, nasce il terzo di tre capolavori firmati Neu!, non necessariamente il migliore in assoluto ma sicuramente il più immediato, spontaneo, destinato finalmente a varcare la soglia del gusto comune per segnare il trait d’union impeccabile fra le estreme tentazioni avanguardistiche del duo e la tanto agognata alchimia pop capace di scardinare i pregiudizi delle orecchie più impazienti. Il lato A viene affidato alla vena onirica del compassato Michael Rother, che da talentuoso chitarrista si è raffinato negli anni a virtuoso del polistrumentismo; sul B-side imperversa il genio di Klaus Dinger (coadiuvato dall’eccellente sforzo delle due reclute alle percussioni, il fratello minore Thomas e Hans Lampe), il quale dispensa graffi e ruggiti come un grosso felino intento a dimenarsi nella sua gabbia dorata, nel tentativo di aprirsi una strada verso quella che, di lì a un paio di stagioni, sarà la violenta deflagrazione del fenomeno punk.
Un’opera perfettamente coerente con il passato, nonostante l’incoerenza insita nel suo carattere dicotomico – e la sua forza è proprio il carattere di irrimediabile frattura: abituati al motorik in una cuffia e paradisi eterei nell’altra, ci ritroviamo davanti alla riduzione ai minimi termini del Neu! sound complessivo, al definitivo sdoppiamento della più mitologica delle creature musicali. Ed è bellissimo poter godere di tutto questo nell’evolversi di sole sei, immortali canzoni (sì, forse è giunto il momento di chiamarle così), senza l’urgenza di dover scegliere da che parte stare.

La prima parte, come già detto, è frutto della poetica di Rother e superati i primi, immancabili rintocchi di motorik, non è difficile riconoscerlo dietro le sottili linee melodiche di Isi. Sono i tasti del pianoforte a colorare il dipinto, con la sempre discreta collaborazione di un synth che emette scariche leggere e vibranti; le corde della chitarra vengono invece solo pizzicate per coniugare l’instancabile lavoro di Dinger sui piatti. Tutto si risolve con un fluido continuum di carezze psichedeliche e pulsazioni monotone, alla maniera che solo i Neu! conoscono: un incipit che finisce così per interpretare magistralmente il ruolo di filo conduttore con il passato, senza però scadere mai nel pericoloso tranello della ripetizione. Come in possesso di poteri ancestrali, la band tiene ancora testa al proprio nome pur non palesando alcuna clamorosa evoluzione, dimostrando una volta in più che la sua grandezza non risiede tanto nella capacità di inventare e sconvolgere, quanto in quella di donare sempre al suond l’inimitabile, prezioso imprinting che fa di ogni pezzo una sbalorditiva esperienza oltre i cancelli del tangibile. Per lo stesso criterio, Seeland non corre nemmeno il rischio di scendere a patti con la sua naturale premessa ‘Weißensee‘, contenuta nell’lp d’esordio, perché carica di un’inebriante freschezza tale da far cadere in partenza ogni tentativo di semplicistica associazione. Ciò che ricorre incessantemente invece – e non ce ne lamentiamo mai – è la potenza immaginifica di questa musica, capace di trascinare cuori e anime con sé in una dimensione senza tempo, fuori dalla comune percezione. Echi, sordi rintocchi e liquidi accordi di chitarra diventano così un flusso sterminato di sensazioni, che culmina paradossalmente in dissolvenza, sulla chiusura della traccia, perché è il silenzio ciò che in questo viaggio più affascina e coinvolge, con la timida attesa di ciò che verrà subito dopo di esso. E stavolta a destarci è il malinconico fruscio di onde che si infrangono sulla riva, quindi sparute, dolcissime note di piano: la prima parte del tragitto si conclude ancora sull’acqua, dunque, e su queste sponde si compie il saluto di Michael Rother, toccante, da brividi, tanto intenso ed estremo da chiamarsi Leb Wohl – Addio. Lacrime, che presto saranno spazzate via.
Capovolgere il disco significa voltare drasticamente pagina, per esplorare il lato Dinger di quest’enigmatica opera dalle due facce. Non occorrono che pochi secondi per accorgersi di essere stati catapultati in un batter d’ali all’altro capo dell’universo: l’apporto assai più energico della chitarra e l’inserto in climax ascendente del motorik indicano chiaramente che Hero ha le braccia protese verso il ’77, i fari puntati su quei Sex Pistols che appena due anni più tardi saranno i riottosi portabandiera dell’ondata punk, il nuovo corso. Per la prima volta compare addirittura un testo, frammentario e monocorde, intrigante invito in codice ad avvicinare la visione dingeriana dei massimi sistemi; la preveggenza di queste parole ha dell’inquietante: ‘And you’re just another hero riding through the night / Riding through the city, trying to lose your mind / Honey went to Norway, fuck the press / Fuck your business, fuck the press / Fuck the bourgeoisie, fuck the bourgeoisie / Your only trial is money‘, così come l’apatico, deumanizzato lamento che le recita – una lezione servita su un piatto d’argento a quel folletto allucinato di John Lydon. La generazione successiva è già al varco, pronta a suggere la propria identità da questi slogan di rivolta e a nutrirsi della dolce carcassa del krautrock. E-Musik, strumentale, presenta una trama metallica e scarnificata degna di un crocevia ideale – cronologicamente (e filogeneticamente) ci può stare – tra Autobahn e Trans-Europe Express dei fratellastri Kraftwerk. Dinger jr. sembra suonare una marimba elettrificata dentro un cunicolo e un’eco glaciale rimbalza tra le pareti della stanza generando un clima di claustrofobia e alienazione – Martin Hannett, tanto per dirne uno, farà incetta di questi scenari suggestivi prima di sedersi in cabina di regia alle prove di Unknown Pleasures – mentre il synth e teporosi, rotondi inserimenti della sei corde, provvedono a gettare schizzi di colore sulla tela nell’eterna e indispensabile contrapposizione di casa Neu!. Quindi, frantumatosi lo scheletro portante, non rimangono che una flebile melodia e il soffio del vento a intessere una chiusura kosmische, terreno perfetto perché After Eight possa stagliarsi con l’ultimo, prepotente assalto di motorik: seguendo la scia di ‘Hero’, il pezzo finale ci regala ancora un gustoso assaggio di sordido vandalismo proto-punk, aggressivo e marziale quanto basta, un surreale banchetto di androidi che Dinger intrattiene con il suo canto piatto e atonale, ripetendo ossessivamente ‘Help me through the night / Help me see the sun, help me to get up‘. Un ultimo sussulto prima che la nera voragine ingoi l’epigrafe NEU! sulla front cover e stavolta per sempre, o quasi.

Rother e Dinger torneranno in realtà ancora una volta in studio insieme, dieci anni dopo, per registrare Neu! 4 (ma guarda un po’); la prescindibile rimpatriata nulla aggiungerà però ai fasti dell’unica, vera stagione kraut. L’omonimo del ’75 rappresenta nella maniera più adeguata il termine di un percorso artistico collettivo, non solo per ciò che riguarda i due pionieri di Düsseldorf ma per l’intera corrente avanguardista che dominò la scena mitteleuropea nella prima metà dei Settanta – di essa, i nostri incarnarono forse lo spirito più autentico, in perenne bilico tra la fredda celebrazione della tecnologia e della macchina, e un carattere giocoso, ironico e velato di un’insospetta patina di Romanticismo.
Si preferisce quindi ridurne idealmente la discografia a una trilogia, superba, indefinibile, mitologica, nella quale ognuno è libero di scegliere il Neu! prediletto senza dover temere brutte figure: tre diamanti di strabiliante pregio, incastonati nella storia della musica e destinati a brillarvi per l’eternità. Imperdibili per qualunque collezionista di emozioni.

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Antonio D’Agostino – Nelle crepe degli specchi

le poche incisioni sul muro lasciano pensare
Che nei pressi di quel chiasso di preghiera
Qualche forma di vita
Ribellatasi ad un destino senza occhi e senza voce
Tentato abbia di sondare il sonno
Nel percuotere il muro
Ha lascito striando
Le mani come unico approdo

***

la pianura dissonante
irta di spine
di fughe nel vago
nessun nutrimento trattiene
-nella sequenza di infortuni-
il camminatore spazientito
che non ritorna più nella propria casa
casa persa nel buio senza notte , senza nulla
il paese delle ricadute nel sonno
dei sentieri preclusi all’anima
dove tutti sono in fuga da tutti
nel ristagno del salutarsi per strada
residuo di ritualità non più rintracciate
ormai difetto del vivere la rendita
zoppicante e ornata abitudine
cerimonia piccola
devastante come una fucilata nel nulla

tutto resta appesantito
da una semina di grano oscuro
rilascio dell’impotenza
alla mano mendicante

sonno retorico del potere
anche qui
in questo rintanarsi spigoloso
degli abitatori apparenti
residuo mesto e improponibile

qui l’uomo si è sottratto alle cose
alla terra
si è diffusa nell’aria un’ opinione
che per tutti vale
a trattenere un nome
in ciò che non ha più sostanza,
segno di pertinenza,
pausa

ci si esercita a produrre insediamenti
contrade contratte nella preghiera delinquenziale
costipate nel solco opaco
di mani giunte e incancrenite
nell’estenuante rituale del tempo
che non dice più nulla di niente
non apre corrispondenze col sacro
si eclissa nell’aria ovattata di salmi
un mondo dove tutto è sfinito
sede di reticenza , del perso pudore
e della perduta miseria.

noi non più custodi
della finitezza e del lampo
dell’indovino che inaugurava il campo
la casa non è più materia del necessario
vani e vani per indeboliti fantasmi
litigiosi vicini di casa
che rivendicano distanza
col lamento di chi cerca ripari ulteriori e ultimati
incuranti del pioppo che muore in solitudine
tra un muro , un garage,
una luce intermittente
e un rudere da rampicanti invaso,
stipato in uno spazio distante
straniato
manufatto non più evocante
dai suoi acuti spiriti evacuato.

***

scendono dalle proprie case
nello stesso momento
nel deserto la sabbia si solleva
facendo saltellare nell’aria
piccoli insetti nomadi
giunti al garage aprono la portiera
su di un isola nello stesso momento
esce dal sonno la testuggine
a piccoli passi suggella
il tracciato del rischio e della fortuna
attraversano la strada per conquistare l’ufficio
nel cratere montuoso l’incendio di magma e pietre
che uscendo segna relitti nel fiume
di pietra le radici
lascia il fuoco nella iride dell’abitante solo
negli uffici fanno sempre le stesse cose
nella piana ancora verde il contadino sterra
una ruota gira enorme
Dio è scomparso dalle mappe.

***

non è più il carro a maciullare l’erba
sono fermi i denti della macina
l’asse esposto nel grasso è bloccato

l’edificio accoglie il carico di nebbia
si addensa la forma del campo
sul foglio dei catasti nel largo

lo spazio si riapre alle semine
per ogni solco una scaglia di silenzio
la mano che depone sabbia

il rito è la frusta sui nervi delle piante
una schiena che si incurva ai principi
del torcere e del liberare i cocci

sbucano dalla parete i resti di una festa
antica storpiatura delle usanze
la trappola minerale dei calcinacci

la presa poderosa del ramo storto
la ruggine dell’orto prende a schiaffi la casa
dal camino salgono le ceneri

sento le voci uscire dal pagliaio
perse come aghi a ricucire la trama
del racconto che non si raccoglie

domani il giorno si rende in fotocopie
gli sbiaditi prendono tutto per buono
nell’apparenza il vero li assiste da lontano.

***

Chi porta il peso di questa assenza
le rondini di confine tremano sul ramo
la solitudine si contorce nell’aria
impigliate ai fili le foglie non cadono
più non germina il papavero
il neon della casa bassa perde luce
nei campi ridotti a discarica
poche anime a rovistare tra i sassi
la nuvola scende ad altezza di mano
il bambino curioso entra nel cirro
chiama al gioco i compagni
figurando una scala riportano
l’elemento fugace al suo posto
la pioggia cade dal cirro risalente
forma un pantano di luce.

***

nel cortile le pietre
nascondono la faccia
al passaggio dell’ospite
scolpito d’aria
la pianta rampicante
invade il tufo
nella cantina il buio
si addensa di notturni spettri
resti dell’aurora
nelle crepe degli specchi.

 

Carlo Mattioli, "Papaveri ai bordi della Versiliana", 1974-75

Carlo Mattioli, “Papaveri ai bordi della Versiliana”, 1974-75

 

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Gianni Montieri – Alcuni giorni della vita di Mario Kempes

Uno dei più comuni fraintendimenti circa la lettura è che si debbano leggere sempre e comunque capolavori per migliorare la propria capacità di lettore (???) o peggio di esseri umani. Non che leggere capolavori faccia male all’uomo, certo, ma il primo di essi che son riuscito a portare a termine tra precoci (le prime della mia vita, forse) bestemmie ma anche i primi vagiti di quell’amore per la lettura che poi mi avrebbe invaso, è Don Chisciotte, rigorosamente sotto ordine militare dell’allora professoressa di italiano alle scuole medie, che odiavo ed oggi rispetto proprio per quell’odio. Sarebbe stato più pericoloso infatti, all’epoca, essere indifferente a tutti quei libri. Nel frattempo leggevo di tutto, dai volantini alle riviste di arredamento dei miei genitori, per quel piacere genuino della lettura che nelle scuole italiane ancora ci ostiniamo a proporre attraverso riassunti, antologie, interrogazioni, parafrasi ed altri simili espedienti e che io trovavo quando mi andava, dove capitava, sempre con immutato e futuribilissimo godimento. Ho sempre pensato che sarebbe bastato non romperci così tanto i coglioni sull’importanza di certi libri affinché li avessimo potuti trovare interessanti. 
Vabbè, quello che volevo poi dire prima di dilungarmi è che da piccolo ho soprattutto letto tantissime riviste di sport, quotidiani sportivi, biografie di grandi personaggi dello sport e così via, quindi mi è rimasta così questa passione per il legame tra letteratura e sport, mi piace Osvaldo Soriano che parla delle partitacce più assurde nella pampa argentina, mi piace Giovanni Arpino che commenta i mondiali di calcio, mi piace Daniele Vecchi che racconta i playground U.S.A, mi piace Federico Buffa che ha reso l’iperbole lo strumento espressivo attraverso cui far innamorare una generazione intera del basket (per non parlare di certe telecronache di Flavio Tranquillo, Tullio Lauro ecc.), tutti esempi di come si possa coniugare, dai livelli di letteratura finissima a quelli della testimonianza più popolare, la cronaca sportiva all’amore per la parola. Per questo rilancio qui questo brano stupefacente di Gianni Montieri, ripreso da Poetarum Silva, di cui riporto una postilla finale per correttezza e sostegno della già presente e condivisibilissima solidarietà, augurandovi poi una gustosissima lettura che almeno qui, nessuno vi ordina, specie se minorenni.

“(A Fernando, Andrea, Martino, Alessandro e Franz. A Mario Kempes)

Nota: questo racconto è stato pubblicato per la prima volta su Tornogiovedì. Attualmente l’attività del sito è sospesa per questioni di diritti di proprietà. A Fernando Coratelli, Franz Krauspenhaar e Luigi Carrozzo il mio sostegno (e quello della redazione di Poetarum Silva). Sento che il giovedì tornerà in quella casa o in un’altra.”

PS: poi qui mi son anche divertito a scrivere talvolta di sport, brani sempre leggerissimi quali quelli che amo leggere sullo sport, e qui al limite della mera nostalgia. Se siete curiosi buttate un occhio qui: http://carusopascoski.com/category/sport/

Prologo

Sono le tredici e dieci del 26 giugno 1978, ora di Buenos Aires. La notte prima, i festeggiamenti per la vittoria dei Mondiali di calcio, da parte dell’Argentina, hanno inebriato tutto il paese. Nelle stanze del ritiro dei campioni, c’è ancora grandissima euforia, tutti sono contenti, tutti sono pronti a ricevere le medaglie e gli onori del caso. Tutti meno uno. Mario Kempes è chiuso in bagno da più di un’ora, Daniel Bertoni (suo compagno di stanza) è agitato, chiede a Mario di sbrigarsi. Kempes non uscirà, il capocannoniere del Mundial non è contento. Mario Kempes ha finito lo shampoo.

21 giugno 1978: Quiroga

Non c’è nessuno più argentino di me, sì lo so che gioco nel Perù. E allora? Vuoi sapere com’è andata? Io sono un buon portiere, ho giocato nel Rosario Central (sì Rosario, proprio dove giocheremo tra un po’). Mi fecero capire che non ci sarebbe stato posto per me nella nazionale Argentina. Menotti preferiva Fillol e dopo di lui Lavolpe e dopo di lui Baley. Il mio club attuale, lo Sporting Cristal quando mi offrì il nuovo contratto mi propose la naturalizzazione: accettai. Cosa vuoi che ti dica per stasera? Vuoi sapere se mi hanno dato dei soldi? Che importa, se decido di farlo non lo faccio certo per denaro, lo faccio per il mio paese. Ora lasciami stare devo andare a riscaldarmi.

21 giugno 1978: Luque

Meno male che il Brasile l’hanno fatto giocare prima di noi. Ma come cazzo avranno fatto a impedire che le due partite fossero in contemporanea. Che maledetto figlio di puttana che è Videla. Io non so come andrà a finire, alcuni dei ragazzi dicono che la partita è sistemata. Menotti non parla ma è tranquillo. Mario come sempre sta per i cazzi suoi, ha detto che non vuol sentire niente di questa storia. Ha detto che vuol fare minimo due goal e che due devo farli io. Fosse facile. Non mi sento tranquillo.

21 giugno 1978: Ardiles

Peruviani del cazzo.

21 giugno 1978: Kempes

Menotti ogni tanto torna a rompere le balle con questa storia dei capelli: che andasse a cagare. Già ha rotto abbastanza per i baffi, ora basta. Non capisce che i capelli mi danno sicurezza. Quando corro, i capelli disorientano il mio avversario, ho visto guardalinee sbagliare la segnalazione di alcuni fuorigioco, a mio vantaggio, grazie ai miei fottutissimi capelli lunghi. Gli europei dicono che noi argentini siamo sporchi, che non ci laviamo, che siamo grezzi. Stronzate, unti o meno, noi andremo a vincere questo mondiale. Luque e Fillol mi hanno detto che il Perù ci lascerà vincere, che in cambio saranno liberati dei prigionieri politici; Bertoni ha detto che daranno soldi a Quiroga. Non ci credo Quiroga è un bravo ragazzo. Io mi devo occupare di segnare. Mi è bastato sapere quello che successe quattro anni fa prima di Polonia – Italia.

21 giugno 1978: Quiroga

Come cazzo faccio a farmi fare tutti quei goal senza farmi scoprire. Boh, in fondo sono loro ad avermi soprannominato “El Loco”. Loro chi, poi?

21 giugno 1978: Cronaca

L’autobus che conduce la nazionale peruviana “sbaglia” sei volte strada e giunge allo stadio con due ore di ritardo. Finisce in mezzo ai tifosi Argentini. Piovono insulti, la tensione sale.

21 giugno 1978: Cronaca

L’Argentina batte il Perù sei a zero, doppiette di Kempes e Luque.

22 giugno 1978: Bertoni

Mario dalla fine della partita non parla con nessuno, mi ha detto soltanto: “Noi, non ce la meritiamo l’Olanda”. Io credo che il calcio sia questo. Noi abbiamo vinto perché siamo più forti del Perù, dove sta la sorpresa? Non hanno mai avuto grandi difensori. Quiroga? Un argentino che ha giocato nella porta sbagliata. Così è la vita.

22 giugno 1978: Kempes

Figli di puttana, figli di puttana, hanno veramente comprato la partita. Non ci volevo credere, non ci volevo credere. Il mio primo gol mi sembrava regolare, mi libero dell’uomo e batto, in diagonale, Quiroga in uscita. Dopo no, però, dopo tutto troppo facile. Eravamo sempre liberi avremmo potuto segnarne dieci. Luque al sesto gol rideva. Ma come puoi, amico mio, come puoi? Giocherò la finale come si deve, sono un professionista ma con questa gente io non ci voglio avere più niente a che fare.

22 giugno 1978: Dichiarazione del Generale Jorge Rafael Videla

Siamo molto contenti della prestazione della nostra nazionale. I nostri ragazzi stanno tenendo alta la nostra bandiera, dimostrando sul campo i valori in cui crediamo: l’unità e l’orgoglio nazionale. Questi giovani sono patrioti. Ora non ci resta che andare a vincere questo Mundial. La storia ce lo chiede.

 

22 giugno 1978: La stampa internazionale

I quotidiani di tutta Europa e, gran parte di, quelli Americani gridano allo scandalo. In Brasile alcuni sostengono che bisognerebbe dichiarare guerra all’Argentina. La parola più usata nei titoli è: “Vergogna”. Il portiere e i difensori del Perù non intendono rilasciare alcuna dichiarazione. C’è odore marcio, odore di pastetta, ”marmelada” come diranno poi.

 

24 giugno 1978: Un sogno di Diego Armando Maradona

Siamo al quindicesimo del secondo tempo della finale Mundial, Menotti (che mi ha convocato all’ultimo momento) decide di farmi entrare. Stiamo perdendo uno a zero, rischiamo il ragazzino. Entro al posto di Daniel Bertoni. Sento il boato della folla ma non mi tremano le gambe. Al ventiduesimo, Ardiles mi passa la palla sulla tre quarti sinistra, salto un uomo in velocità; al limite dell’area mi viene incontro Krol, d’esterno do la palla a Kempes, sulla lunetta, Mario è spalle alla porta ma riesce a restituirmela di tacco dentro l’area, la lascio scorrere sul sinistro ( e dove se no?), prendo la mira e piazzo un tiro imprendibile sotto la traversa. Viene giù lo stadio

24 giugno 1978: un sogno di Mario Kempes

Siamo alla mezzora del secondo tempo della finale  Mundial, l’Olanda ci sta battendo tre a zero, meritatamente. Stanno giocando benissimo, arrivano da tutte le parti. Io gli ho dato  una mano: ho sbagliato un gol a porta vuota nel primo tempo, durante l’intervallo Tarantini ha cercato di prendermi a pugni, Fillol e Luque l’hanno fermato. Nel secondo tempo, sul due a zero, l’arbitro italiano ci ha regalato un rigore. L’ho tirato e buttato fuori. Il pubblico ha fischiato, i compagni mi hanno minacciato. Sto giocando per perdere, per mettere le cose al proprio posto.

 

 

25 giugno 1978: La finale

Archiviato il Perù, si pensa solo a giocare, di fronte l’Olanda e il calcio totale. L’Olanda sconfitta quattro anni prima dalla Germania, l’Olanda che gioca meglio di tutti. L’Olanda che al fischio finale di Gonnella se ne va senza salutare i campioni. Ai goal di Kempes e Nanninga, seguono i tempi supplementari, preceduti dall’incredibile palo dell’Olanda, ancora Kempes (capocannoniere) e Bertoni chiudono la partita. Bertoni, graziato da Gonnella per una gomitata. Altre irregolarità? Forse. L’Argentina è campione del mondo di un mondiale scandalo. I giocatori alzano la Coppa, grande festa sugli spalti. Uno per uno stringono la mano al Generale Videla. Tutti tranne uno: Mario Kempes.

 

25 giugno 1978: Lo splendore del gioco del calcio

Siamo sul risultato di uno a uno. Tempi supplementari. Mario Kempes riceve palla poco fuori dall’area, a sinistra della lunetta. Il pallone incollato al piede sinistro salta il primo uomo, entra in area e in velocità salta il secondo, tira sull’uscita del portiere che respinge, ma la palla resta lì e Kempes, più veloce dei due difensori olandesi, insacca a porta vuota.

25 giugno 1978: Kempes

Luque ha detto che sono matto a non aver stretto la mano a Videla, dice che mi farà sparire. Stronzate, puoi far sparire tutti i bambini che vuoi, se sei un maledetto figlio di puttana, ma nessuno ti perdonerà di aver fatto sparire il capocannoniere del Mundial.

25 giugno 1978: Kempes alla stampa

Perché non ho stretto la mano a Videla? Nella confusione non me ne sono accorto.

26 giugno 1978: Luque, Bertoni, Fillol, Ardiles

Ardiles: << Che fa quel coglione è ancora in camera?>>

Bertoni: << Sì, è ancora chiuso dentro, dice che senza il suo shampoo non può lavarsi i capelli e che con i capelli sporchi non esce.>>

Ardiles: << Dannato figlio di puttana>>

Fillol: <<Prima non stringe la mano a Videla, poi questa, ma che cazzo vuole che ci sbattano tutti dentro?>>

Luque: << Calma, calma, vedrete che tra poco uscirà, questo fottuto mondiale ce l’ha fatto vincere lui non dimentichiamocelo>>

Ardiles: << Lui? Ma vaffanculo>>

 

26 giugno 1978: Kempes

Mi dispiace per Daniel, per Luque, sono amici, ma non penseranno davvero che io non esca per lo Shampoo? Non esco perché mi vergogno, non sopporto le domande della stampa, non sopporto questo paese, non sopporto l’aver vinto con questa macchia, non sopporto Videla. Voglio andarmene a casa, in vacanza, poi in Spagna. Dimenticare, sperare che la gente dimentichi e che dopo si ricordi soltanto di Mario Kempes. Bettega, Zico e altri calciatori mi stimano, cosa penseranno di me?

10 giugno 1978: Italia

Ho sette anni, la prima partita che rimango a guardare fino a tardi nella mia vita è stasera, è Italia Argentina, papà ha detto che posso. Sono emozionato. Mio padre dice che l’Italia sta giocando bene. Segna Bettega. Che bel gol. Sono felice. Vinciamo uno a zero. A fine partita chiedo a mio padre: “Papà mi ricordi come si chiama quello dell’Argentina con i capelli lunghi e il numero dieci?” “Mario Kempes”.

15 dicembre 2001: Kempes

Com’è bello il Salento. Restassi ad allenare qui anche solo per un mese, ne sarebbe valsa la pena.

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Salaam Bombay! (Mira Nair, 1988)

Per apprezzare pienamente Salaam Bombay! è opportuno togliersi certi alambicchi culturali occidentali dalla testa, perché la forza primitiva di questo film del 1988 che ha sfiorato l’Oscar e ha trionfato a Cannes è il saper testimoniare la sfrontata e terribile dolcezza dell’India, quella contraddizione che può esser solo “sentita” nel subcontinente (ed invero è sempre più fraintesa), che si può amare od odiare ed i locali riassumono con lo slogan “Incredible India!” pronunciato in occasioni di ogni controversia quale giustificazione estetica dei tanti pratici problemi negli ingranaggi macchinosi di un paese di oltre un miliardo di abitanti mosso da un’anarchia contagiosa, ancora più indomita se depositata nell’anima di una delle metropoli più estese del mondo, la luccicante e infernale Bombay (ed oggi Mumbai) eternamente simbolizzata dal contrasto tra l’affascinante Marina Drive del capolavoro di Bollywood Deewar e l’infame slam di Dharavi.
Erede della grande scuola neorealista, il capolavoro di Mira Nair è frutto di un lungo studio sul campo. A Cannes la regista dichiarò di aver voluto celebrare lo spirito di sopravvivenza dei bambini delle strade di Bombay, a cui il film è dedicato. E Salaam Bombay! nasce da un attento lavoro di ricerca ispirato dagli stessi bambini che recitano nel film (l’idea venne alla regista su un taxi, circondata da una tribù di ragazzini), che una volta raccolti nelle strade di Mumbai hanno guidato la Nair, di ceto medio, ad avvicinarsi a un mondo che le aveva sempre vissuto accanto con strepitosa energia e indicibile dignità nonostante difficoltà quotidiane inimmaginabili e una povertà congenita. Tuttavia, per quel miracolo spirituale dell’anima indiana tale povertà materiale raramente sfocia nella miseria, ed è questa la tematica principale della pellicola.

CONTINUA A LEGGERE QUI – http://cinefatti.it/salaam-bombay

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H. M. Enzensberger – Ulteriori motivi per cui i poeti mentono

Perché l’attimo
in cui la parola “felice”
si esprime,
non è mai l’attimo felice.
Perché all’assetato la sete
non consente di pronunciarla.
Perché in bocca al proletariato
la parola “proletariato” non compare.
Perché colui che dispera
non ha voglia di dire:
“Sono un disperato”.
Perché orgasmo e “Orgasmo”
non sono compatibili tra di loro.
Perché il moribondo, lungi dal dichiarare:
“Adesso muoio”,
non emette che un sordo rantolo,
a noi incomprensibile.
Perché sono i vivi
che rompono i timpani ai morti
con le loro angosciose notizie.
Perché le parole vengono troppo tardi,
o troppo presto.
Perché di fatto è un altro,
sempre un altro,
colui che parla,
e perché quello
di cui si sta parlando
tace.

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Wanted: carusopascoski

carusopascoski, latitante già da giorni peggio di un camorrista, va in Spagna e poi torna, se tutto va bene, con un nuovo libro da presentare tra una decina di giorni. Nel frattempo leggetevi “Tv Sorrisi e Canzoni” come fan tutti e non rompete i coglioni!

E ora, un disco con cui mi sono massacrato negli ultimi giorni per far parziale ammenda:

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Bug – La paranoia è contagiosa (William Friedkin, 2006)

Nella fortunata serie di film compiutamente claustrofobici, rientra Bug – La paranoia è contagiosa, dissertazione sul tema del regista de L’Esorcista William Friedkin. Certo di questo film molto chiacchierato (ma che resta un cult per soggetto e ambientazioni) se ne può parlare infinitamente bene o fastidiosamente male, tale è l’estremismo della regia e della trama, che approda senza ritorno nel cuore della follia paranoide, ed è così che Bug, basato su un testo teatrale di Tracy Letts, potrebbe ben dirsi opera di un Cronenberg d’annata. Senza mai cadere nella volgarità gratuita, Friedkin mette in scena un tour de force visionario e perturbante, appiccicando la telecamera ai volti sconvolti, la pelle lacerata, i dettagli domestici oggetto del contagio indicato nel titolo italiano, dagli onnipresenti insetticidi alla sporcizia accumulata, fino a un fantascientifico utilizzo della carta stagnola, che trasforma l’illuminazione a neon in metafisica luce lunare (fiore all’occhiello di una fotografia strepitosa).

“Preferisco star qui a parlare di insetti con te, piuttosto che non parlare di niente con nessuno”

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